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Rosy Bindi racconta don Milani a cento anni dalla nascita

L’attualità del Priore di Barbiana

Parlare di don Lorenzo Milani oggi è «rimettere al centro la Chiesa, la dignità del lavoro, la scuola, la Costituzione». Così l’ex ministro oggi presidente del Comitato per le celebrazioni del centenario della nascita: «Questo sacerdote tanto discusso e tanto strumentalizzato, deve essere liberato dalle etichette, per essere riconosciuto nella sua originale testimonianza di fede e umanità»

Un campanile disperso tra i monti dell’Appennino toscano, e nella canonica della chiesetta di Sant’Andrea una scuola, che ha fatto scuola. Basta pensare a Barbiana, frazione nella provincia di Firenze, e a don Lorenzo Milani, per riconoscere a occhio nudo l’impegno di una Repubblica che opera per «rimuovere gli ostacoli» che «impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Quel sacerdote ed educatore straordinario, che accoglieva i suoi studenti con il cartello “I Care”, “mi importa”, nasceva il 27 maggio di cento anni fa.

Un prete sostenuto da una fede profonda e “scomoda”

«Ci sono voluti cinquant’anni perché un pontefice venuto dalla fine del mondo, Papa Francesco, restituisse piena cittadinanza al pensiero e all’operato di don Lorenzo» ha sottolineato Rosy Bindi, ex ministro e presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita del sacerdote. I festeggiamenti si aprono oggi sabato 27 maggio a Barbiana, alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella.
«È stato un prete sempre sostenuto da una fede profonda, appassionato e obbediente, ma anche una figura “scomoda”, che ha sofferto molto per la Chiesa». Quella di don Milani è stata una vita sconvolta dalla compassione viscerale per i ragazzi senza speranze, quelli “derubati” del futuro già da adolescenti. Un messaggio di uguaglianza e cura particolare per i giovani, il suo, che oggi sembra essere più attuale che mai. Anche se, al suo tempo, «non era un mistero la diffidenza nei suoi confronti da parte della Curia fiorentina e vaticana». Un’incomprensione dovuta al “pensiero sociale” molto avanzato del giovane sacerdote, vero precursore delle novità del Concilio Vaticano II. Dopo il periodo a San Donato di Calenzano, infatti, dove aveva fondato una scuola popolare, fu inviato quasi in “esilio” nel 1954 nel paesino montano di Barbiana, dove al contrario lui con una manciata di studenti fu capace di sognare un concetto rivoluzionario di educazione.

Ancora oggi è dirompente il suo amore per gli emarginati

«Don Lorenzo era insofferente per una fede praticata per abitudine – ha continuato Bindi -, e ancora oggi è dirompente il suo esempio di amore per gli emarginati». Nessuno, dunque, doveva restare senza una seconda opportunità. Tutti dovevano potersi interessare, aprire un giornale e farlo diventare il proprio libro di storia collettiva. «Barbiana è stata un esempio di innovazione pedagogica, che metteva insieme il lato tecnico con la teoria». Era una scuola a tempo pieno, senza ricreazione né vacanze, dove non si potevano perdere minuti preziosi, «perché il divario tra i signorini e i poveri era troppo grande» e si dovevano formare cittadini consapevoli. Cruciale nel Priore fu il sentimento di dolore profondo per le disuguaglianze sociali, che a un secolo dalla sua nascita «può dire ancora molto all’Italia, che ha uno dei tassi più alti di dispersione scolastica in Europa». Fare scuola, «servire i figli degli operai e dei contadini, era il suo modo per servire la Verità, per riscattare i poveri e insegnare loro a tenere la testa alta nel mondo».

A cambiare tutto fu un’«indigestione di Gesù Cristo»

Eppure, il maestro fiorentino di Barbiana non era nato povero tra i poveri, ma abbracciando la chiamata di Dio, i poveri li aveva scelti. «Da rampollo di famiglia borghese, si era lasciato alle spalle tutti gli agi. Diciamo che negli anni Trenta, prima del seminario, era uno di quelli che poteva guardare tutti dall’alto in basso». A cambiare tutto fu un’«indigestione di Gesù Cristo», come ha raccontato il suo padre spirituale don Raffaele Bensi, a vent’anni, nell’estate del 1943. Tanto più che nell’autunno di quello stesso anno entrò in seminario. «Aveva capito da subito che l’unica soluzione per mettersi al servizio degli ultimi era abbattere il muro di ignoranza che li teneva fuori dalla vita sociale e religiosa. Doveva aiutarli a fare loro la “parola”, sia quella sacra della Bibbia che quella più laica, della Costituzione, delle leggi, dei contratti di lavoro».

Quell’“I Care” che si contrappose al “me ne frego” dei fascisti

E dunque parlare del Priore di Barbiana oggi è «rimettere al centro la Chiesa, la dignità del lavoro, la scuola, la Costituzione». Perché, ha aggiunto Bindi, «cos’altro vuol dire quell’“I Care”, usato in contrapposizione al “me ne frego” dei fascisti, se non un invito a partecipare? Quel “mi importa” è proprio il cuore della buona politica che affronta i problemi reali e forma i cittadini». Ma l’attualità di Milani sta anche «nelle argomentazioni con cui denunciava il lavoro minorile, le violenze della guerra o difendeva il diritto allo sciopero».

Un anno alla riscoperta del magistero di don Lorenzo

Per questo, ha concluso l’ex ministro, «questo sacerdote tanto discusso per la sua fedeltà al Vangelo e tanto strumentalizzato, deve essere liberato dalle etichette, per essere riconosciuto nella sua originale testimonianza di fede e umanità». È questo l’obiettivo del Comitato nazionale, nato su proposta della Fondazione don Milani e istituito dal ministero della Cultura, che per tutto l’anno proporrà eventi e dibattiti nelle città italiane alla riscoperta del magistero di don Lorenzo. E in particolare della sua idea rivoluzionaria di scuola, espressa in Lettera ad una professoressa, libro scritto dal Priore insieme ai suoi alunni di Barbiana e pubblicato pochi giorni prima della sua morte, nel giugno del 1967. «Insieme scrivono che la scuola selettiva: “è un peccato contro Dio e contro gli uomini. Ma Dio ha difeso i suoi poveri. Voi li volete muti e Dio v’ha fatto ciechi”».

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