Le parole e le cose. Il domani della democrazia

Da «Dialoghi». La democrazia liberale scritta nella nostra Costituzione fa oggi fatica a vivere. L’impressione netta è che l’attività del governare e dell’amministrare sia ogni giorno di più in mano a una “élite del potere” impermeabile ai bisogni, ai desideri, alle critiche che provengono dal “basso”

La parola “democrazia” viene molto usata un po’ da tutti, in politica, nel dibattito culturale, nell’opinione pubblica. Forse non sarebbe male dire qualcosa in margine a questa inflazione del termine. Un elemento balza agli occhi immediatamente. Lo espongo così: fino a che punto quanti ricorrono a questo sostantivo sono consapevoli dei problemi che oggi caratterizzano i sistemi democratici? Proviamo a spiegarci.

La democrazia liberale fatica a vivere

C’è un aspetto, tanto inconfutabile quanto sottovalutato. Consiste nel fatto che la democrazia liberale scritta nella nostra Costituzione fa oggi fatica a vivere. Tra la parola e la cosa si è creato un abisso ogni giorno più marcato: la parola rimane, la cosa sta svanendo in alcuni suoi aspetti salienti. Dovrebbe bastare qualche cenno sintetico: il diritto/dovere alla partecipazione democratica è stato, da anni, reso vuoto a opera della nociva tradizione, messa in atto innanzitutto dai partiti, di scegliere a priori i candidati attraverso accordi che sviliscono il voto degli elettori, quel voto che è il primo dei diritti politici sanciti da ogni Costituzione democratica. Lo si è visto solo pochi giorni fa nel nostro Paese per l’ennesima volta, complice anche un sistema elettorale tanto distorto quanto sibillino.

Che ne è della partecipazione?

Domandiamoci poi che ne è della partecipazione che dovrebbe essere assicurata nello spazio offerto dalle autonomie locali in tutte le loro dimensioni (basta pensare alla regione, al comune, a quel che resta delle province e, su piano diverso ma non meno importante, alle diverse associazioni del volontariato). Idem come sopra, verrebbe spontaneo affermare: inutile dilungarsi. Invadenza dei partiti e difficoltà del pluralismo sociale hanno creato una sorta di barriera che separa le scelte del/dei “palazzi” dalle volontà dei cittadini. L’impressione netta è che l’attività del governare e dell’amministrare sia ogni giorno di più in mano a una “élite del potere” impermeabile ai bisogni, ai desideri, alle critiche che provengono dal “basso”. Ne approfitto per far osservare che anche in questo caso il lessico inganna, visto che il “basso” dovrebbe invece essere l’“alto”. Dalle lontane origini della democrazia moderna (basta ricordare La democrazia in America di Tocqueville scritta quasi due secoli fa) l’idea-cardine per un buon funzionamento di questo sistema è infatti l’attivazione e l’efficace funzionamento dei corpi intermedi, dal “comune” (town) in su. Si tratta di un’idea che nel campo del pensiero politico di matrice cattolica ha fatto non poca strada, ma ha ottenuto scarsi effetti concreti, salvo rare occasioni.

E che dire delle libertà individuali, annichilite dall’“occhio elettronico” che ci controlla in quasi tutte le fasi della nostra vita pubblica e privata (banche dati, telecamere onnipresenti, strumenti che elidono qualsiasi tutela in casi molto delicati, come i nostri numeri di telefono, i nostri recapiti, le nostre abitudini, cellulari che consentono di individuarci ovunque siamo e andiamo)?

Il rischio del capolinea

Tutto questo per dire cosa? Che la democrazia, oggi, non è solo in crisi passeggera, ma rischia di imboccare la strada del capolinea: forse vale la pena di riconoscerlo, se da questa crisi non vogliamo essere travolti passivamente. Invece i partiti, che hanno occupato ormai da tempo quasi tutto lo spazio pubblico, ci dicono con enfasi della loro fede democratica e della loro cura per le libertà. Eppure discorrono e agiscono già sulle rovine del sistema che, di volta in volta, si accingono a governare così com’è, tanto da fare venire il più che legittimo sospetto che le cose gli vadano benissimo così. È infatti più facile regolare un sistema che ha molti tratti di un incipiente e prepotente dispotismo mascherato che farlo al cospetto di un popolo che sappia difendere se stesso e i suoi diritti.

Da dove cominciare a cambiare le cose?

Molti segni, non unicamente nel nostro Paese, sembrano indicare che la “società civile” è il luogo, forse ancora informe ma promettente, da cui muovere: la capacità di autogestione, di organizzazione, di solidarietà espressa in tanti spazi e occasioni, ne documenta la vitalità e ne ha testimoniato più di una volta il ruolo di efficace supplenza di fronte alle mancanze dei poteri pubblici. Prendiamo il mondo giovanile più impegnato e capiremo subito che non risponde alla realtà la fraseologia distruttiva e cinica intesa a far passare l’idea che “abbiamo perso una generazione”. Nel nostro Paese i giovani sono soggetti significativi di resistenza crescente al cospetto delle storture e delle ingiustizie proliferate negli ultimi anni e oggi rese più gravi anche a causa delle emergenze in atto (dal covid, alla guerra russo-ucraina, alla degradazione dell’ambiente, agli scempi urbanistici, al disastro della scuola e dell’università).

È, in sintesi, urgente ricucire il filo tra “società civile” e Stato, liberando la prima dall’anomia e il secondo dalla subordinazione ai poteri forti che dominano il mercato e stringono la politica in un nodo ogni giorno più soffocante. Rieducare i soggetti che si muovono nell’una e nell’altro non solo alle regole, ma soprattutto all’etica della comunità democratica. Utopia? Preferirei parlare di coraggio del futuro.

Articolo pubblicato sul blog di rivistadialoghi.it, sito della rivista «Dialoghi», trimestrale culturale promosso dall’Azione cattolica italiana. Roberto Gatti è stato presidente della Società italiana di Filosofia politica e docente all’Università di Perugia. È direttore, insieme con Vincenzo Sorrentino, della rivista «Cosmopolis». Fa parte del Comitato di direzione della rivista «Dialoghi»

Autore articolo

Roberto Gatti