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Omelia del card. Matteo Zuppi

“La via dell’abbraccio è la via della vita”

La franchezza dell’apostolo è qualcosa di molto diverso dall’improvvisazione, che all’apparenza può essere scambiata come affabilità e immediatezza. L’apparenza si logora subito o produce  modalità di legami digitali, quelli che non scaldano il cuore e creano illusione di relazioni. L’amore è altra cosa, non in remoto e unisce la vita, il midollo non la scorza. La franchezza non è una facile risonanza, superficiale che sembra vera proprio perché rapida, come le frasi ad effetto che vengono scambiate per veracità. La franchezza è frutto di tanto cambiamento del cuore, di combattimento interiore per perdere le convenienze individuali o di gruppo, per liberarsi da discorsi fatti per calcolo o opportunismo, per compiacenza o per esibizione.

La franchezza viene dall’essere pieni del Vangelo, liberi dal conformismo del mondo, anche ecclesiastico, come le abitudini che senza lo Spirito pensano a difendere una lettera che però è morta. Finiremmo per rendere complicate le cose semplici, per seguire riti che sostituiscono la radicalità evangelica o le glosse che diventano più importanti della Parola di Dio stessa. Siamo chiamati alla franchezza, alla libertà dello Spirito, come Paolo e Bàrnaba che dissero di rivolgersi ai pagani. Non si fanno catturare dal loro mondo e indicano a questo di aprirsi, di guardare fuori. 

Qualcuno direbbe di “parlare con tutti”, di andare in periferia, di stare per strada dove non sai chi incontri perché sei raggiunto – se hai il cuore e gli occhi aperti – dai tanti pellegrini, mendicanti di vita, di senso, di compagnia, di un Altro che dia valore e senso al loro camminare che qualche volta si rivela un vagare. Il motivo non è una logica  interna ma la sofferenza del prossimo, le tenebre del mondo. “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».  

Il discepolo e la Chiesa non possono vivere per se stessi. Non hanno limiti ma non per un impossibile attivismo, pericoloso e non richiesto, ma per amore, solo per amore. Ed è questo che non ha limiti e se li incontra li supera, ma ripeto non per sforzo, per amore. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo. Non c’è molta gioia e questa non ci porta fuori da un mondo segnato com’è da fondati e drammatici motivi di tristezza. La gioia è tanto diversa dall’insulso benessere offerto in quantità da un mondo che cerca di stare bene e di dimenticare, evitando il confronto con la fragilità e quindi il reale, che si pensa protetto dalle burrasche della vita. La gioia è solo nello Spirito, nel vivere e donare lo Spirito dell’amore, quello che scese e scende nella nostra vita, la forza dell’amore che fa compiere oggi, nella nostra generazione, gli stessi prodigi della prima. 

La comunità del Signore – che poi chiamiamo associazione o altro ma questa è – non vive per se stessa, ma per accendere la luce, perché è luce. Quando pensare ad altri sembra che tradiamo qualcuno, a qualcuno può apparire perdere la propria identità (così pensavano anche alcuni nella prima generazione). L’identità non la troviamo o non la difendiamo ad intra ma sempre ad extra, la perdiamo smettendo di essere lievito, sale della terra, luce del mondo e mettendola sotto il moggio di un’affermazione chiusa, che ha paura di incontrare, di illuminare tutta la stanza e quindi chiunque entra. Cosa non è nostro? Tutto è nostro ma solo se noi siamo di Cristo. 

Ecco il senso di “braccia aperte” che si aprono se la mente e il cuore sono aperti. Attenzione: aperti perché li abbiamo e li abbiamo pieni dell’amore di Cristo. Se ci lasciamo abbracciare da Dio, pecore perdute che si devono sempre farsi sollevare dal pastore,  o dal figlio che ritrova se stesso proprio perché abbracciato dal padre. Non basta rientrare in sé per essere se stessi: occorre l’abbraccio di quel padre così materno, che ci restituisce una casa nella quale essere figli e non estranei, pienamente responsabili perché lì “tutto ciò che è mio è tuo” e non serve la misera e impoverente logica del “dammi quello che è mio” per essere se stessi, perché siamo noi, perché figli e figlie abbiamo la responsabilità di tutto. Non c’è altro da conoscere. «Fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 

Vale anche per noi. In realtà siamo anche noi come Tommaso che cerca la vita e l’ha di fronte, pensa che occorra conoscere qualcosa di difficile e deve soltanto abbandonarsi a quel Gesù e dire a lui, concreto com’è, “mio Signore  e mio Dio”. Filippo ripete le parole che spesso erano state detto a Gesù. E’ proprio la mentalità comune! «Mostraci il Padre e ci basta». Quante volte avevano chiesto a Gesù segni per credere! E li avevano pure, perché tanti segni aveva e ha mostrato Gesù. Ma la fede non è essere convinti dal maestro che deve imporsi senza il nostro amore! E l’amore, che è sempre un abbandono, un perdere il controllo di sé perché amore è dono. Gesù a lui e in fondo a tutti noi ci dice, con qualche evidente amarezza da chi ama e non viene capito nel suo amore, anzi frainteso: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. Le opere che possiamo compiere se crediamo in Lui. 

Torno all’abbraccio. Siamo sulla stessa barca, non da estranei ma da fratelli! E’ il vostro ministero! Ne stiamo parlando, esercitiamo quelli che abbiamo già! Noi sentiamo e vediamo l’Azione Cattolica nella scia « di quegli uomini e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nella evangelizzazione, faticando molto per il Signore». Quello che ci unisce, della nostra fraternità, che non è un accessorio e non si acquista con la tessera, ma con il cuore ed è opera del Signore. L’abbraccio che ci unisce ai poveri, a quell’uomo mezzo morto che va sollevato e abbracciato per tirarlo su. E la solitudine – nelle varie stagioni della vita – é come un bandito che ne ruba metà. E infine l’abbraccio che unisce le persone e vince e libera dall’amicizia. La pace è l’abbraccio dei fratelli che erano diventati nemici perché non si riconoscono più che sono proprio fratelli. E l’abbraccio richiede architetti della pace, che sanno affrontare e capire la complessità della divisione, essere nella confusa città degli uomini, compreso ovviamente le istituzioni e nella cultura, creatori di quel bene comune che se manca diventa solo privato. E il bene privato se non è comune non ha senso e diventa proprietà e bene tolto al prossimo.

La via dell’abbraccio è la via della vita. Tanti che cercano una casa e in questa anche il vero padrone di casa. Vogliono conoscere il Padre e lo hanno davanti se incontrano discepoli pieni del suo amore e se sentono il loro abbraccio. L’abbraccio della misericordia  che realizza la «mistica di vivere insieme» – e che trasforma “questa marea un po’ caotica” “in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio”. Nell’abbraccio “si confonde chi aiuta e chi è aiutato. Chi è il protagonista? Tutti e due, o, per meglio dire, l’abbraccio”. 

Alda Merini diceva che solo con l’abbraccio si è interi. L’abbraccio lo riceviamo ed è affidato a noi.

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