LA STORIA DELL'AC

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Il contributo delle donne e degli uomini di Ac alla lotta contro il nazi-fascismo e alla nascita dell’Italia democratica e repubblicana

La Resistenza dell’Azione cattolica italiana

Foto Isacem - Logo sito Biografie Resistenti

La coincidenza dell’anniversario della Liberazione con l’Assemblea nazionale dell’Azione cattolica italiana, che inizia con l’incontro dell’associazione con papa Francesco, rappresenta anche un motivo per tornare a riflettere sul significato della Resistenza sotto un profilo storico, per quanto esso abbia anche inciso nella vita della comunità ecclesiale.

I cattolici che scelsero la lotta armata contro il nazi-fascismo non potevano avvalersi di pro­nunciamenti ufficiali da parte della Chiesa istituzionale, anzi, se si analizzano gli interventi dei vescovi nel 1943 vi troviamo per lo più indicazioni che andavano nella direzione contraria di chi scelse la Resistenza. Come potevano i cattolici che avevano deciso di imbracciare un’arma sentirsi sicuri nella loro scelta, quando anche la condanna della violenza continuava a essere il tratto distintivo, tanto più che iniziava una guerra civile? In effetti, su questo punto, si aprì uno dei casi di coscienza più angoscianti e tormentati per i cattolici, perché chi era convinto della necessità e della giu­stezza della causa resistenziale rimaneva, tuttavia, perplesso sull’uso della violenza che necessariamente la guerra partigiana implicava.

La Resistenza e l’uso delle armi. Il tentativo di umanizzare la guerra partigiana

Le risposte a tali interrogativi e dubbi non furono univoche all’interno del mondo resistenzia­le. Per rimanere a esponenti dell’Ac, Giuseppe Dossetti, ad esempio, fin dal settembre del 1943, si dichiarò personalmente contrario all’uso delle armi, senza per questo voler condizionare altri tipi di scelta. Il riminese Alberto Marvelli, beatificato nel 2004, fu contrario non solo alla violenza ma anche alla partecipazione alla Resistenza, prodigandosi per alleviare le sofferenze mate­riali e morali della popolazione. La maggior parte dei cattolici che fece la scelta dì militare nelle for­mazioni partigiane si convinse, comunque, dell’inevitabilità dell’uso delle armi, cercando, per quanto possibile, come avrebbe ricordato Ermanno Gorrieri, di umanizzare gli aspetti più crudi della guerra partigiana.

Le diverse scelte furono condotte in solitudine, andando contro anche alle indicazioni della gerarchia, la quale, come evidenzia una lettera di mons. Giovanni Cazzani, vescovo di Cremona, che si era op­posto durante il fascismo al gerarca Roberto Farinacci, al card. Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, nella quale scrisse che non si assumeva «la responsabili­tà di consigliare una linea di condotta decisa», preferendo illustrare la situazione: «Dico a loro che si prospettino chiaramente i pericoli dall’una e dall’altra via, e facciano quello che vogliono».
La situazione non andava meglio, se Giulio Andreotti, allora presidente della Fuci, scrisse nell’ottobre del 1943 a mons. Evasio Colli, responsabile della Direzione nazionale dell’associazione, che «difficoltà materiali impedirono all’AC di dire subi­to, come urgeva, la sua parola e superiori direttive invano si attendevano da chi […] è uso rispondere ad ogni quesito con linguaggio non so se più sibillino o ponziopilatesco». Di fronte ai dilemmi che si aprivano, spesso i partigiani cattolici maturarono la scelta resistenziale confrontandosi con il proprio assistente di Ac o, comunque, venendo supportati dal gruppo di appartenenza, nella tela associativa che ancora reggeva.

La durezza e la sofferenza che derivava dall’uccidere

I cristiani che scelsero la lotta armata introdussero, dunque, altri criteri di discernimento nella difficile decisione di ricorrere alla violenza. Ad aiutare i partigiani cattolici in questa scelta, in molti casi, fu l’esperienza della guerra maturata prima del 1943. Chi aveva già combattuto, come accadde per molti, aveva metabolizzato nella propria coscienza la durezza e la sofferenza che derivava dall’uccidere, anche se la violenza esercitata in una guerra regolare come quella combattuta tra eserciti di nazioni contrapposte era comunque protetta dal diritto, dagli ordini e dalla disciplina militare, ma anche dalla riflessione teologica, a differenza di quella, invece, richiesta nella lotta partigiana, la quale esulava da riferimenti precisi, per cui addirittura ci si poteva trovare a do­ver uccidere conoscenti ed amici.

Il confronto tra coscienza dei singoli e dato storico concreto

Anche in questo caso fu il confronto faticoso e sofferto tra la coscienza dei singoli e il dato storico concreto a determinare la scelta di campo. Soltanto a questo livello e non sulla scorta di indicazioni dall’alto o di una prassi consolidata, dunque, potevano maturare scelte difficili come quelle richieste dopo l’armistizio.
Così Teresio Olivelli ebbe a scrivere parole giustamente rimaste famose: «Mai ci sentimmo così liberi come quando ritrovammo nel fondo della nostra coscienza la capacità di ribellarci». La scelta maturata portò poi a declinarla con modalità differenti. Per fare solo alcuni esempi tra i tanti:
Gino Pistoni, il quale aveva consapevolmente scelto di abbandonare l’esercito del rinato fascismo della Repubblica sociale italiana per i valori che incarnava e di unirsi alle formazioni partigiane, durante un combattimento si attardò per soccorrere un milite repubblichino e fu colpito a morte. Sulla tela del suo tascapane, il giovane di Ivrea scrisse con il sangue: «Offro mia vita per Azione cattolica e per Italia, Viva Cristo Re».
Odoardo Focherini, padre di sette figli, nonostante potesse preoccuparsi solo della famiglia, decise di aiutare gli ebrei per salvarli dalla deportazione, con il rischio di fare la loro fine, come prevedeva la nuova legislazione. Scoperto, iniziò la trafila che lo condusse al lager di Hersbruck, dove morì, assistito da Olivelli – gli incontri tra i soci dell’Ac si verificarono per strade inattese, anzi nei campi di concentramento furono improvvisate anche riunioni inaspettate – a cui lasciò detto che offriva la «vita in olocausto per la mia Diocesi, per l’Azione Cattolica, per il Papa e per il ritorno della pace nel mondo».

Resistenza: il Vangelo nelle pieghe della storia

Se l’ex presidente dell’associazione di Carpi è stato riconosciuto beato come martire in odio alla fede, come il compagno fucino di Vigevano, ci sono tanti santi dell’Ac che non sono saliti agli altari, ma che ugualmente hanno speso la vita per una causa giusta. Traducendo il Vangelo nelle pieghe increspate della storia, come si può appurare in Biografie Resistenti, il portale dell’Isacem-Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI, che riporta molte schede.

Il prezzo pagato segno profondamente la storia della Chiesa

A ben guardare la volontà limpida di schierarsi e il prezzo pagato anche con la vita segnò profondamente la storia della Chiesa e per questo motivo si aprì la strada, culminata in un certo senso nel Concilio Vaticano II, a un differente protagonismo nella stessa missione della comunità ecclesiale.
Senza voler sovraccaricare la portata di processi storici lenti e tutt’altro che lineari, possiamo però avanzare l’ipotesi che attraverso la Resistenza sia passata una svolta nella più ampia storia religiosa, data dal fatto che all’interno della Chiesa si sia affiancato, senza sostituirlo almeno negli anni del dopoguerra, un metodo diverso di confrontarsi con la storia, incentrato non più soltanto su criteri deduttivi che discendevano dai principi immutabili della dottrina cristiana, ma più aperto anche agli interrogativi che la realtà poneva.

Non è senza significato che un gruppo di preti bresciani stese un memoriale per il proprio vescovo, mons. Giacinto Tredici, in cui sottolineavano che i cattolici dovevano «assumere le loro responsabilità civiche», necessariamente distinte da quelle dell’istituzione «docente». Con senso della laicità padre Luigi Rinaldini, fratello di Emiliano, già delegato diocesano Aspiranti dell’associazione, che sarebbe morto combattendo nelle Fiamme verdi, e gli altri suoi confratelli chiedevano alla gerarchia di ascoltarne la voce: «La Chiesa deve esigere dal laicato cattolico sincerità ed onestà nell’applicazione ai fatti dei principi di diritto naturale, ma deve poi accettare la relazione dei medesimi che esso ne dà».
Anche questa mi sembra che sia una feconda eredità della Resistenza, la quale per fortuna non è stata soltanto cattolica, ma che indubbiamente ha inciso anche nel tessuto ecclesiale.

Paolo Trionfini è direttore dell’Isacem-Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia “Paolo VI” e docente incaricato di Geopolitica contemporanea alla Lumsa di Roma.

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