Il senso dell’essere e sentirsi fratelli di tutti e della cura reciproca

La sororità nell’amore fraterno

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di Donatella Pagliacci* - Lo spirito di fraternità che domina il testo dell’Enciclica Fratelli tutti si contraddistingue come uno stile che ci richiama alla condivisione e al rispetto, alla prossimità e alla stima reciproche, manifestando un tipo di legame inclusivo e capace di ospitare e riconoscere le rispettive differenze. Ora ci chiediamo, se c’è un diverso modo di intenzionare il desiderio che si manifesta nel legame affettivo e nel modo in cui uomini e donne si rivolgono alla generazione (C. Vigna, Saggio di Antropologia trascendentale), perché non dovrebbe manifestarsi un diverso modo di intenzionare il legame tra fratelli e tra sorelle? A partire da questo interrogativo preliminare si vorrebbe far ruotare la riflessione attorno a due questioni di un certo rilievo anche per il tempo che stiamo vivendo.

In primo luogo, potrebbe essere interessante, per rileggere un testo tutto centrato sul vincolo fraterno, capire quale sia lo stile che viene invocato per definire la tipologia di legame che vogliamo emerga come cifra del relazionarsi a livello interumano e con la totalità della realtà. In questo senso si potrebbe scoprire che proprio per cogliere il senso dell’essere e sentirsi fratelli di tutti abbiamo bisogno di attingere ad un tipo di rapporto che emerge attraverso il confronto più che tra fratelli tra sorelle e precisamente coloro che ospitarono Gesù e che sono divenute modelli paradigmatici del vivere attivo e contemplativo.

In secondo luogo, si tratta di interrogarsi sulla capacità di prendersi cura reciprocamente gli uni degli altri nei rapporti fraterni, cercando di comprendere se vi sia un diverso modo di riconoscere il valore e la dignità del proprio fratello e sorella da cui deriva una più ampia capacità di riconoscimento dei più prossimi ma anche dei più lontani.

Per sviluppare, seppure brevemente, il primo punto si potrebbe provare sinteticamente a rileggere, assumendolo come esempio del legame tra sorelle, l’episodio evangelico di Marta e Maria (Lc, 10,38-42) le quali, per dirimere una questione e una possibile tensione tra loro, ricorrono a Gesù ossia al Terzo, che risolve il loro conflitto mostrando a Marta una via diversa per leggere e apprezzare il comportamento della sorella.

Questo affidare il giudizio su Maria a Gesù permette a Marta di aprirsi ad un altro modo di pensare e di agire, diverso dal suo, punto di riferimento fondamentale che ci pare essenziale anche per impostare l’autentico dialogo sociale che, osserva Papa Francesco: «presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi» (FT, n. 203). Si tratta in tal senso di tenere in debito conto, ancora una volta, il valore delle differenze in modo creativo e fecondo per lo sviluppo di ciascuna persona.

Marta e Maria, dunque, istituiscono un dialogo a distanza per mezzo di Gesù è lui il Terzo che offre una prospettiva diversa esibendo un efficace modello di riferimento per comprendere come orientare la nostra vita personale e sociale, che spazio dare agli impegni spirituali e materiali. Marta compie un gesto salvifico per la sua pacificazione interiore e per la sua relazione con la sorella Maria.

Marta ci si presenta come una donna turbata irritata per il comportamento di Maria, perché mentre lei si affanna a fare ciò che serve, la sorella sembra non seguirla e non curarsi di niente. Gesù apprezza il fare operoso di Marta non la giudica e non la offende, ma le offre una diversa chiave di lettura, quella che le permette di accettare l’apparente essere altrove di Maria, un altro sguardo sulla sorella, che le serve e vorremo dire ci serve per comprendere e tenere insieme dimensione contemplativa e attiva. Ci pare che, emblematicamente, le parole di Gesù verso Marta possano essere intese come la trama su cui poter ricamare i fili che intrecciano la vita contemplativa e l’agire attivo, compreso quello politico, quindi, che rinunciando al potere, osserva il Pontefice, «ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita» (FT, n. 195).

Una seconda osservazione potrebbe percorrere un altro sentiero. Infatti, se Marta e Maria trovano mediante Gesù una soluzione, un’altra coppia di fratelli del Vangelo, pensiamo ai fratelli della parabola evangelica del Figlio Prodigo non riescono e vedere nel Padre un terzo e finiscono per corrodersi dentro le maglie dell’odio, della gelosia e del risentimento producendo una sorta di ripiegamento interiore che rinnova il primo fratricidio della storia. Questi due sconosciuti, perché di loro non sappiamo i nomi, divengono a loro volta un modello paradigmatico di come gli esseri umani possano rimanere lontani dal riconoscere e modellare la loro vita sulla verità. I due fratelli della Parabola infatti sono gelosi e interessati, incapaci di rivolgersi al Padre per qualcosa di diverso dall’avere. Il loro rapporto è competitivo, compulsivo tutto centrato sull’interesse. Uno stile che riconosciamo essere presente anche al nostro tempo, uno stile pericoloso e lesivo della dignità delle persone perché anche noi come il fratello minore della parabola «ci siamo nutriti con sogni di splendore e grandezza e abbiamo finito per mangiare distrazione, chiusura e solitudine; ci siamo ingozzati di connessioni e abbiamo perso il gusto della fraternità» (FT, n. 33). Ci pare che le sollecitazioni della Fratelli tutti rinnovino la domanda circa il nostro posizionamento, se cioè siamo tra coloro che stanno dalla parte del fratello che, sulla strada di casa, incrocia lo sguardo amorevole e misericordioso del Padre, disposto, ancora una volta, a donarsi per ospitare le ferite di quel nostro fratello e suo figlio che si era perso e che ora è tornato, oppure dalla parte del fratello maggiore che teme il gesto di accoglienza e legge l’amore disinteressato come una minaccia o una sottrazione del proprio diritto ad avere di più, perché di più ha dato, applicando a Dio una logica utilitaristica e quantitativa, con cui noi operiamo nella nostra vita. Questo secondo modo di ragionare è ciò che ci rende selettivi e incapaci di vivere nel segno dell’apertura all’altro, ci impedisce di vedere l’altro sulla strada, di soccorrerlo.

Il legame di fraternità, dunque, può essere implosivo e geloso oppure generativo e fecondo, ma solo aprendosi al Terzo è possibile spalancare le porte del nostro essere per interpretare e amare correttamente l’altro, ridimensionando la spinta dell’egoismo e applicando un’altra chiave di lettura, diversa dalla nostra che «ci permette di costruire una grande famiglia in cui tutti possiamo sentirci a casa (…). Amore che sa di compassione e dignità» (FT, n. 62).

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana