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L'omelia di mons. Giuliodori

Lasciamoci guidare dalla creatività dello Spirito Santo

La liturgia della Parola ci mette di fronte ad uno snodo centrale della vicenda evangelica. Gesù, usando uno strumento che oggi va molto di moda, il sondaggio d’opinione, pone i suoi discepoli davanti alla questione della sua identità per giungere poi ad interpellarli direttamente: “Voi chi dite che io sia?”. Gli autori sinottici inseriscono tale vicenda al centro della narrazione evangelica perché da questo momento in poi il cammino si fa deciso verso Gerusalemme e la manifestazione della sua identità come Messia viene a coincidere con l’annuncio dell’evento pasquale che si compirà nella Città Santa, come narrato nei versetti che seguono (vv.21-23). 

Identità e missione sono pertanto inseparabili se vogliamo comprendere chi è veramente il Figlio dell’uomo. Ciò che Gesù dice di essere si manifesta attraverso ciò che fa e le opere da Lui compiute rivelano la sua identità.

La relazione con Cristo

Questo vale anche per chiunque entri in relazione con Lui. Il dinamismo proprio della fede cristiana risulta evidente anche dalla sequenza narrativa per cui, alla professione di fede fatta da Pietro sotto l’ispirazione del Padre celeste: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, segue il conferimento di una missione fondamentale per la vita dell’apostolo e per il futuro della Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. È importante comprendere che la relazione con Cristo, mentre ci consente di approfondire la sua identità, ci rende partecipi della sua missione salvifica. È pertanto chiaro che dalla professione di fede discende sempre anche un impegno e un coinvolgimento missionario.

Umanità e divinità

Professare e testimoniare che Gesù è il Messia, in quanto Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, ci fa capire che nella sua persona sussiste la pienezza dell’umanità e della divinità. Un tale incontro, inoltre, ci consente di recuperare lo spessore della nostra esistenza, sospesa tra lo smarrimento e la perdizione, causate dal peccato, e l’anelito alla pienezza della vita divina, frutto della grazia salvifica donataci nella Pasqua dal Signore Gesù.

Entrando in relazione con Lui conosciamo meglio anche la nostra umanità e la nostra vocazione alla vita soprannaturale. Come rileva in modo efficace Pascal «La conoscenza di Dio senza la conoscenza della propria miseria genera l’orgoglio. La conoscenza della propria miseria senza la conoscenza di Dio genera la disperazione. La conoscenza di Gesù Cristo sta fra l’una e l’altra, poiché in essa troviamo Dio e la nostra miseria» (Pensieri, 181). Cito Pascal perché il 19 giugno scorso abbiamo celebrato i 400 anni della sua nascita e Papa Francesco l’ha voluto ricordare con una bellissima lettera “Sublimitas et Miseria Hominis”, che vi invito a leggere.

Potremmo meglio esprimere dal punto di vista teologico questo aspetto fondamentale dell’incontro con Cristo attraverso la riflessione del Concilio Vaticano II, così come fa anche il Catechismo della Chiesa Cattolica: «“Cristo […], proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22). È in Cristo, “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), che l’uomo è stato creato ad “immagine e somiglianza” del Creatore. È in Cristo, Redentore e Salvatore, che l’immagine divina, deformata nell’uomo dal primo peccato, è stata restaurata nella sua bellezza originale e nobilitata dalla grazia di Dio». (n. 1701).

Così, sempre attingendo al genio filosofico e spirituale di Pascal, è possibile affermare che: «Gesù Cristo è lo scopo, il centro a cui tutto tende. Chi lo conosce, conosce la ragione di tutte le cose» (Pensieri, 419). È a questa conoscenza sempre più profonda che dobbiamo tendere. Non basta una professione formale, solo dottrinale, occorre entrare nel mistero e nel dinamismo proprio dell’amore divino, come insegna San Paolo nella seconda lettura che abbiamo ascoltato: «O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! […] Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose».

Il mistero di Cristo

Pensiamo un momento a come nella nostra vita questo processo si è attuato: abbiamo cominciato con vissuti familiari ed ecclesiali legati all’iniziazione cristiana, e in parallelo con qualche nozione di catechismo che ci hanno condotto ad un primo incontro con Cristo. Poi via via, in un crescendo di esperienze concrete, abbiamo capito qualcosa di più del mistero di Cristo. Comprendendo meglio abbiamo amato di più; amando e servendo di più si è anche ampliata la nostra conoscenza di Cristo e della Chiesa.

In questo processo, spesso complesso e imprevedibile, perché guidato dallo Spirito Santo e intrecciato con la nostra libertà, cresce la comprensione dell’insondabile mistero di Cristo. Conoscenza e amore, professione di fede e impegno missionario, vanno di pari passo e alimentano il circuito virtuoso dell’esperienza spirituale ed ecclesiale. Non basta la sola conoscenza e neppure il solo esercizio della solidarietà, ma, come ci ricorda San Paolo, «agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,15).

Professione di fede o religiosità di facciata

Qui però emerge il grande problema del nostro tempo perché, come abbiamo riscontrato anche in queste nostre giornate di riflessione e confronto, assistiamo alla crescente frattura tra la professione di fede o una certa religiosità di facciata e la reale partecipazione alla missione di Gesù e della sua Chiesa. Ci troviamo di fronte ad uno dei drammi più rilevanti dell’esperienza religiosa contemporanea: la separazione tra la fede e la vita, come attestano tutte le analisi più recenti.

Basta vedere Armando Matteo, con le varie pubblicazioni sulla “Prima generazione incredula”; Andrea Riccardi, con il volume La chiesa brucia. Crisi e futuro del Cristianesimo; Roberto Cipriani, “L’incerta Fede”; Franco Garelli, “Gente di poca fede”; Luca Diotallevi, “Fine corsa. La crisi del Cristianesimo come religione confessionale”; Brunetto Salvarani, “Senza Chiesa e senza Dio”; Sergio Massironi, “Cattolico cioè incompleto” e potremmo continuare a lungo…

Sperimentiamo, in modo sempre più evidente – e ne vediamo le molteplici conseguenze –, come una certa iniziazione cristiana, fatta solo di nozioni, conduce i bambini a professare la fede in modo formale ed esteriore per cui, di fatto, non segna la vita e non attiva alcuna missione.

Si continua ad affermare che con il Battesimo si è uniti a Cristo e si diventa partecipi della sua morte e risurrezione, ma poi l’agire, le scelte e gli stili di vita non rivelano affatto un dinamismo pasquale e non assumono i caratteri di una missione testimoniale.

Si dice che siamo parte del corpo di Cristo e che siamo chiamati a edificare, ciascuno per la sua parte, quella Chiesa fondata sulla pietra angolare che è il Cristo stesso e di cui Pietro è fatto garante, ma molti si dimenticano che occorre essere davvero pietre vive e operose all’interno della comunità ecclesiale e nella società e non schiavi di quella “ego-logia” – espressione quanto mai efficace evocata ieri – che sembra essere il vero mantra, ossia pensiero dominante, del nostro tempo.

Catechesi, professioni di fede e vissuti religiosi svuotati della loro componente di reale sequela e di concreta missionarietà finiscono per diventare evanescenti e conducono all’abbandono della fede e della vita ecclesiale o ad un’appartenenza solo anagrafica.

Non dobbiamo rassegnarci

Ma noi non dobbiamo e non possiamo rassegnarci. Ce lo impediscono la nostra fede in Cristo, sincera e concreta, la nostra esperienza ecclesiale, faticosa ma entusiasmante – come abbiamo sperimentato anche nella giornata di ieri –, la nostra appartenenza all’Azione cattolica, un vero dono di grazia – come abbiamo visto la prima sera –, che ci ha immessi nel dinamismo sorprendente e affascinante della gratuità e del servizio, veri contrassegni della carta d’identità del cristiano: “Vi riconosceranno da come vi amate!” (cfr. Gv 13,34-35).

Se molte porte sembrano chiudersi nell’esperienza di fede delle donne e degli uomini del nostro tempo, ci confortano e ci incoraggiano le parole di Gesù a Pietro: «A te darò le chiavi del Regno dei cieli…», conferma di quanto già accaduto a Eliakìm e narrato nella prima lettura che abbiamo ascoltato.

Lasciamoci guidare dalla creatività dello Spirito Santo

Queste chiavi sono affidate in particolare a Pietro e ai suoi successori, ma sono anche nelle nostre mani. Abbiamo una grande responsabilità. Anche dalle scelte e dalla testimonianza della nostra Associazione dipende se certe porte si chiudono o si aprono per gli uomini del nostro tempo.

Quanto abbiamo vissuto in questi giorni ci ha reso ancora più consapevoli che non ci manca la chiave per aprire la porta di un impegno serio e coraggioso del laicato nell’ottica di una vera e profonda corresponsabilità di tutti nella Chiesa; che possediamo la chiave per contribuire ad una crescita della sinodalità, della comunione e della collaborazione all’interno della comunità ecclesiale; che possiamo aprire la porta del dialogo e del confronto con le realtà più diverse in ambito religioso e civile promuovendo, giustizia, solidarietà e pace; che dalla ricca tradizione associativa e dal cammino unitario e intergenerazionale ci è data la chiave per spalancare le porte della speranza e della profezia…

Lasciandoci quindi guidare con docilità dalla creatività dello Spirito Santo – proprio come stiamo facendo –, e dando piena attuazione al “Progetto formativo”, possiamo essere fiduciosi che riusciremo ad aprire molte porte. 

Vorrei concludere proprio con un passaggio di questo Testo che ben riassume quanto abbiamo detto: «Ciò che è accaduto ai primi discepoli accade ai discepoli di tutti i tempi: non si può dire di sì e continuare a vivere come prima. Questo spinge immediatamente alla condivisione del dono ricevuto attraverso la missione. La risposta al dono di Dio dà un’impronta nuova all’esistenza, perché impegna – ad ogni età – all’ascolto e alla preghiera, al discernimento che rende liberi, a vivere ogni giorno la novità dell’esistenza e a far trasparire nella vita quotidiana i tratti di un’umanità realizzata e piena» (Cap. 6, p. 68). 

Da questo nostro sogno, che è il sogno di Dio, nasce e prende forma la Chiesa che sogniamo! Amen.

(omelia integrale dell’assistente ecclesiastico generale dell’Ac, mons. Claudio Giuliodori di domenica 27 agosto – per l’omelia del card. Zuppi del giorno precedente clicca qui)

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