A margine dell’incontro su “La protezione dei minori nella Chiesa”

La vergogna, la lotta, la sicurezza

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don Marco Ghiazza* - Si è conclusa domenica scorsa una tappa significativa di un più lungo percorso di purificazione e di conversione che Pietro sta promuovendo tra gli altri Apostoli. È la sua missione, da sempre: “Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31).
Non è possibile né opportuna una sintesi, per la quale servono ed esistono voci più autorevoli e sagge.
Ma soprattutto perché questo cammino non è ancora compiuto… anzi!
Del resto, è complesso indagare le cause di così assurde forme di corruzione: “Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” (Sal 64, 7).
Domenica, Papa Francesco ha offerto un discorso chiaro sotto ogni punto di vista.
Insieme alle articolate riflessioni e alle puntuali indicazioni, sono state molto significative le parole pronunciate nel corso della celebrazione penitenziale, sabato 23 febbraio.
Un giovane ha condiviso una sofferta testimonianza, capace di suscitare una riflessione che tento di raccogliere attorno a tre parole: la vergogna, la lotta, la sicurezza.

I FANTASMI ESISTONO: LA VERGOGNA
Ecco alcune delle parole ascoltate:
“Ci si deve confrontare con la consapevolezza di non potersi difendere contro la forza superiore dell’aggressore. Non si può fuggire a ciò che succede. Si deve sopportare. Non importa quanto sia brutto. Si vorrebbe scappare. Così accade che non si è più se stessi. Si vorrebbe scappare cercando di scappare da se stessi. Così nel tempo si diventa e ci si sente completamente soli: perché ti sei ritirato da un’altra parte e non puoi e non vuoi ritornare a te stesso. Quanto più spesso succede, tanto meno ritorni in te. Sei qualcun altro, sei un’altra persona. Ciò che ti porti dentro è come un fantasma che gli altri non sono capaci di vedere: non ti vedranno e conosceranno mai completamente. Quello che fa più male è la certezza che nessuno ti capirà. Si vive sempre in due mondi nello stesso tempo. Vorrei che gli aggressori potessero capire di creare questa scissione nelle vittime”
Vergogna, dunque: perché noi sorridiamo delle paure dei piccoli cercando di convincerli che i fantasmi non esistono; salvo quando siamo noi a crearli; salvo quando fingiamo di non vederli.
Vergogna: per essere causa di un dolore innocente. Quello nel quale il Cristo si identifica sul Calvario. Ecco il paradosso: coloro che alle volte persino si pavoneggiano per il loro dichiararsi “alter Christus” non si immedesimano con l’Agnello immolato, ma con i suoi carnefici.
Vergogna perché nella doppiezza della nostra vita c’è la causa della scissione della vita altrui.
Vergogna pure per le nostre umanità irrisolte, alla ricerca di approvazione, di consenso; vergogna per la nostra vanagloria, più preoccupata di piacere agli uomini che a Dio. Vergogna perché se non di tutti è la perversione, di tutti è la tentazione di non amare liberamente e gratuitamente, ma avidamente. Vergogna per tutte le forme di seduzione, dunque: per i “piacioni” di ogni ordine e grado.
Vergogna perché, oggi come agli inizi, “ho avuto paura e mi sono nascosto” (Gen 3, 10).
Vergogna: perché da essa possono sgorgare le lacrime del pentimento.
“Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto. E, uscito fuori, pianse amaramente” (Lc 22, 61-62)
Vergogna per le nostre lacrime non versate.
Con Salomone, ripetiamo: “Ascolta e perdona” (1 Re 8, 30)

IL MALE HA I GIORNI CONTATI: LA LOTTA
Olivier Clement ha scritto: “Le lacrime testimoniano che l’uomo non è fatto per l’ineluttabile. Esse sono una preghiera. Indicano già una vita più forte della morte… sono un’afflizione illuminata”.
La vergogna non apre alla disperazione, ma alla lotta. Perché – come ha ricordato il Papa mercoledì scorso – “il male non è eterno”, “ha i giorni contati”.
Siamo più affaticati: nella storia la Chiesa ha conosciuto tante avversità. Potrebbe sembrare “allenata”. Ma questa volta il nemico non è davanti, è “dentro”. Così, mentre sentiamo la necessità di domandare a qualcuno di assumersi fino in fondo le sue responsabilità, avvertiamo anche la faticosa opportunità di rivolgere lo sguardo verso noi stessi. La lotta è per la conversione. La mia, anzitutto.
Essa non ci è estranea, perché fin dalla prima ora il Maestro, annunciando l’avvento del Regno, fece appello ad una battaglia interiore: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 14) perché “dal cuore degli uomini escono le intenzioni cattive” (Mc 7, 21).
Sabato quel giovane ha affermato: “Ora cerco di concentrarmi sul mio diritto divino di essere vivo. Io posso e devo stare qui: questo mi da coraggio. Ora è finita: posso andare avanti, devo andare avanti. Se mi arrendessi ora o mi fermassi lascerei che questa ingiustizia interferisca nella mia vita. Posso impedire che questo accada imparando a parlarne”.
Così ha descritto una tenacia che vorremmo assumere e condividere.
Che il Papa ha descritto: “Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via). È anche una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male”. (Gaudete et exsultate, 159)
È una lotta, anzitutto, per la vittoria: il Cristo è risuscitato!
È una lotta per l’unità di vita, che è l’opposto di ogni doppiezza.
Il Papa ha ricordato, Domenica, che: “Così come dobbiamo prendere tutte le misure pratiche che il buon senso, le scienze e la società ci offrono, così non dobbiamo perdere di vista questa realtà e prendere le misure spirituali che lo stesso Signore ci insegna: umiliazione, accusa di noi stessi, preghiera, penitenza. È l’unico modo di vincere lo spirito del male. Così lo ha vinto Gesù”.
Ai bambini insegniamo che “le bugie hanno le gambe corte”: nella menzogna non è possibile nessun cammino. La finzione ci intorpidisce in una sorta di appagamento passeggero ma, in realtà, assomiglia alle sabbie mobili: gradualmente ci schiavizza, ci blocca e ci fa sentire fermi ed incapaci di uscire da una situazione complicata.
“La verità vi farà liberi” (Gv 8, 32): nella libertà si può camminare, gli uni accanto agli altri, gli uni incontro agli altri. La libertà ha bisogno della verità.
Dunque lotta è contro ogni fantasma, ogni nascondimento: tanto più grave quando cercato, scelto.
È pure lotta contro la mediocrità di chi cerca rifugio in fattori culturali o in imperdonabili paragoni verso situazioni peggiori: il male non è “meno male” solo perché qualcos’altro è “peggio”. Io non divento buono se dimostro la cattiveria degli altri. Io posso essere buono. E per essere buono non ho altra strada che l’essere vero. “Mundum cor est simplex cor” affermava Sant’Agostino: il cuore puro è un cuore semplice. Ovvero senza pieghe. Le pieghe del cuore sono utili a nascondere. Nessuna doppiezza: negli stili di vita come nelle parole; nessuna maschera, utile solo a quelli che cercano un ruolo, anziché una missione.
Con Davide, domandiamo: “Donami un cuore semplice, che tema il tuo nome” (Sal 85, 11)

POSSO FIDARMI DI TE? LA SICUREZZA
Il tema della Chiesa come “luogo sicuro” è ritornato spesso in questi giorni.
Per noi italiani forse è più complesso affrontarlo, perché la stessa parola ritorna nei dibattiti sociopolitici con le forme dell’arroganza, con il linguaggio della paura, con l’uso strumentale dei problemi non in vista della loro soluzione ma per la creazione del consenso elettorale. È un grande rammarico ed è soprattutto un impoverimento dei nostri cervelli e dei nostri cuori. È una impostazione che confonde la giustizia con la vendetta, che è pure la tentazione nostra.
Quando, da parroco, qualche ragazzo scavalcava il cancello dell’oratorio fuori orario ero tentato di pensare che ci fosse un problema di sicurezza. In questo senso, la reazione sembrava essere quella di “difendersi” maggiormente dagli altri. Ma sarebbe stato come alimentare la paura, anziché costruire una relazione positiva. Aprire più spesso l’oratorio fu il modo per far cessare quelle “incursioni” dettate più dalla noia che dalla cattiveria.
Soprattutto, nel caso della protezione dei minori, ciò che ci minaccia – come abbiamo accennato – non viene però da “fuori” di noi. Dunque la sicurezza auspicata non si da per via difensiva, ma per un cammino di maturazione di ogni membro della comunità. Si devono condannare gli atti. Ma la forma della repressione è una soluzione solo nell’immediato efficace. Nella paura – come Caino – ci si nasconde. Serve un serio ed esigente percorso di maturazione, che riveli ciascuno a se stesso prima ancora che agli altri. Ed in questo abbiamo bisogno di sentirci tutti ingaggiati.
Del resto, l’educazione non si fonda sulla sicurezza, ma sulla fiducia. Così una Chiesa sicura è anzitutto una Chiesa affidabile. Certo: la mia fiducia è pure la mia vulnerabilità, esposta al potere di un altro. Di questo ogni educatore deve essere consapevole. Emotivamente tutto ciò può sembrare persino affascinante; in profondità, non può che renderci santamente inquieti. Perché non possiamo, né potremo eludere una domanda: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4, 9)
Una Chiesa sicura è, ancora una volta, una Chiesa libera. Libera perché vera. Libera da ogni forma di potere sugli altri. Libera perché capace di amare gratuitamente. È una esperienza che già viviamo e che possiamo potenziare, secondo le parole del Santo Padre: “Ringrazio, a nome di tutta la Chiesa, la stragrande maggioranza dei sacerdoti che non solo sono fedeli al loro celibato, ma si spendono in un ministero reso oggi ancora più difficile dagli scandali di pochi (ma sempre troppi) loro confratelli. E grazie anche ai fedeli che ben conoscono i loro bravi pastori e continuano a pregare per loro e a sostenerli”.
Con Pietro vorremmo ripetere: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21, 17)

In conclusione: cosa vorrei dire ad un’Acierrino?
La fiducia dei piccoli è così bella da diventare, nelle parole di Gesù, esemplare: “A chi è come loro appartiene il regno di Dio”(Mc 10, 14) Essa è una grande responsabilità. E se, secondo il Vangelo, “i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 10) vorrei chiedere loro di pregare, di intercedere per noi preti.
Perché non ci manchi l’amore per la verità, anche di noi stessi.
Perché non ci manchi il coraggio della vergogna.
Perché non venga meno la forza della lotta.
Perché possiamo essere affidabili, perché liberi e liberi perché autentici.
Così, insieme, sperimenteremo e proveremo a testimoniare la bellezza della Chiesa, che riflette la luce del suo Sposo.
Così, secondo un “antico” e noto adagio: “Tutto ciò che – oggi – c’è di grigio, si colorerà”.

*Assistente ecclesiastico nazionale dell'Azione Cattolica dei Ragazzi (Acr)