Maria Dutto è tornata alla casa del Padre

Laica di Ac, donna del Concilio

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La Presidenza nazionale e l’associazione tutta salutano con la preghiera e l’affettuoso ricordo il ritorno alla casa del Padre di una grande donna di Azione cattolica, Maria Dutto. Straordinario esempio di laica cattolica e di intelligenza fedele alla Chiesa, nutrita da una fede profonda, coltivata nell’amore del Cristo salvatore e sempre rigenerata dall’impegno per il bene del prossimo. Già presidente dell’Opera Impiegate, realtà fondata da padre Agostino Gemelli nel 1912 per assistere donne in difficoltà che arrivavano a Milano per lavoro, dal 1976 al 1983 guidò come presidente diocesano l’Azione cattolica ambrosiana. Fu amica e preziosa collaboratrice del card. Carlo Maria Martini. Anche in tempi recentissimi, nonostante la fatica degli anni, non fece mai mancare il suo sostegno, la sua testimonianza di fede e di passione associativa, il suo bellissimo sorriso pieno di speranza per il futuro. Nell’ultimo incontro con i giovani dell’Ac ambrosiana, lo scorso 26 maggio, così diceva loro: «Sessant’anni fa cantavamo: la mano all’opra, gli occhi e il cuor lassù, avanti, avanti, avanti per Gesù. Se lo cantavo allora, vale ancora oggi: la mano all’opra, cioè quello che la sorte mi riserva ancora, per le mani che posso ancora mettere nel fango della vita, però con gli occhi e il cuore lassù, non contro, non per tacitare le paure e… avanti!».
Qui la ricordiamo proponendovi il ritratto tracciato dallo storico Ernesto Preziosi:
LA VITA INTERA AL SERVIZIO DI UN GRANDE IDEALE

E un suo scritto dedicato alla Chiesa del Vaticano II:
Ricordi, emozioni, insegnamenti degli anni del Concilio
di Maria Dutto

Mi hanno chiesto di raccontare, quindi non ho la preoccupazione di fare una lezione, racconto… Devo dire che sulle prime non volevo farlo, perché dovevo andare indietro di 40anni, e a me non piace vivere di fotografie ingiallite... Quando già avevo detto di no, ho trovato il vecchio testo del Concilio (questo che ho in mano è l’originale di allora, con dentro tanti fogli ingialliti). Allora mi sono detta: che cosa mi aveva provocato il Concilio? Ho aperto il testo e ho visto tutte le sottolineature, che non sono recenti, non le ho fatte adesso. È come se l’onda lunga dei ricordi mi avesse preso, l’onda delle persone e di quei tre anni famosi. Se mi chiedete emozioni, queste le posso dire andando a ritroso.

Premessa
L’8 dicembre 2005 si è ricordata, a 40anni di distanza, la felice data della chiusura del Concilio Vaticano II. Una occasione per riprendere il messaggio che il Concilio Vaticano II ha dato a tutta l’umanità.
Della sua importanza, dei grandi cambiamenti che il Concilio ha portato alla Chiesa e all’umanità, ne devono parlare gli esperti. Così com’è compito degli storici ripercorrere il cammino non sempre facile sia della sua preparazione che dei tre anni di lavoro, precisamente dall’11 ottobre 1962 all’8 dicembre 1965. Ad una semplice laica come me è chiesto di ricordare e di esprimere “emozioni” che in quegli anni lontani e ricchissimi ho provato.

Parto dalle emozioni
Nel 1962 io avevo 33 anni e quando il Concilio si è chiuso 36. A quei tempi non si era più “giovani”. E vi dico questo perché c’è un piccolo antefatto (o grande antefatto) agli anni del Concilio che io ho avuto la fortuna, non per merito mio, di vivere.. Dal 1960 al 1967 ero stata chiamata nella Giunta Diocesana dell’AC - allora c’erano ancora tutti rami dell’AC, dalle donne ai giovani, alle ragazze. Presidente dal 1960 al 1964 era stato il dott. Giancarlo Brasca, una bellissima figura di laico, di milanese che bisognerebbe riscoprire e dal 1964 al 1967 il prof. Lazzati.
Già nella Gioventù Femminile di AC avevamo vissuto una stagione ricca di formazione, di studio, di interiorizzazione della liturgia, di impegno sociale e politico. Attraverso le due presidenze sopra ricordate si era sottolineato l’impegno di una forte spinta alla evangelizzazione, soprattutto dei lontani ad opera di Brasca e una affermazione sempre più limpida e profonda del ruolo dei laici nella Chiesa e nel mondo ad opera di Lazzati.. Io mi sentivo molto piccola vicino a quelle persone … Vicino al dott. Brasca ho imparato una cosa in anticipo sul Concilio e che poi il Concilio avrebbe ratificato: la spinta all’evangelizzazione. Ci faceva organizzare gruppi nelle case, nelle periferie, dicendoci che bisognava portare il Vangelo al di là delle nostre realtà. Vicino al prof. Lazzati ho imparato a riflettere sul ruolo dei laici nella chiesa. Ma sarà il Concilio che darà fondatezza e forza alle esperienze e alle intuizioni e solennemente cambierà il volto della Chiesa e il rapporto della Chiesa con il mondo. Ma torniamo alle “emozioni”:

  • per me, abituata ad una obbedienza “acritica” alla Gerarchia, cresciuta non col credere, obbedire e combattere, ma nel ritenere che alla Gerarchia, come alla famiglia, alla Chiesa in genere, come a tutti si doveva grande obbedienza, quando ho sentito l’espressione di Papa Giovanni XXIII che occorreva togliere la polvere dal volto di questa nostra Madre sono stata molto colpita. Non l’avrei mai pensato, perché per me la Chiesa era intoccabile.. Allora non si era critici per niente e nel caso mio, per l’educazione che avevo ricevuto, men che meno. Già mi aveva colpito il fatto che il volto della Chiesa era un volto con la polvere e che la polvere andava tolta.
  • per me, milanese un po’ chiusa e provinciale, fu emozionante vedere la lunga processione dei vescovi (circa 2800) venuti da tutti i paesi del mondo. Era impressionante leggere in certe cronache giornalistiche i molti fra di loro che erano aggravati dalle condizioni di povertà, di ingiustizia, di mancanza di liberta dei loro paesi. Molti di loro portavano in quella Roma fastosa e grande le condizioni di mancanza di libertà dei loro paesi. Scoprivamo il vissuto di molti di questi vescovi che arditamente pronunciavano “parole nuove”, affermavano diritti calpestati, si facevano interpreti dei senza voce. Conoscevamo Helder Camara, stupite della sua vita a Recife, povero fra i poveri che prendeva il pasto in una trattoria. Scoprivamo poi che questi vescovi, aiutati dai teologi, si erano radunati in un seminario di Roma per discutere di questa Chiesa delle periferie abbandonate, quelle che adesso noi conosciamo di più. Papa Giovanni XXIII, un mese prima dell’apertura del Concilio - mi sono segnata queste cose in queste pagine ingiallite - aveva detto che la Chiesa deve essere di tutti e aveva già parlato della “Chiesa dei poveri”: la chiesa quale è vuole essere la Chiesa di tutti e specialmente “la Chiesa dei poveri!”… Queste affermazioni io non le avevo mai sentite prima!
  • per me, come donna, fu una grande gioia che in una chiesa maschilista e mascolina chiamassero una donna, Pilar Bellosillo (Presidente dell’Unione mondiale femminile delle Organizzazioni Cattoliche) come uditrice al Concilio.
  • per me, fu una grande emozione assistere in televisione alle grandi liturgie, solenni ed emozionanti, così come accogliere il “discorso alla luna” del Papa che, in un linguaggio insolito per noi, mandava una carezza ai bambini la sera dell’apertura del Concilio. Solo dopo ho letto, ma allora non lo sapevo, che il Papa aveva già parlato all’introduzione al Concilio e fu mons. Capovilla che gli disse che lì, a quella piazza piena di gente, bisognava dire qualche cosa, altrimenti nessuno sarebbe andato a casa. E allora il Papa, nella sua semplicità gli disse: “Va bene, allora apro la finestra”.. Oggi siamo abituati a tante cose, ma allora sentire un Papa che parlava con un linguaggio che avremmo avuto tutti noi, che aveva avuto un’espressione così nuova, così accorata, così umana di parlare dei bambini, di parlare delle case, di guardare la luna … Tutto questo per me è stato straordinario! Mi ricordo che quella sera ho detto: “Per me qui la Chiesa cambia” rispetto a come eravamo abituati a sentire parlare i Vescovi e i Papi … qualche volta neanche li capivamo!
  •  Per me, era emozionante leggere, allora non c’erano documenti stampati, c’era solo il giornale L’Italia, e si comperavano subito, con avidità i documenti per poi discuterne. C’era un’aria di primavera, si leggevano delle cose che noi non avevamo mai sentito.
  • Per me, fu emozione, dolore, pianto, la morte di Giovanni XXIII a Concilio appena iniziato. Per me, fu emozionante la partenza del nostro Arcivescovo Montini e applaudirlo Papa Paolo VI.

Le emozioni, a distanza di anni mi parevano assopite, ingiallite, ma mi hanno travolto con l’onda lunga dei ricordi ricchi di volti, di persone, di momenti che ho vissuto in quella primavera avevamo passato e che si sono impressi nella mia vita.
Ma dalle emozioni passerei a qualche accenno su alcuni documenti conciliari che ho ritrovato molto segnati sul vecchio ingiallito testo di quegli anni. Sempre guardando le sottolineature, che non sono solo emozioni, ma anche presa di coscienza di quello che il Concilio mi aveva detto, vi dico quelle più importanti.

Il ruolo dei laici
Una forte sottolineatura l’ho ritrovata sul testo della “Lumen Gentium”, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, perché veramente ci apriva degli orizzonti nuovi, altri, attesi, presentando una Chiesa viva, testimone del suo Signore.
La Chiesa veniva chiamata “Popolo di Dio”: io questo non l’avevo mai sentito dire perché venivo da una stagione in cui la Chiesa era la Chiesa trionfante, militante e purgante. I più vecchi che sono qui sanno che si dicevano queste cose: la Chiesa trionfante che sta in cielo, quella militante che siamo noi, purgante il Purgatorio! Sentire che la Chiesa veniva chiamata come Popolo di Dio in cui anch’io ci potevo stare dentro, questa Chiesa pellegrinante era certo una grande apertura: io mi sentivo immersa nel cammino di tutti, nel pellegrinaggio verso la meta che è il Regno.

Svanivano le immagini di Chiesa “trionfante – militante – purgante” “docente (i vescovi e i sacerdoti) e discente (noi)” della mia giovinezza e grandiosa mi appariva l’immagine bella che il Concilio mi regalava. Tutto ad un tratto si sentiva che la Chiesa era questo popolo di Dio, questo cammino tutti insieme, questo uomini e donne insieme, questo sacerdoti e laici insieme. Laica a pieno titolo, con l’interezza del dono battesimale. Lumen Gentium: luce, luce, luce per tutte le genti.

Ancora oggi, come allora, rileggo alcuni passi della Lumen Gentium: “chiamando gente dai Giudei e dalle genti perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello spirito e costituisse il nuovo Popolo di Dio”.

Nel capitolo IV° venivano chiaramente affermati itinerari e intuizioni riguardanti noi laici che non eravamo soltanto la Chiesa discente, ma che con il Battesimo assumevamo un’altra dimensione: “per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”. In queste parole risentivo le parole e la lezione di Lazzati che il Concilio ratificava.
I laici sono chiamati da Dio a contribuire dall’interno a modo di fermento alla santificazione del mondo. … I Pastori riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa … lascino loro libertà - bello questo! - e campo di agire anzi, - questo lo avevo sottolineato davvero bene - li incoraggino perché intraprendano opere di propria iniziativa”.

Gli anni del femminismo come quelli della contestazione verranno più tardi, ma quando mi era venuto in testa, insieme a Marisa Sfondrini e altre che non si poteva stare alla finestra, che dovevamo guardare a che cosa il mondo diceva, dovevamo guardare che cosa dicevano le donne, dovevamo capire perché stavano nelle strade, magari in una maniera che non approvavamo, ma dicendo delle cose che interessavano anche noi, mi sono detta che non dovevamo chiedere troppi permessi, perché nel Concilio stava scritto che ai laici dovevano essere lasciati libertà e campo di agire perché potessero intraprendere opere di propria iniziativa. Da lì nacque tutto un discorso di noi cattoliche credenti in un momento così drammatico e così forte della vita delle donne nel nostro paese. Il Concilio ci aveva aperto tutto questo.

Il dialogo col mondo
L’emozione riguardo alla “Gaudium et spes”, “Chiesa nel mondo” fu enorme. Nella mia educazione, ma non credo di essere stata l’unica a vederla così, guardavamo al mondo con sospetto e separatezza. Nell’Azione cattolica, cui devo moltissimo, anzi quasi tutto della mia vita, noi cantavamo con molta baldanza “Andiam nel mondo contro la corrente” e ci piaceva questo andare nel mondo contro la corrente. Ma il cuore batteva forte nel leggere il proemio della Costituzione: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono anche le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”.. Questa frase l’ho sottolineata tantissime volte!
Tante volte nella vita, negli anni che sono venuti e ancora oggi, io dico che questo è quello che la Chiesa ci ha detto allora: “essa (la Chiesa) si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”. E ancora: “Tutto quello che abbiamo detto a proposito della dignità della persona umana, della comunità degli uomini, del significato profondo dell’attività umana, costituisce il fondamento del rapporto tra Chiesa/mondo come pure la base del dialogo tra loro”. Mi dispiace che si vadano a cercare tante cose e anche tante definizioni e non si prenda fino nel nostro cuore, nelle nostre fibre, nel nostro modo di agire quello che il Concilio ci ha detto. Ce l’ha detto 40anni fa: il mondo come il Regno di Dio con il quale bisogna dialogare.

La pace
Un’altra sottolineatura importante, che avremmo dovuto riprendere tutti come uomini e donne insieme a Giovanni Paolo II contro la guerra in Irak. Noi ci siamo battuti e sugli striscioni che invocavano la pace nelle tante recenti manifestazioni avremmo dovuto mettere quello che era già contemplato nel Concilio: “Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città e di vaste regioni e dei loro abitanti è diretto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato”. Guardate che parole forti! Io l’avevo sottolineato allora, ma adesso, con vergogna, dico che avrei potuto suggerire queste parole del Concilio!

L’ecumenismo
Fra le tante ho trovato nei vecchi testi usati da me in quegli anni un’altra sottolineatura. Mi aveva molto colpito perché era andata contro il modo con cui ero cresciuta e il modo con cui avevo guardato la vita e le cose: è quella inerente all’ecumenismo: atteggiamento della mente (come conoscenza) e del cuore (come prassi) a cui non ero preparata. “Non c’è ecumenismo (recita il Concilio) senza conversione interiore.”
E la richiesta di perdono così struggente, espressa da Papa Giovanni Paolo II, già così vecchio e così accasciato, era già contemplata nel Concilio e mi aveva molto colpita: “con umile preghiera chiediamo perdono a Dio e ai fratelli separati, come pure noi rimettiamo ai nostri debitori” … “il conoscere l’animo dei fratelli separati” … “i futuri pastori e i sacerdoti conoscano bene la teologia accuratamente elaborata in questo modo e non in maniera polemica soprattutto per quanto riguarda le relazioni dei fratelli separati con la Chiesa Cattolica”.

La parrocchia
Una sottolineatura particolare, per il mio impegno nella Azione Cattolica, a conferma della scelta che in quegli anni aveva caratterizzato l’AC., era quella sulla Parrocchia.
Ho ritrovato le note su un vecchio foglio ingiallito con i riferimenti a questi argomenti. Mi è caro riportarli. Della Parrocchia se ne parlava:

- al n° 28 della Costituzione dogmatica della Chiesa

- al n° 42 della Costituzione sulla Liturgia

- al n° 10 del Decreto sull’Apostolato dei laici

- al n° 30 del decreto sull’Ufficio Pastorale dei vescovi nella Chiesa

- al n° 7 del decreto sul ministero della vita sacerdotale

Questo richiamo alla Parrocchia che il Concilio ci fa, non c’è bisogno di ridirlo qui, perché questa è una parrocchia viva e vivace. La Parrocchia che ha questa grande forza, con questo suo stare vicino alle persone negli anni del dopo Concilio, viene molto contestata. Anche per questa scelta, nell’epoca del sorgere di tanti Movimenti nuovi nella Chiesa, il Concilio ci confortava e ci indicava una strada popolare, quotidiana, di presenza fra le case, la gente, nel territorio. E fu scelta profetica e mai scontata.

Bibbia e Liturgia
La sottolineatura che la Dei Verbum aveva proposto, circa la pregnanza della Parola di Dio, ci aveva messo tra le mani con amore la Bibbia che diventava apertura e conoscenza delle nostre radici. E noi abbiamo avuto la fortuna di avere come arcivescovo il Cardinal Martini che alla Parola ha dato così tanta enfasi.
Ultima cosa: pensate a come erano le nostre Liturgie e che cosa sono state le prime liturgie in italiano e le prime liturgie con l’altare rivolto verso di noi. Adesso le persone più giovani pensano che sempre sia stato così, che sempre si sia detta la Messa in italiano e che sempre l’altare è stato rivolto verso di noi con addirittura il popolo intorno. Non fu così: nella Chiesa dove sono adesso, per capire da dove arrivavamo, c’è ancora quella che in dialetto si dice “la gesa di omm”, la chiesa degli uomini che era separata dalla Chiesa dove si mettevano le donne. La Liturgia, dalla Messa in italiano con la celebrazione verso il popolo dei fedeli, ci avrebbe coinvolto nella grandezza dell’Eucaristia che cercava comunità, partecipazione attiva, senso profondo di unità.

Conclusione
Ho riletto e vi ho riletto con commozione, con gratitudine, con entusiasmo rinnovato le molte sottolineature che ho rintracciato sui testi conciliari!
Gli anni dopo il Concilio con la contestazione del ‘68, gli attacchi terroristici e le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare, ci riportavano al dettato conciliare e in esso trovavano luce, spinta, conforto. Gli anni del più acceso femminismo ci trovarono pronte a rendere iniziative, a creare realtà, a confrontarci con il pensiero laico.
Di cammino n’è stato fatto tanto e in quegli anni, che erano anche gli anni della giovinezza mia e di tanti altri come me, la sottolineatura tra l’apertura, la primavera, la forza del Concilio è stata davvero cosa grande! L’anniversario dei 40anni ci fa andare i dietro, ci fa ricordare, ci fa riaprire i libri, ci fa pensare alle persone che abbiamo avuto come maestri e maestre e questa è una grandissima cosa.
Riprendere il Concilio, risentirne la forza, lo slancio, la profezia, riviverne le forti emozioni e trasmetterle soprattutto ai giovani di oggi, è impegno ad osare, malgrado le difficoltà dei tempi e (per me) dell’età per realizzare il sogno di Dio sulla umanità intera.

(fonte sito http://www.donmirkobellora.it/index.html)