Lavoro povero: l’Ue chiede il salario minimo

La direttiva europea sul salario minimo è un primo passo avanti e può aiutare a costruire un equilibrio dei salari anche in Italia, il Paese dell’Ue in cui il potere di acquisto degli stipendi è calato di più negli ultimi trent’anni

Un elemento di civiltà e di giustizia sociale. In Italia ancora oggi sono molti (troppi) i lavoratori (del comparto domestico o gli operai agricoli, in particolare) che non guadagnano più di 3 0 4 euro l’ora. L’equivalente di un chilogrammo di pane. Uno scandalo. Una realtà non più tollerabile che denuncia la negazione di un dettato costituzionale. L’art. 36 della Costituzione italiana sancisce, infatti, che: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. La recente Direttiva Ue sul salario minimo non obbliga l’Italia ad alcunché – perché nel nostro Paese la contrattazione collettiva supera la soglia dell’80% dei lavoratori – ma è indubbio che essa offra un’opportunità per quel 15- 20% di “lavoratori poveri”, cioè sottopagati, che in genere restano fuori da ogni dibattito politico e sindacale, anche perché privi -appunto – di un’adeguata forma di rappresentanza e contrattazione collettiva.

Nello specifico la Direttiva su cui si è raggiunto l’accordo tra Commissione, Parlamento e Consiglio Ue si limita a indicare il problema della povertà lavorativa, a fissare parametri oggettivi per la misurazione dell’adeguatezza relativa dei livelli minimi (non inferiori al 60% del salario mediano) e a sollecitare un impegno affinché i salari minimi siano appunto “adeguati ed equi”. Ricordiamo che il salario minimo è una soglia fissata da ciascuno Stato sotto il quale nessun datore di lavoro può scendere nel pagamento delle prestazioni lavorative. Di norma i contratti collettivi fissano queste soglie per ciascuna categoria di lavoratori, lasciando però scoperta – come dicevamo – un’enorme fetta di lavoratori, cui manca una sorta di paracadute che scongiuri paghe troppo basse. Per questo il salario minimo andrebbe a colmare questo buco.

Ad oggi il salario minimo esiste in 21 paesi su 27 dell’Unione Europea. Non lo hanno Italia, Danimarca, Finlandia, Austria, Svezia, Cipro. Le differenze sono notevoli: si va dai 332 euro al mese della Bulgaria ai 2.000 del Lussemburgo. In totale sono otto gli Stati dove si supera quota 1.000 euro: Slovenia (1.074 euro), Spagna (1.126 euro), Francia (1.603 euro), Germania (1.621 euro), Belgio (1.658), Paesi Bassi (1.725 euro), Irlanda (1.775 euro). L’idea delle istituzioni europee è di rispettare le diverse tradizioni di welfare dei Ventisette, arrivando però a garantire un tenore di vita dignitoso, a ridurre le disuguaglianze e a mettere un freno ai contratti precari e pirata. Si mira poi a “rafforzare il ruolo delle parti sociali e della contrattazione collettiva”.

Tra i punti della proposta europea c’è la necessità di legare i salari all’inflazione oppure al costo di un paniere di beni specifico. Ci saranno eccezioni per determinate categorie di lavoratori. Il punto centrale sarà la definizione di salario minimo adeguato. Gli Stati membri dovrebbero fissare i loro salari minimi legali e valutarne l’adeguatezza in base a criteri numerici. Un punto in discussione è l’articolo 6 sulle “variazioni e trattenute”. Ovvero le voci attribuite al salario come la divisa o i costi perla strumentazione che potrebbero portare a un impoverimento del valore totale.

L’Italia è uno dei sei paesi Ue senza salario minimo. Dal primo ottobre la Germania lo porterà a 12 euro l’ora. La proposta di cui si discute in Italia prevede un reddito minimo pari al 60% del salario mediano lordo. Oppure al 50% del salario medio lordo. In Italia, nel solo settore privato, questi due valori corrispondono a 10,59 euro e 7,60, quindi la cifra media è 9 euro. Questo vuol dire avere salari netti di poco superiori a mille euro al mese.

Attualmente sono 4,6 milioni i lavoratori che percepiscono meno di 9 euro: si tratta del 30% del totale, del 26% di quelli privati, del 35% degli operai agricoli e del 90% dei lavoratori domestici. Portare il salario minimo a 9 euro l’ora significherebbe far arrivare nelle tasche dei lavoratori un totale di 8,4 miliardi in più al netto delle maggiori tasse che incasserà lo Stato. Mentre fissarlo a 9 euro l’ora porterebbe 3,4 miliardi in più a 2,6 milioni di addetti. Ma prima bisognerà capire in che modo verranno calcolati i contributi, il Tfr e le tredicesime.

In conclusione, la direttiva Ue sul salario minimo è un primo passo avanti e può aiutare a costruire un equilibrio dei salari anche in Italia, il Paese dell’Ue in cui il potere di acquisto degli stipendi è calato di più negli ultimi trent’anni. È tempo di dare fiato ai salari più bassi con un intervento sul lavoro povero e proseguire con un’azione sistematica sulla contrattazione che garantisca un rinnovo tempestivo dei contratti e meccanismi che tengano conto, senza automatismi, dell’inflazione. Senza tralasciare un intervento (possibilmente pluriennale) di taglio delle tasse sul lavoro, già partire dalla prossima manovra.

Nell’immediato, però, bisogna partire dal lavoro povero. Una soluzione, proposta dal ministro del Lavoro Orlando, è di prendere come salario minimo il Trattamento economico complessivo dei contratti maggiormente rappresentativi, settore per settore. Confindustria e una fetta di Parlamento hanno già annunciato di non essere favorevoli.

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Redazione

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