La tenacia dell’antimafia

Il 23 maggio l’Italia celebra la Giornata della Legalità: la data coincide con l’anniversario della strage di Capaci. Sono infatti passati trent’anni dall’attentato in cui la mafia, con una carica di 400 kg di esplosivo, fece saltare in aria parte dell’autostrada A26 all’altezza dello svincolo di Capaci, uccidendo il magistrato Giovanni Falcone, assieme alla moglie (Francesca Morvillo) ed agli uomini della scorta (Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro). Cinquantasette giorni dopo, il 19 luglio del 1992, un’autobomba situata in via D’Amelio detonerà causando la morte non solo del magistrato Paolo Borsellino, ma anche del personale della sua scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina).  

Le loro morti hanno risvegliato la coscienza dei cittadini e delle istituzioni, con una sempre maggiore partecipazione al movimento antimafioso, sebbene la nascita formale dell’antimafia, vada ricercata nel decennio precedente: nel 1982, sull’onda morale di due grandi delitti, quello del generale Dalla Chiesa e del sindacalista Pio la Torre, lo Stato italiano approvò la legge 416 Bis, introducendo nell’ordinamento italiano il reato di «associazione a delinquere a stampo mafioso» e disponendo il «sequestro e confisca dei beni se frutto di attività illecite». Tale nuovo ordinamento nel 1996, trova nella neonata associazione “Libera” la prima ambasciatrice della proposta di legge 109/96 per l’utilizzo sociale dei beni sequestrati.

Ciò che però ci consegna la storia dell’antimafia è ancora oggi la difficoltà del far fronte a questo “nemico invisibile”, la lotta contro la mafia è costata la vita non solo ai due magistrati ma a tanti uomini delle istituzioni, lasciati soli dallo Stato e dalla società tutta in questa battaglia.  Dopo trent’anni la mafia ha ancora lo straordinario potere di non essere percepita dalla civiltà come una reale, concreta e attuale minaccia. Non a caso è stata definita anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un intervento del 2020 come “un cancro silenzioso”. Per questo, come studenti, sentiamo forte il dovere della memoria ma altrettanto forte anche il dovere di farci per primi promotori e testimoni della resilienza dell’antimafia, di raccontare come essa riesca, in maniera ostinata, ad opporsi efficacemente alla mafia, a dare anno dopo anno nuovo slancio alla propria azione raggiungendo traguardi un tempo insperati. 

La resilienza e la tenacia dell’ antimafia la possiamo trovare in tante azioni straordinarie e ordinarie: 
Nelle affollate piazze che il primo giorno di primavera celebrano la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie.
Negli oltre 8000 ragazzi che ogni anno scelgono di investire una settimana della loro estate, sotto il torrido e caldo sole di agosto, ad apprendere ed a sporcarsi le mani ai campi “e!stateLiberi”, esperienze finalizzate alla valorizzazione ed alla promozione del riutilizzo sociale dei beni confiscati e sequestrati alle mafie.

Nei professori, gli studiosi e gli studenti che non si accontentano, che continuano ad approfondire temi, aspetti e implicazioni della lotta alla mafia. Nei giornalisti, saggisti e scrittori che scelgono di parlare, nonostante le ripetute minacce, a discapito della loro incolumità. Nelle amministrazioni, che nonostante i continui sfregi alle targhe commemorative intitolati alle vittime di mafie, continuano a tinteggiarle o sostituirle, non piegandosi alla volontà omertosa di chi le vandalizza.

Nel pellegrinaggio laico, che giorno dopo giorno, anno dopo anno, da trent’anni a questa parte, avviene presso l’albero di via d’Amelio dove, nella buca causata dall’esplosione e per iniziativa della signora Maria Pia Lepanto, mamma del giudice Borsellino, venne piantumata una piantina di olivo. La comunità civile da trent’anni incessantemente ricorda la strage rendendo l’albero un simbolo di rigenerazione, di pace e d’impegno civile attraverso il lento ma costante deposito di messaggi, foto, nastri e fiori ai piedi dell’ulivo.

La troviamo nei lenzuoli bianchi, stesi sui terrazzi per la commemorazione nel 23 maggio 2020, quando seppur divisi dalla pandemia, l’Italia intera si strinse in un flashmob ideato dalla Fondazione Falcone per ricordare e fare memoria delle stragi.

È nei cittadini che armati di vernice e pennello si dirigono alla casina da cui venne azionato l’esplosivo che causò la strage di Capaci, pronti a ritinteggiare una scritta, sempre la stessa, che dalla palazzina dove si affaccia sull’autostrada, continua a lanciare un monito, semplice e severo e scritto in caratteri cubitali “No mafia!”

Come studenti vogliamo essere protagonisti di quest’antimafia, che ci spinge all’azione, ci spinge a fare movimento, ad essere vigili ed attivi nel difendere le nostre Istituzioni repubblicane rendendoci per primi responsabili testimoni e primi annunciatori dello Stato, della Legalità e del vivere civile.

Autore articolo

Teresa Marocchi

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