Le tre dimensioni del laico "appassionato"

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di Antonio Martino - Scriveva Emmanuel Mounier: «La persona è il volume totale dell’uomo. È un equilibrio in lunghezza, larghezza e profondità, è una tensione in ogni uomo, tra le sue tre dimensioni: quella che scende verso il basso e la incarna in un corpo; quella che è diretta verso l’alto e l’innalza verso un universale; quella che è diretta verso il largo e la porta verso una comunione. Vocazione, incarnazione e comunione sono le tre dimensioni della persona. [...] I tre esercizi della formazione della persona sono dunque: la meditazione, per la ricerca della propria vocazione; l’impegno, ossia il riconoscimento della propria incarnazione; la rinuncia, vale a dire l’iniziazione al dono di sé e alla vita altrui. Quando la persona manca ad uno di questi esercizi ha perso la partita».

Se si vuole essere pienamente laici, “testimoni della speranza” occorre vivere tutte e tre le dimensioni indicate da Mounier. Ed è quello che nei fatti invita a fare anche Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Ac nel suo intervento al convegno degli assistenti di Azione Cattolica. Fare nella propria vita un’unità profonda tra il proprio essere credente, cittadino, uomo di cultura, marito e padre, laico impegnato a servizio della Chiesa e nel mondo. In breve, un’esistenza improntata alla capacità di fare incontrare vita e Vangelo.

Vivere con passione la propria vocazione laicale, è in fondo questo: la ricerca dell’unità con se stesso, sia sul piano della formazione personale, spirituale, culturale e intellettuale, sia sul piano del servizio ecclesiale. Con la consapevolezza della “dimensione verticale” dell’esistenza umana che porta a porre a fondamento delle proprie scelte e del proprio stile di vita una cura costante della propria vita spirituale e la continua tensione a un coerente rigore morale come componenti essenziali della propria vita.

Viene alla mente quanto scriveva Vittorio Bachelet a proposito di un suo personale modello di laico cristiano, Alcide De Gasperi: «un maestro non solo di arte politica, ma vorrei dire soprattutto maestro dello spirito, di coerenza ideale e di rigore morale». In De Gasperi Bachelet individua infatti la più rigorosa espressione «di quella spiritualità laicale che tutto assorbe dalla ricchezza cristiana e, nella fedeltà alla Chiesa, liberamente e con propria responsabilità, trasfonde quella ricchezza nel faticoso operare delle realtà umane, nel più grande rispetto di tutti i valori umani: geminando davvero – dato il suo specifico campo di azione – con un genuino senso della Chiesa un autentico senso dello Stato».

La passione del laico di Ac, del laico cristiano è dunque il riconoscimento della propria incarnazione innanzitutto come senso dell’apertura alla responsabilità, intesa non come acquisizione di visibilità personale ma come forma di servizio (“il servizio è la gioia”) e come capacità di farsi carico del proprio tempo. Un farsi carico che implica innanzitutto l’abitudine a una sapiente lettura dei segni dei tempi: un esercizio da compiere sempre con un atteggiamento improntato alla fiducia nell’uomo e nella dimensione salvifica della storia: «questo nostro tempo», era infatti solito dire Vittorio Bachelet, «non è meno ricco di generosità, di bontà, di senso religioso, di santità, persino, di quanto non lo fossero altri tempi passati». Il che non significava non riconoscere le difficoltà e anche i drammi del proprio tempo: «Questo nostro tempo» continuava infatti quel suo discorso, «non è meno povero degli altri per le infedeltà, le immoralità nella vita morale privata e pubblica, in quella personale e in quella amministrativa, la irreligiosità e anzi la lotta alla religione, a Dio stesso».

Così anche va interpretata anche la cifra di novità rappresentata dalla “scelta religiosa”, che consiste essenzialmente nella capacità di riandare alle radici, di riorientarsi verso l’essenziale. Un modo – come Bachelet scrisse nel 1973 – per aiutare «i cristiani a vivere la loro vita di fede in una concreta situazione storica, ad essere “anima del mondo”, cioè fermento, seme positivo per la salvezza ultima, ma anche servizio di carità non solo nei rapporti personali, ma nella costruzione di una città comune in cui ci siano meno poveri, meno oppressi, meno gente che ha fame».

Una laicità che si traduce sostanzialmente nella fatica della ricerca di valori condivisi, e nell’ascolto dialogico di ogni prospettiva nella ricerca del bene comune. Una laicità che è sapere ascoltare le varie posizioni, scegliere argomentando le proprie scelte, lavorare non per “strappare” ma per “cucire”, per far crescere i legami che intessono la comunità, per favorire percorsi di comunione. Un compito che, come sappiamo, Vittorio Bachelet condusse fino in fondo. Un compito che l’Azione Cattolica continua a perseguire, facendosi sempre più missionaria, sempre più presente nelle periferie del mondo e dell’esistenza.