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Sinodo e donne: un passo avanti

Anche laici e laiche con diritto di voto

foto: Shutterstock
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La notizia è stata data soprattutto così: Sinodo “non solo” dei vescovi: anche le donne avranno diritto di voto (il titolo è di Avvenire, ma si accodano il Corriere e La Repubblica). Segue spiegazione dettagliata delle novità introdotte, che in realtà non riguardano soltanto le donne. Qualche giornale ha cercato di dirlo già nel titolo: Donne e laici al Sinodo (DomaniIl Giornale), encomiabile intenzione che però ha la conseguenza di indurre un’equazione tra uomini e laici, come se le donne facessero categoria a sé. La stampa ufficiale del Vaticano corregge: Sinodo, anche laici e laiche con diritto di voto.

Ciò che è stato fatto

Cos’è successo, ormai lo sappiamo: il 26 aprile l’Ufficio Stampa vaticano ha reso pubblico un documento che spiega alcune modifiche disposte da papa Francesco in vista dell’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi che si terrà a ottobre. Quelle principali sono:

  1. Più rappresentanza geografica dei vescovi: anche le diocesi che non fanno parte di una Conferenza episcopale potranno eleggere un vescovo. In Europa, per esempio, si aggiungono l’arcidiocesi del Lussemburgo, del Principato di Monaco, l’Amministrazione Apostolica dell’Estonia e la diocesi di Chişinău (Moldavia), più una Chiesa maronita a Cipro e una greco-cattolica a Mukachevo (Ucraina).
  2. Considerazione degli Istituti religiosi femminili: finora gli Istituti di vita consacrata erano rappresentati da 10 religiosi votanti, ora invece ci saranno 5 religiosi e 5 religiose, eletti/e rispettivamente dall’Unione dei Superiori generali e dall’Unione internazionale delle Superiore generali. Le prime 5 donne votanti sono in questa quota.
  3. Considerazione della pluralità del popolo di Dio: altre 70 persone avranno diritto di voto – presbiteri, diaconi, consacrati/e, e laici/che, provenienti dalle Chiese locali. Almeno 35 dovranno essere donne, e possibilmente ci saranno anche giovani. A differenza di vescovi e rappresentanti degli istituti religiosi, queste 70 persone non saranno elette ma nominate. Ecco la procedura: le 6 Riunioni internazionali di Conferenze episcopali (America Latina, Africa-Madagascar, Asia, Europa, Oceania, USA-Canada) e l’Assemblea dei Patriarchi delle Chiese Orientali Cattoliche, proporranno ciascuna una media di 20 nomi, metà uomini e metà donne, che confluiranno in una lista di 140 persone. Il Papa ne sceglierà 70.

L’ingresso delle donne al voto, perciò, fa parte di un quadruplice allargamento della partecipazione: su base territoriale (più vescovi da più latitudini), di genere (anche donne), ministeriale (laici/che, diaconi, consacrati/e), generazionale. Com’è sempre accaduto nella storia, quando finalmente si coinvolge “l’altra metà del mondo” nella ricerca del consenso (e per la Chiesa le percentuali delle donne vanno ben oltre la metà!) un fascio di luce viene gettato anche su tutte le altre “minoranze” – diocesi extra – Conferenze Episcopali, giovani, laicato. Per questo motivo è comprensibile che la prima notizia a emergere sui giornali sia “il voto alle donne”: perché è l’evidenza che si stia dando credito alle differenze.

Ciò che c’è da fare

Queste modifiche sono da leggere nell’ottica di un processo, tutto da realizzare nell’intreccio tra norme, soggetti, contesti. Intanto però ci avviano a lavorare in almeno due direzioni:

  1. Imparare che i vescovi non sono soli e non sono neutri. Il documento specifica che i laici e le laiche presenti a ottobre dovranno essere per i vescovi “memoria viva della fase preparatoria” del Sinodo. Ciò significa che dovranno ricordare loro che il ministero episcopale non è un ministero solitario. Di più, i/le 70 nuovi votanti ricorderanno ai vescovi che sono parziali: che sono uomini in una Chiesa di molte donne, presbiteri in una Chiesa di laici e laiche, adulti e anziani in una Chiesa che conta anche giovani. Le Chiese che essi custodiscono nella fede sono Chiese variegate ed è in questa differenza che soffia lo Spirito.
  2. Raccogliere la ricchezza delle pratiche democratiche. Dal documento risulta che laici e laiche non saranno rappresentanti di un gruppo ma, appunto, “memoria della fase preparatoria”. Eppure, non bastavano i tavoli di ascolto e la presenza di uditori/uditrici a questo scopo? No, serviva un riscontro reale della sinodalità anche al livello della forma della Chiesa: in questo caso il voto. Qui c’è forse un compito per l’Ac e per tutte le associazioni laicali, esperte di pratiche ecclesiali: mostrare come i meccanismi democratici non siano nemici della sinodalità ma possano renderle servizio. D’altronde, in Sinodo, nessuno vota a titolo personale o in delega di qualcuno, ma portando con sé ed esprimendo secondo lo Spirito la comunità da cui proviene. Perciò la decisione di aprire il voto a persone così disparate è preziosa: è l’avvio di una pratica possibile di Chiesa.

*l’autrice dell’articolo è consigliera nazionale del settore Giovani di Ac e teologa del Coordinamento teologhe italiane

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