Intervento al conv. Toniolo «I nuovi volti della guerra»

Le sfide per una credibile via della pace

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mons. Paul Richard Gallagher

di Paul Richard Gallagher* - Trovo che sia molto utile interrogarsi su quali forme assuma oggi il fenomeno della guerra, considerato che i suoi volti sono effettivamente suscettibili di mutare, ed anche in modo relativamente rapido, sia per effetto della tecnologia, da un lato, che dello stile di vita sociale dall’altro.

1. La capacità della guerra di cambiare forme può essere riscontrata già a proposito dei conflitti di portata mondiale del XX secolo. Se la prima guerra mondiale è stata caratterizzata dalla carneficina delle trincee, purtroppo realizzando appieno la profezia della inutile strage di Benedetto XV, la seconda guerra mondiale ha aggiunto a queste il massacro dei bombardamenti aerei (memorabili, tra gli altri, sono rimasti quelli di Coventry e di Dresda), che hanno allargato il campo delle vittime dagli eserciti alla popolazione civile, fino alla tragica escalation della devastazione atomica del 1945.

Tra la prima e la seconda guerra mondiale la differenza non è stata solo, forse nemmeno principalmente, una differenza di modalità. Ancora più profonda è stata la differenza in termini di motivazioni e di cause. Mentre nella “grande guerra” l’opposizione riguardava più direttamente ragioni di carattere politico legate a rapporti di forza tra gli Stati nazionali europei, tutti purtroppo di tradizione cristiana, nel secondo conflitto mondiale la causa scatenante sembra invece essere stata più profonda ed essere consistita nell’opposizione ideologica tra il nazismo xenofobo, da un lato, ed il materialismo comunista, dall’altro. Segno questo che alla dimensione strettamente politica si è aggiunta e sovrapposta quella ideologica e pseudo-filosofica.

2. Nel terzo millennio la guerra sembra assumere aspetti (e volti) che possono in parte considerarsi nuovi rispetto a questi conflitti. Il tragico attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 ne è l’emblema: alla guerra tradizionale, purtroppo sempre presente, si affianca un tipo di conflitto in cui il volto del nemico quasi scompare, non è più distinguibile, mimetizzato nelle situazioni della vita ordinaria e così capace di portare in seno ad essa la sua azione distruttiva e destabilizzante. È la tattica della guerra condotta mediante azioni di terrorismo, che costituiscono la più grande forma di degenerazione del combattimento fino ad oggi conosciuta. Il terrorismo per alcuni versi assomiglia alla guerriglia – consiste in azioni isolate, condotte con poche persone e con obiettivi limitati –, ma se ne distingue in ragione delle vittime, volutamente le più impreparate ed inermi e quindi incapaci di ogni reazione difensiva. Nelle azioni di terrorismo la popolazione civile non è più un obiettivo indiretto ed eventuale dell’azione bellica, ma il suo obiettivo primario ed essenziale.

In fondo è principalmente proprio per la minaccia del terrorismo che la comunità internazionale sembra intenzionata ad arginare l’espansione del cosiddetto Stato islamico (l’IS) nei territori siriano ed iraqeno, contro la quale la Santa Sede ha sin dall’inizio levato la propria voce per denunciare le atrocità inaudite che hanno costretto migliaia di cristiani e di persone appartenenti ad altre minoranze religiose o etniche a fuggire dalle proprie case e cercare rifugio altrove, in condizioni di precarietà e di sofferenza fisica e morale.

Dal punto di vista militare, l’azione dell’ISIS sembra seguire una strategia sviluppata su di un doppio binario: ad un’azione sul territorio (quello mediorientale), sviluppata secondo forme e metodi tradizionali di un esercito organizzato, si unisce infatti un’azione “senza territorio”, ovvero su scala potenzialmente universale, sviluppata mediante azioni di terrorismo a volte organizzate o a volte anche solo espressione di fanatismo o di iniziative individuali, che non per questo sono però meno cruente e spregevoli.

3. La caratteristica di oscurare il volto del nemico ricorre anche in nuovi strumenti a disposizione delle parti belligeranti e che sono il prodotto della ricerca tecnologica. È il caso anzitutto del ricorso all’uso dei “droni”, ovvero degli aeromobili a pilotaggio remoto. Se l’uso a scopi civili di questi strumenti è certo da incentivare, l’uso a scopi militari, molto più avanzato e sperimentato dell’altro, è invece uno strumento molto pericoloso perché di grande portata distruttiva e non pienamente governato dalla decisione umana. Nel caso dei droni, come di altre armi controllate a distanza ed in buona parte autonome, si corre il rischio che decisioni che riguardano la vita e la morte di esseri umani vengano compiute senza un vero e proprio giudizio etico che solo l’elemento razionale umano può e deve porre in essere. Quanto sarebbe importante che le risorse destinate alla ricerca scientifica militare – un settore che non sembra purtroppo conoscere crisi o flessioni – fossero, almeno in parte, destinate a ricerche di altro genere.

Un altro strumento che si presta al servizio non solo del crimine internazionale ma anche della guerra in genere è quello delle frodi o delle truffe informatiche, al quale l’Interpol ha dedicato un’attenzione crescente nel corso degli ultimi anni. È il fenomeno del cosiddetto cybercrime, che nella varietà delle sue forme di manifestazione si presta anche ad essere un efficace strumento per forzare le protezioni di sistemi informativi e di sicurezza e realizzare così azioni di danneggiamento o di spionaggio. Anche in questo caso l’autore di queste azioni ha, grazie alla mediazione informatica, la possibilità sia di nascondersi, quanto anche di agire a grande distanza, senza un contatto fisico diretto.

4. All’azione terrorista ed alle possibilità offerte dalle scoperte tecnologiche voglio però aggiungere la menzione di un altro volto della guerra, in parte anch’esso nuovo, di diversa matrice, e che non deve preoccupare meno di questo. È un aspetto che emerge dai conflitti sorti già sul finire del XX e che è proseguito anche nel XXI secolo e che consiste nell’agire a livello teorico giuridico al fine di ampliare le possibilità di un legittimo ricorso allo strumento della guerra, come soluzione delle controversie internazionali. Questo “volto” dell’azione militare si sviluppa a monte di operazioni belliche concrete e non implica l’uso diretto di armi da guerra, ma il ragionamento, i diritti e le norme, al fine di piegarli ed orientarli verso uso più diffuso ed un accesso più semplificato all’uso della forza.

È il tentativo che viene condotto al livello dello stesso diritto internazionale, ogni qualvolta si tenti di affermare interpretazioni, prassi, se non addirittura la necessità di nuove regole e procedure, denunciando quelle attuali come insufficienti; e ciò al solo fine di giustificare un più immediato e diretto uso della forza da parte degli Stati militarmente più organizzati.

Sono questi i casi del ricorso alla cosiddetta “guerra preventiva”, ovvero il caso di interventi militari, anche solo occasionali, senza la preventiva dichiarazione di guerra o senza addirittura interrompere le relazioni diplomatiche con la Stato che si attacca; ovvero di interventi diretti o appoggi indiretti, mediante finanziamenti o fornitura di armi, a questa o quella fazione di un paese estero al fine di influire sulle sue vicende politiche interne e senza coinvolgere le competenti sedi della comunità internazionale.

Ciò che occorre denunciare in questo ed in altri casi sono i tentativi di ricorrere alla guerra in assenza del rispetto anche solo formale del diritto internazionale e dei meccanismi che esso stabilisce per tentare la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. Tentativi mascherati da una vera e propria manipolazione (anzi, un vero e proprio abuso) del diritto, che viene considerato ed utilizzato come puro strumento per il conseguimento di obiettivi di natura politica, secondo le logiche del cosiddetto “uso alternativo del diritto”, teorizzato nel corso degli anni ‘70 e che la più matura riflessione giuridica ha opportunamente respinto ed accantonato, ma che di fatto ciclicamente riemerge sempre però con finalità contrarie alla pace.

5. C’è ancora un altro fenomeno che deve preoccupare e che se non è propriamente considerabile come una guerra in senso tradizionale, lo è tuttavia in relazione agli effetti devastanti che provoca: è il fenomeno del narcotraffico, sul quale anche il Santo Padre ha di recente richiamato l’attenzione nel suo discorso all’assemblea delle Nazioni Unite (25 settembre 2015), definendola come una guerra “sopportata” e debolmente combattuta. Ad esso poi fanno da corollario altri fenomeni criminali come la tratta delle persone, il riciclaggio di denaro, il traffico di armi, lo sfruttamento infantile e altre forme di corruzione. In un certo senso questi aspetti potrebbero essere accomunati e delineare una vera e propria situazione di guerra che il crimine organizzato transnazionale perpetra insinuandosi nelle istituzioni finanziarie, pubbliche e sociali e rispetto al quale è necessaria un’azione comune e coordinata dei diversi Stati, capace di andare oltre gli interessi particolari e contingenti di ciascuno.

6. A fronte di tutti questi volti, vecchi e nuovi, che il fenomeno della guerra assume possiamo ora chiederci: quali sono le sfide che si presentano a chi vuole operare per la pace?

Le risposte possibili sono ovviamente molte e suscettibili di molto approfondimento. Tutte quante però corrono il rischio di rimanere inefficaci se non sono sostenute ed alimentate dalla speranza che un futuro diverso e migliore sia possibile. La pace è sempre il risultato di un compito e di un impegno inevitabilmente gravosi – non a caso Dante definisce come la molt’anni lagrimata pace anche quella pace annunciata dall’arcangelo Gabriele (Purgatorio X, 35) – che a volte solo la speranza può aiutare a sostenere. È questa infatti che sprona ed incoraggia gli uomini e le donne di buona volontà ad operare, impegnarsi, spendersi e compromettersi per una trasformazione del mondo nella direzione di una giustizia crescente, che progressivamente riduca le differenze in termini di possibilità di vita che la geografia mondiale presenta.

In questa direzione, poi, la Speranza cristiana ha una sua specificità del tutto peculiare che dà alla speranza stessa il suo significato più vero e pieno: essa è infatti non più un’attitudine umana, ma una virtù teologale che consiste nella ferma certezza del compimento del Regno di Dio nella storia di questo mondo, in funzione del quale lo sforzo umano deve essere proteso per affrettarne la venuta preparandone le condizioni. La Speranza cristiana, quindi, non è un invito al disimpegno dell’uomo in attesa dell’opera di Dio, ma una sua responsabilizzazione ed il suo più pieno e maturo coinvolgimento, pur nella consapevolezza che il futuro della storia ed il suo compimento non spettano all’uomo ma al Dio misericordioso e giusto, l’Unico in grado di fare sì che un giorno, come dice il Salmo (84, Il), Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.

Questa Speranza anima e sostiene l’opera della Chiesa nel suo insieme e della Santa Sede nello specifico, sia nella sua azione di sostegno alla Chiesa universale, sia nell’attività diplomatica da essa svolta al fine della giustizia e della pace nel mondo.

Ed è proprio in questa chiave che tenterò dunque una esemplificazione delle possibili iniziative che possono essere assunte al fine di costruire, nella comunità internazionale, una efficace e credibile via per la pace.

7. Una prima sfida, ma preferirei dire orizzonte da perseguire e verso il quale continuare a muoversi, è quello del rispetto delle regole già esistenti. È vero che le regole non danno la pace, come la Legge non dà la salvezza; ma è ancor più vero che senza regole non c’è pace possibile e duratura. Intendo quindi riferirmi alla necessità che gli organismi e gli operatori internazionali conservino un comportamento rispettoso degli obblighi stabiliti dagli accordi già in essere e delle procedure che hanno lo scopo di porre argini e salvaguardie ad un ricorso frettoloso e, già solo per questo, ingiustificato all’azione militare.

Ciò non esclude la necessità di una riflessione giuridica che abbia ad oggetto il diritto internazionale vigente. Anzi a dire il vero la sollecita, come d’altronde l’espressione “diritto internazionale della pace” che dà nome a questo Istituto rende esplicito. Si deve cioè interrogarsi – come già suggerito anche dal Segretario di Stato, il Card. Pietro Parolin nel suo intervento all’assemblea generale delle Nazioni Unite dello scorso anno (29 settembre 2014) – sulla adeguatezza del diritto internazionale oggi ... per prevenire la guerra, fermare gli aggressori, proteggere le popolazioni e aiutare le vittime. In relazione a questi scopi una riflessione giuridica è sempre necessaria. Questa riflessione però, lungi dall’abbattere i limiti ed i condizionamenti dell’azione militare, deve invece rafforzarli valorizzando gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie e rafforzando i meccanismi e le possibilità del dialogo tra le parti contendenti, al fine di evitare il più possibile soluzioni unilaterali.

8. In questo quadro un approfondimento importante potrebbe essere, nell’ambito del diritto umanitario, quello concernente la c.d. “responsabilità di proteggere”, il cui concetto è implicito nei principi stessi della Carta delle Nazioni Unite e nel Diritto Umanitario e che responsabilizza l’intera comunità internazionale, sollecitandone lo spirito di solidarietà al fine di contrastare fenomeni come il genocidio e la persecuzione per motivi etnici o religiosi. Questa responsabilità ha come proprio presupposto l’unione di fondo di tutti gli uomini tra loro e quindi delle Nazioni cui essi appartengono. Come ha ricordato papa Francesco, sia pure nel diverso contesto della enciclica Laudato si’ sulla cura del creato, Bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza (Laudato si’, 52).

Il concetto di responsabilità di proteggere mi sembra che possa prestarsi anche ad essere declinato al fine di garantire il diritto dei profughi, costretti ad un allontanamento forzoso o comunque obbligato dalla propria terra, a farvi ritorno, a rientrare in possesso dei beni che hanno dovuto abbandonare, ma soprattutto al fine di garantire loro, il diritto di poter continuare a vivere in dignità e sicurezza nel proprio Paese e nel proprio ambiente.

9. Una seconda sfida che attende la comunità internazionale e sulla quale è possibile impegnarsi sempre di più è quella del dialogo e del negoziato. È questo un ambito non ancora adeguatamente valorizzato, non tanto dal punto di vista ideale o dei proclami, ma sul piano della pratica e dell’effettività dell’azione internazionale per la soluzione delle crisi. In questo caso lo sforzo che deve essere compiuto è sia a livello di prassi, nel senso che è necessario che le potenze in grado di esercitare una influenza credano nell’efficacia del dialogo e quindi insistano per la ricerca di soluzioni condivise delle controversie; ma anche a livello giuridico, con procedimenti di internazionalizzazione delle crisi capaci di riportarle nell’ambito di sedi internazionali in grado di assicurare un esame obiettivo ed un esito il più possibile equo al fine di procedere verso soluzioni comunque pacifiche.

10. Una terza sfida che si presenta all’umanità nel suo complesso, al fine di erigere più solidi deterrenti al propagarsi della piaga della guerra, riguarda la tutela dei diritti umani. Lungi da un esame dettagliato, in questa sede mi preme sottolineare come le problematiche che concernono i diritti umani siano condizionate direttamente ed immediatamente dalla concezione dell’uomo e dalle visioni antropologiche che i diversi ordinamenti accolgono o rifiutano. La perdita della dimensione trascendente dell’essere umano – o forse sarebbe meglio dire l’abbandono volontario, perché purtroppo di questo si è trattato – implica, senza soluzione di continuità, la perdita di senso della vita ed il dissolversi con esso delle risorse preziose in grado di dare agli uomini e alle donne di ogni tempo la forza e le ragioni per vivere in pienezza ed in modo sensato le difficoltà e le gioie che il cammino della vita presenta.

È per questo motivo che la Chiesa non si stanca mai di ribadire che il tema dei diritti umani non può prescindere dalla tutela della libertà religiosa la quale costituisce una risorsa feconda per uno sviluppo equilibrato della comunità nel suo insieme. Basti considerare in tal senso tutta la ricchezza che la tradizione religiosa cattolica e le altre tradizioni cristiane, come pure di altre fedi, hanno apportato alla storia mondiale ed il modo in cui abbiano operato come fattore di reale progresso scientifico e sociale.

Il recupero di una visione antropologica solida ed in grado di sostenere l’umanità dinanzi alle sfide del terzo millennio non può prescindere dal recupero di un dialogo fecondo tra fede e ragione, nei termini indicati da Papa Benedetto XVI nel magistrale discorso all’Università di Regensburg (12 settembre 2006). In quella circostanza il Pontefice oppose alla mentalità positivista e pseudo-scientifica il tentativo di una critica della ragione moderna dal suo interno mediante l’invito, secondo quelle che sono le parole testuali del discorso, ad un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa superando così la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verifìcabile nell’esperimento.

Questo dialogo tra fede e ragione purtroppo l’Europa ha interrotto, in parte anche bruscamente, nel corso degli ultimi due secoli, sino a commettere il grave e recente errore di disconoscere le proprie radici ebraico-cristiane. Questo, in fondo, mi sembra un aspetto decisivo per l’Europa di oggi e di domani, un aspetto spirituale: il rischio di divenire un corpo, magari anche apparentemente ben organizzato e molto funzionale, ma senza anima; il che è in profondo contrasto con la reale identità dell’Europa, invece ricca di storia, di tradizione e di umanità.

11. Quanto ho esposto finora, e mi avvio così a concludere, deve quindi sposarsi con una rinascita culturale ed un risveglio umano che la fede cristiana può e vuole contribuire a realizzare particolarmente nelle popolazioni di antica tradizione cristiana. In questo senso l’anno giubilare che sta per iniziare, indetto dalla bolla Misericordiae vultus (11 aprile 2015) di Papa Francesco, costituisce certo una grande occasione per poter opporre alla guerra ed ai suoi “volti” il volto della misericordia del Padre che il Signore Gesù Cristo rende presente (n. 1) e che è fonte di gioia, di serenità e di pace (n. 2).

 

*Segretario per i Rapporti con gli Stati – Santa Sede – intervento al Convegno dell’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo” sul tema: «I nuovi volti della guerra. Quali sfide per il diritto internazionale della pace?» (Roma, 9 ottobre 2015)