Un percorso informativo e formativo in vista della consultazione sul taglio dei parlamentari/4

Le ragioni del Sì. «Il primo passo per ridare senso alla rappresentanza politica»

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di Gioele Anni - Tra pochi giorni i cittadini italiani saranno chiamati a scegliere se approvare o respingere il taglio dei parlamentari. Per approfondire meglio i nodi principali del referendum abbiamo scelto di ascoltare le ragioni del “sì” e del “no”. Tra i favorevoli alla riforma si è schierato il costituzionalista Filippo Pizzolato, professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Padova.

Professore, quali motivazioni la spingono a votare Sì?
Ci tengo a premettere che il mio è un sì critico; ciò nondimeno voterò a favore della riforma  con un obiettivo ben preciso: l’approvazione del taglio dei parlamentari deve essere un segnale che i cittadini invieranno ai partiti per chiedere una migliore selezione della classe politica che restituisca autorevolezza al Parlamento e credibilità alla mediazione rappresentativa. Lo dico avendo a cuore la difesa della Costituzione, che non è prerogativa solo di chi vota “No”. Il senso del mio voto – e della riforma in generale – non è svilire la rappresentanza politica, bensì l’esatto contrario: può essere il primo passo per ridare senso alla rappresentanza. La vittoria del “No”, invece, potrebbe rafforzare lo status quo.

È possibile ridare senso alla rappresentanza riducendo il numero degli eletti?
Il cuore del mio ragionamento riguarda il ruolo dei partiti. I costituenti avevano immaginato una rappresentanza capillare dei cittadini in Parlamento mediata dai partiti che allora davano voce a effettivi mondi sociali dalla forte vitalità. Ma la rappresentanza parlamentare si è già ampiamente discostata dall’idea della Costituzione, ben prima di questo referendum, a causa della crisi dei partiti stessi, che si sono trasformati in consorterie sempre più finalizzate alla gestione del potere e sempre meno capaci di assicurare un legame con i territori. Il dilemma non è quindi tra una riforma parziale e la difesa della Costituzione; ma tra una riforma parziale e un assetto già ampiamente lontano dal disegno dei costituenti. Certo, sono d’accordo che sarebbe stato meglio agire direttamente sulla struttura dei partiti, per esempio promovendone per legge la democraticità interna. E tuttavia: è credibile questo scenario? È credibile che i partiti espongano immediatamente il cuore del loro potere? Resto convinto che sia opportuno dare un segnale nella direzione giusta: e che la riduzione dei parlamentari vada in questa direzione.

Con l’attuale composizione della Camera, un deputato rappresenta circa 90mila cittadini. Con il Sì alla riforma il rapporto passerebbe a uno ogni 150mila. Non ritiene che si ponga appunto un problema di rappresentanza?
No, per due motivi. Il primo ha a che fare con l’evoluzione dei livelli di rappresentanza dal 1948 a oggi: i Costituenti avevano immaginato le Regioni, che però sarebbero diventate effettive solo nel 1970; mentre le istituzioni europee rappresentative non erano ancora prevedibili. Oggi i cittadini eleggono rappresentanti di enti locali, regionali ed europei, dunque questa evoluzione storica va tenuta in conto e la riforma, in qualche modo, prende atto della diffusione della capacità rappresentativa su più livelli. Il secondo motivo riguarda il fatto che, in ogni caso, il rapporto tra partiti e territori è ai minimi termini. Sono abbastanza sicuro che il taglio dei parlamentari non avrà un effetto apprezzabile nell’opinione dei cittadini: già oggi, quante persone conoscono i parlamentari eletti nei loro collegi? Personalmente sono a favore di un sistema di rappresentanza che si apra sempre di più alle istanze federaliste e regionaliste, valorizzando le autonomie territoriali e sociali e la loro rappresentanza nella seconda Camera. L’idea che il Parlamento sia l’unico depositario della rappresentanza e della partecipazione democratica mi pare limitante e non conforme a una Costituzione fondata sul lavoro e tendente alla partecipazione sociale, economica e politica. C’era, nel dibattito costituzionale, l’idea del centralismo democratico, espressa anche da figure di spicco come Umberto Terracini. E tuttavia, alla fine, la loro idea è risultata minoritaria e la Costituzione riconosce e promuove una pluralità di canali istituzionali e sociali di partecipazione dei cittadini.

Ritiene che un Parlamento meno numeroso potrà essere più efficiente?
Il merito principale del referendum risiede nel fatto che potrà generare altri processi. Senz’altro, se alla riduzione seguirà una migliore selezione della classe politica, il Parlamento ne guadagnerà anche in efficienza. Quello di cui sono abbastanza sicuro è che il taglio non penalizzerà le Camere. Anzi potrebbe innescare un positivo accorpamento delle commissioni parlamentari. La speranza è che si inneschi anche una riflessione sulla differenziazione del Senato che non deve diventare un doppione in scala minore della Camera dei Deputati, ma un circuito di arricchimento della capacità rappresentativa del Parlamento (attraverso, appunto, l’espressione delle istituzioni territoriali). 

Finora non ha mai citato il tema dei costi della politica, uno degli argomenti più caldi nel dibattito.
Semplicemente non è uno dei motivi che incide sul mio voto, anzi ritengo che sia un argomento ambiguo. L’obiettivo della riforma non è di risparmiare sul Parlamento, ma di cominciare a ristabilire un rapporto più sensato tra elettori ed eletti. Al tempo stesso, trovo stucchevole l’irrisione del bisogno dei cittadini di maggiore sobrietà e l’argomento per cui il risparmio si ridurrebbe a un caffè per ogni cittadino. Quasi tutte le riforme – anche le più virtuose - potrebbero essere screditate in questo modo, dividendo il risparmio atteso per i 60 milioni di cittadini.

Eppure, i sostenitori del No segnalano che la riduzione dei parlamentari potrebbe essere fatale a molti piccoli partiti.
Chiediamoci se oggi i piccoli partiti riescano davvero a essere espressione di un pluralismo sociale vitale o se, piuttosto, non siano, più facilmente, creature al servizio di leadership narcisistiche. La riduzione potrebbe allora indurre ad alleanze tra e a ricomposizioni di schieramenti politici che si vedrebbero in parte forzati a smussare rivalità personali per trovare una concordia su idee politiche affini: anche questo mi sembrerebbe, in ottica complessiva, un effetto positivo della riforma. Il pluralismo partitico potrebbe cioè aderire in modo più sensato al pluralismo sociale.

I partiti della maggioranza di governo vogliono approvare, in caso di vittoria del Sì, una legge elettorale di tipo proporzionale. Sarebbe necessaria?
A mio parere la legge elettorale deve essere sensata a prescindere dal taglio dei parlamentari. Per esempio non ho condiviso l’approvazione del Rosatellum, un proporzionale con correttivo maggioritario, mentre trovavo più sensata l’impostazione del Mattarellum, un maggioritario con correttivo proporzionale. Anche per la legge elettorale, comunque, vale il concetto di fondo: dovrà avere l’obiettivo di ristabilire legami convincenti tra gli elettori e i loro eletti. In questo senso, spero che verranno prese in considerazione modalità come i collegi uninominali o il voto di preferenza.

La maggioranza intende anche modificare il criterio elettivo del Senato, da regionale a circoscrizionale.
A mio avviso sarebbe un errore, anzi su questo specifico punto faccio mia un’obiezione del “No”. L’ideale sarebbe affiancare al taglio dei parlamentari una riforma del Senato in chiave federalista: in questo modo sarebbe davvero potenziato il ruolo della Camera alta come espressione dei livelli territoriali.

Altro tema di scontro è l’elezione del Presidente della Repubblica: se passasse la riforma, i rappresentanti regionali acquisirebbero in proporzione una rilevanza molto maggiore. Anche su questo punto c’è un accordo nella maggioranza, per passare da tre a due rappresentanti per Regione. Ma non è detto che la legge sarà approvata.
Dal mio punto di vista, il fatto che i rappresentanti regionali possano contare di più nell’elezione del Presidente della Repubblica è solo un bene. Resto coerente col mio ragionamento, i territori devono avere una maggiore incisività nei processi di governo nazionali. E allora non trovo affatto sbagliato che il Presidente della Repubblica, il cui titolo esprime appunto la funzione di rappresentanza di tutto il Paese, sia eletto con un contributo più significativo da parte di chi è espressione degli enti territoriali.

Ha detto più volte che questa riforma è «un primo passo». Quale sarebbe la tappa successiva nel processo di manutenzione del nostro sistema democratico?
Una legge sui partiti che possa finalmente dare attuazione all’articolo 49 della Costituzione, per renderli davvero democratici. Ciò significa che i partiti dovrebbero sempre consultare almeno i propri associati nella scelta delle leadership e delle candidature. Sarebbe il colpo decisivo per far crollare l’oligarchia partitica in atto, ma è oggettivamente improbabile che tale innovazione possa avvenire – come primo atto - in questa fase storica e politica. Spero che il segnale della riduzione possa indurre i partiti ad avviare un serio ripensamento sul proprio ruolo.

Dopo i fallimenti delle riforme di Berlusconi nel 2006 e di Renzi nel 2016, torniamo a votare su una modifica costituzionale che però stavolta è estremamente circoscritta. È finito il tempo delle “grandi” riforme organiche, e si va verso una modifica graduale e “a piccoli passi” della nostra Carta?
Sarei contento se questo scenario si avverasse. Forse è davvero finita l’epoca in cui s’inseguiva il mito della grande riforma, e si può iniziare a perseguire il cambiamento con interventi più ristretti. C’è bisogno però che si mantenga una omogeneità di fondo, e che le riforme possano essere sempre condivise al di là dei recinti segnati dalle specifiche maggioranze di governo. Il percorso parlamentare di questa riduzione è stato tortuoso, ma l’ultima lettura alla Camera dei Deputati ha ricevuto l’ok da quasi tutto l’arco parlamentare. E a raccogliere le firme per il referendum non sono stati i cittadini, ma un ridotto numero di Senatori.