La sfida di rendere i nostri centri inclusivi, sostenibili e sicuri

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Roberto I. Zanini - di Come sarà la città del futuro? Quelle del presente le conosciamo e tutti vorremmo cambiarle. Quelle dell’utopia, ideate nei secoli passati, volevano essere perfette, ma erano sostanzialmente invivibili. Quelle che emergono dalla penna degli scrittori di fantascienza raccolgono il peggio dei problemi degli odierni agglomerati urbani: buchi neri che assorbono gigantesche quantità di risorse, creano enormi problemi relazionali, producono degrado e montagne di rifiuti. Insomma, come ha sottolineato l’urbanista e docente dell’Università di Napoli Luigi Fusco Girard, «abbiamo tante domande, ma poche risposte. Eppure il modello della grande città che si espande a dismisura continua a costituire un biglietto da visita per tanti Paesi. Basta guardare gli scatti panoramici che documentano l’evoluzione nel tempo di centri come New York, Shanghai, Dubai: i loro profili in continua crescita vogliono lanciare un messaggio di ricchezza, di potenza. Ma per natura nascondono devastazioni sociali». I problemi sono tanti. Fra 25 anni saremo 2,5 miliardi in più. Dove andranno a finire tutte queste persone? Nelle baraccopoli, negli slum, nei quartieri degradati delle nostre città? Oggi avviene proprio questo. In India gli slum raccolgono il 55% della popolazione, in Egitto il 39, in Cina il 37, in Perù il 68, in molti Paesi africani ben oltre il 90%. Allo stesso tempo, però, e questa è l’altra faccia del problema, una città come San Paolo del Brasile raccoglie in se stessa il 36% del sistema Paese, Buenos Aires il 53%, Santiago del Cile il 47.

Pensare la città del futuro è quindi un problema complesso, che diventa affascinante quando si cerca di unire alla dimensione urbanistica e architettonica, quella della crescita umana e delle relazioni sociali. Proprio questo è il tema del convegno che si chiude questa mattina alla Domus Mariae di Roma, organizzato dall’Istituto Vittorio Bachelet e dall’Azione Cattolica: 'Il presente e il futuro delle città: verso un nuovo umanesimo'. Con Fusco Girard ieri hanno parlato Carla Danani dell’Università di Macerata, Michele Colasanto della Cattolica, l’arcivescovo di Oristano monsignor Ignazio Sanna (del quale pubblichiamo una sintesi della relazione), il presidente del Bachelet Gian Candido De Martin e il presidente di Ac Matteo Truffelli. Un’iniziativa, ha spiegato Truffelli, «per contribuire alla riflessione che la Chiesa italiana si prepara a fare al prossimo convegno di Firenze sul nuovo umanesimo»; soprattutto, ha aggiunto De Martin, per «fornire strumenti che consentano di interrompere il drammatico trend della disgregazione sociale che vivono le nostre città».

Dicevamo del futuro. Per Fusco Girard non ci sono dubbi: «Serve un nuovo paradigma capace di porre al centro non l’economia, non la ricchezza, non l’ecologia, ma l’uomo e la sua pienezza relazionale». Su questa stessa linea Carla Danani sostiene la necessità di puntare a una 'ripublicizzazione' del pubblico, uscendo dalle logiche privatistiche per valorizzare i beni comuni, la relazione col territorio».

In un certo qual modo si potrebbe pensare che sia sufficiente rimettere gli orologi indietro per rilanciare il ruolo delle piazze, quello degli spazi culturali, dei parchi pubblici, delle relazioni come le aree circostanti sfruttando le nuove tecnologie in modo che non generino alienazione, ma aggregazione, socializzazione reale e non virtuale, posti di lavoro.

La questione, in realtà, è molto più complessa. «Non abbiamo ricette e l’unico approccio possibile è quello della sperimentazione », ha detto Fusco Girard. In questo aiuta l’attuale esempio del Giappone, «che ha fatto delle politiche urbane una politica nazionale avviando progetti sperimentali in 27 città». Da questi è emersa netta un’idea di città capace: di «generare simbiosi fra distretti industriali, in modo che l’uno utilizzi per la sua produzione gli scarti dell’altro; simbiosi tra città e industria, così che tutto quello che la città spreca (rifiuti, cibo, calore...) rientri totalmente nel ciclo produttivo; simbiosi fra città e campagna secondo l’antico modello dell’agropoli. La conferma sperimentale è che tutto questo genera convenienza economica, ecologica, umana e sociale».

La chiamano la città 'resiliente', concetto che adattato alla nostra realtà culturale e geografica, significa capace di riadattarsi, di autogenerarsi ripartendo dal basso, facendo sentire tutti utili e inclusi, rigenerando anche le relazioni sociali, la cultura, i modelli valoriali, il benessere fisico e spirituale di ogni individuo... Il problema? Che resti solo utopia.

(Avvenire - 7 febbraio 2015)