La scuola al centro, anche dopo le elezioni

Note di politica/5. Sia la scuola a guidare una riforma culturale che ci permetta di renderla una casa accogliente per ciascuno, non perché l’unica scelta possibile, ma perché la migliore, la più umanizzante e la più redditizia. In fondo, mettere la scuola al centro dei programmi elettorali significa mettere al centro la persona

Come il “gol che sblocca la partita” quasi tutti gli schieramenti in gioco per le prossime elezioni hanno voluto tirare fuori dal mazzo la carta della riforma della scuola. Tra chi propone cambiamenti sostanziali e poco attuabili, fino a chi suggerisce piccole modifiche, la scuola non è certamente assente dal dibattito politico. Infatti, in un modo o nell’altro, la scuola è un tema che tocca tutti. In Italia tutti sentono di essere Ct della Nazionale e ministro dell’Istruzione. Tuttavia, l’attenzione alla scuola necessita di una grande competenza e di studio approfondito, dal momento che dai banchi si costruisce il presente e il futuro del nostro Paese (per leggere gli altri contributi cliccare qui).

Non possiamo non credere che questa sfida elettorale non costituisca una ghiotta occasione per proporre una larga riflessione sul mondo della scuola, che includa la partecipazione degli studenti e la responsabilizzazione dei docenti oltre ai necessari cambiamenti tecnici nelle scelte ministeriali che, negli ultimi anni, hanno continuato a proporre soluzioni all’emergenza senza troppa prospettiva e lungimiranza.

Il miglior antidoto alla dispersione

La scuola che ci piacerebbe venisse fuori da questo confronto potrebbe costituire da sé il miglior antidoto alla dispersione, è la migliore medicina per la crescente piaga della depressione e dell’ansia scolastica. Finché la scuola resterà uno o forse dieci passi indietro rispetto al mondo esterno, non potrà mai essere una risposta alla solitudine e allo sconforto. Una scuola che crea una competizione sterile contribuisce a generare disuguaglianze, divari insormontabili sui quali si sta fondando una società sempre più ingiusta che guarda al profitto e non al benessere. In direzione opposta, allora, occorre sicuramente facilitare l’accesso alle pratiche di sostegno psicologico già previste nelle scuole, dal momento che a scuola desideriamo stare bene prima di imparare bene. Inoltre, occorre formare docenti che sappiano intercettare i disagi giovanili e mettersi in discussione nella loro capacità di accompagnare i giovani nella crescita. Non bastano attestati obbligatori, serve ripensare la formazione dei docenti perché nessuno si senta arrivato, ma continuamente nella possibilità di crescere.

A proposito di alternanza scuola-lavoro

Sempre nella direzione dell’accompagnamento, ogni studente ha bisogno di un orientamento consapevole che, abbiamo visto, non si può esaurire nella proposta valida dei Pcto. Tuttavia, senza voler demolire l’esperienza nella sua completezza, è fuori ogni dubbio che molto si può migliorare. I Pcto devono svincolarsi dall’idea di sostituire al meglio l’alternanza scuola-lavoro e, anzi, trovare la loro direzione che comprenda un reale sostegno alla scelta (universitaria, lavorativa o formativa che sia). Deve essere la formazione integrale della persona la “mission” della scuola reduce dalla pandemia e del Paese che si avvicina al voto. Non si può pensare di formare studenti modello senza preoccuparsi di formare cittadini capaci di discernere. Un buon sacerdote qualche tempo fa diceva che bisognava ricercare un “fine grande” e lo individuava nel “dedicarsi al prossimo”. La cittadinanza attiva, in questo senso, costituisce il fine grande della scuola, e l’educazione civica il suo “dedicarsi al prossimo” stendendo un filo privilegiato tra la “scuola e la Politica”, che sono e restano le due strategie per “amare in questo secolo”.

Aprirsi al territorio

Occorre che le scuole si aprano sempre di più al territorio, in una corresponsabilità educativa che vada oltre i patti siglati, preoccupandosi della crescita delle comunità intere a partire dai più piccoli. Questa scuola, la scuola che sogniamo e che auspichiamo, non avrebbe bisogno di obbligatorietà, in quanto si rende indispensabile autonomamente. Al contrario, una scuola che guarda la persona nella sua interezza si preoccupa di educazione ambientale, di educazione sessuale e di non lasciare nessuno indietro, nessuno escluso e nessuno emarginato. Una scuola che apre le porte al territorio non lascia spazio alla dispersione, non lascia spazio all’abbandono e costruisce dei ponti che difficilmente possono crollare. Lo studio è un diritto di tutte e tutti, non può succedere ancora oggi che questo venga negato. Sia la scuola allora a guidare una riforma culturale che ci permetta di renderla una casa accogliente per ciascuno, non perché l’unica scelta possibile, ma perché la migliore, la più umanizzante e la più redditizia.

Per concludere, queste sono solo alcune delle questioni che si possono inserire in agenda e che permetterebbero alla scuola italiana un reale salto di qualità; tuttavia, riteniamo che, al di là dei temi, mettere la scuola al centro dei programmi elettorali debba corrispondere con il mettere al centro la persona. In fondo, se la politica non è al servizio serve a ben poco.

Autore articolo

Segreteria nazionale Msac