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La partecipazione nasce dalla comunione. E la cura resta il segreto della corresponsabilità

Le parole del Sinodo. Partecipazione

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Il percorso sinodale che stiamo vivendo ha tre punti luce fondamentali: comunione, partecipazione e missione. Sono le facce dell’unica realtà poliedrica che è la Chiesa: non si può comprenderla senza tener conto di una di esse. «Il Battesimo crea così una vera corresponsabilità tra i membri della Chiesa, che si manifesta nella partecipazione di tutti, con i carismi di ciascuno, alla missione e all’edificazione della comunità ecclesiale. Non si può comprendere una Chiesa sinodale se non nell’orizzonte della comunione che è sempre anche missione di annunciare e incarnare il Vangelo in ogni dimensione dell’esistenza umana. Comunione e missione si alimentano nella comune partecipazione all’Eucarestia che fa della Chiesa un corpo “ben compaginato e connesso” (Ef 4,16) in Cristo, in grado di camminare insieme verso il Regno».[1]

La comunione genera partecipazione

La partecipazione di ciascuno nasce da una bella esperienza di comunione vissuta nella fase dell’accoglienza, dell’ascolto e di un vero e proprio coinvolgimento nella vita della comunità. La partecipazione altresì si manifesta nel vivere un profondo senso di corresponsabilità nei confronti dell’intera vita comunitaria, di tutta la missione della Chiesa. Ognuno deve avvertire un profondo senso di appartenenza, essere messo a parte di quanto la comunità vive, esprimere il proprio pensiero e costruire assieme agli altri un’analisi della situazione, una sua interpretazione e progettare e realizzare un cambiamento.
Anche il singolo battezzato più debole, che si avvicina alla comunità semplicemente per chiedere qualcosa di cui ha bisogno, deve poter fare esperienza di una comunità che mentre lo aiuta già attiva in lui un protagonismo che gli spetta per il battesimo, secondo lo stile di Gesù, che attiva sempre la partecipazione responsabile dei suoi interlocutori, anche quando si presentano da lui in cerca di aiuto.

La corresponsabilità e la cura: come declinarle

Ogni guarigione o miracolo si conclude con l’annuncio che sia la fede del beneficiario ad aver ottenuto la salvezza. «Dare voce ai destinatari stessi della prestazione di cura lascia emergere ciò che dovrebbe sempre rappresentare l’unità di misura principe: il riscontro di chi la riceve».[2] Nell’episodio evangelico di Mc 5,25-34 alla donna emorroissa dichiara che la sua fede è stata a salvarla; a Giàiro dice di continuare ad avere fede; alla donna non chiede nulla in cambio, nemmeno di seguirla, lascia che continui a vivere nella folla, nel suo ambiente vitale; al padre e alla madre della fanciulla, oltre ad avere fede, chiede di continuare a fare i genitori.
Gesù attiva o riattiva la responsabilità personale, senza creare dipendenza dalla sua cura, ma abilitando alla cura degli altri. La corresponsabilità presuppone che ognuno metta le proprie competenze a servizio degli altri, ma lo stile della cura ci suggerisce un criterio fondamentale: non basta avere competenze spendibili nella comunità, ma sono davvero «comunitarie quelle competenze comunicativo-relazionali che esprimono la capacità [dei membri] di saper adeguatamente vivere di ‘concerto’ in vista della produzione/costruzione di ‘rappresentazioni condivise non solo delle soluzioni, ma anche dei problemi».[3]

Una Chiesa sinodale promuove il passaggio dall’”io” al “noi”

È importante che lo stile del proprio servizio crei comunione oltre che (e prima ancora di) esibire una competenza. La corresponsabilità ha bisogno di una cura costante del coinvolgimento di tutti: «una Chiesa sinodale promuove il passaggio dall’”io” al “noi”».[4] Non si può dare per scontata la partecipazione. Ecco perché la cura resta il segreto della corresponsabilità.
Accorgersi gli uni degli altri, non solo rispetto agli impegni educativi o pastorali, ma anche per questioni personali ed esistenziali; avere il coraggio di creare una tregua nei nostri ritmi frenetici e scanditi dalla programmazione per “perdere tempo” ad ascoltarci; incamminarsi al fianco di qualcuno che ha particolarmente bisogno di attenzione, senza perdere di vista tutto il resto: tutto questo genera e nutre una sinodalità reale e solida, anche se mai definitiva e scontata, vissuta nella «sana inquietudine dell’incompletezza».[5]

Partecipazione e spirito di squadra

La partecipazione è vissuta in maniera eminente attraverso gli organismi di partecipazione, che bisogna valorizzare e renderli un’esperienza di vera comunione e corresponsabilità, avendo cura che le dinamiche di confronto e discernimento non mortifichino mai la dignità battesimale di nessuno. Questo genera lo spirito giusto affinché ciascuno a sua volta possa vivere la missione della Chiesa, facendola propria sempre e ovunque, anche in ambienti diversificati, secondo tempi e ritmi specifici della propria esistenza. Lo spirito di squadra deve accomunare ogni giocatore sia nello spogliatoio (esperienza comunitaria ecclesiale) che nel campo (la vita quotidiana).


[1] SINODO DEI VESCOVI, Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione, Instrumentum laboris della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Roma 29 maggio 2023, 20.
[2] F. G. MENGA, Cura, Corriere della Sera, Milano 2023, 105.
[3] D. SCARAMUZZI, Quotidiano ecclesiale. Corso per la formazione cristiana, SaoKoKelleTerre Editrice, San Giovanni Rotondo 2018, 82.
[4] SINODO DEI VESCOVI, Instrumentum laboris, 25.
[5] Ibidem, 29.

Don Salvatore Miscio è presbitero dell’arcidiocesi di Manfredonia – Vieste – S. Giovanni Rotondo. Vicario episcopale per la pastorale e referente diocesano per il Sinodo. Parroco della Sacra Famiglia in Manfredonia. Docente di Ecclesiologia e Mariologia al ISSR di Foggia. Assistente regionale (Puglia) per l’Università Cattolica. Con l’Editrice Ave ha pubblicato: Dio del cielo vienimi a cercare. Faber, uomo in ricerca (2016), Per una chiesa sinodale. Mai senza i giovani! (2022), Perché mi cerchi? Esercizi di ascolto nel vangelo di Luca (2022).

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