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Da il blog di "Dialoghi". Il prete che ci ha insegnato la radicalità

La profezia di don Milani

Il centenario della nascita di don Lorenzo Milani (Firenze, 27 maggio 1923) sta moltiplicando dibattiti e scritti su di lui, per altro, numerosi anche negli ultimi anni. Non v’è dubbio: egli è stato figura singolare, geniale, divisiva. E divisivo continua ad essere. Un autentico “signum contradictionis”. Ancora oggi la sua vicenda suscita contrapposizioni nette: pro o contro. Con il rischio di tirarlo, nuovamente, da una parte o dall’altra, classificandolo sotto etichette di comodo, semplificatrici. In quanto tali, inadatte per comprendere la complessità e l’unicità di un’esperienza umana, vocazionale, civile, che seguita a interpellarci, anzi a provocarci (sulla profezia di Don Milani interessante leggere la rilettura che ne fa Rosy Bindi).

Esattamente 40 anni fa, in un convegno all’Università Cattolica (introdotto dal Rettore Giuseppe Lazzati e con intervento anche dell’arcivescovo Carlo Maria Martini) per il venticinquesimo di Esperienze pastorali, Pietro Scoppola poneva in guardia dal semplicismo delle etichettature milaniane (“profeta”, “rivoluzionario”…), invitando a “storicizzare” la sua figura, in rapporto alla famiglia di provenienza, nonché alla Chiesa e alla società del suo tempo. L’invito/ammonimento conserva intatta validità.

Certo, don Lorenzo è stato radicale (non settario), sotto ogni profilo.

In questo senso, non va sottostimata la componente psicologica, tipica di alcuni grandi convertiti, per i quali l’adesione a Gesù Cristo e al suo Vangelo risulta sine glossa, letterale, dunque radicale, appunto. Prete, a suo modo, obbediente fino in fondo alla Chiesa. Ma, nel medesimo tempo, controcorrente, cioè non disposto a sacrificare quanto l’intelligenza (acutissima) gli suggeriva, per adattarsi a situazioni e tradizioni pastorali di routine, prive di slancio e di futuro.

Come risvegliare nel popolo, in gran parte di battezzati ma assuefatto a logiche mondane, una coscienza viva della fede? Ecco, la “questione seria” già a San Donato di Calenzano. Con la risposta “spiazzante” per i più, incominciando dai confratelli preti: occorreva puntare sull’acculturazione di giovani e adulti, come condizione per maturare spirito critico, capacità di valutazione, disponibilità verso le domande esigenti della vita. Da qui la Scuola popolare, serale, aperta a tutti, compresi i “lontani”.

La proposta di don Milani è andata nella direzione di «rifare l’unità tra cultura e fede, all’insegna della coscienza individuale, suscitando una capacità di giudizio personale, che sia il frutto della maturità dell’io» (Antonio Acerbi). Forse il programma della Scuola popolare peccava di un certo “consequenzialismo intellettualistico”, quasi che l’apertura della mente significasse, di per sé, anche disponibilità all’attitudine del credere. Di sicuro, a San Donato don Lorenzo scopre i poveri, la povertà e quanto questa condizione materiale/culturale penalizzi quella spirituale, cioè umana in senso pieno. Scopre anche il fondamentale problema della competenza linguistica, della parola come strumento principe per la comunicazione della persona con sé stessa, gli altri, il mondo, venendo meno la quale, non può darsi autentico processo di umanizzazione. In tal modo si pregiudica pure il rapporto con la Parola rivelata, che di quel processo è/deve essere componente centrale. Esperienze pastorali, testo di straordinario acume, sottoposto alle ben note vicissitudini censorie ecclesiastiche, dava voce al ministero di don Milani a San Donato. Ministero coinvolgente per molti, nella mente dei quali egli, con la sua cultura, restava, implicitamente, punto di riferimento, ossia “modello” cui guardare.         

Poi (1954) venne l’esilio a Barbiana.

Don Lorenzo obbedisce e fa della nuova condizione emarginante/punitiva occasione di liberazione. Sua, innanzitutto. Perché sente nell’intimo del proprio essere che il processo di conversione alla Parola non è giunto a compimento. Si tratta non soltanto di “accorgersi” dei poveri e di “accompagnarsi a loro”, anche nelle battaglie per la giustizia (mirabile la lettera al comunista Pipetta!). Occorre, infatti, ben altro: spogliarsi di sé, dell’attaccamento alla propria cultura elitaria e alla connessa soggettività borghese, dalla quale negli anni sandonatesi non si era ancora liberato e “farsi povero”. Per prima cosa nel cuore, quindi nelle condizioni effettive di vita.

Il senso dello scarnificante processo di abbassamento/svuotamento, autentica metanoia, per essere come i poveri ragazzi di una sperduta borgata montuosa del Mugello, che avrebbero segnato il destino del suo ultimo tratto di vita, si coglie in una frase pronunciata sul letto di morte: «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello che passa in una cruna di un ago». Il miracolo era la spogliazione dell’animo per “consegnarsi”, come, del resto, era avvenuto, in disponibilità totale, senza sconti: 365 giorni all’anno. Con loro, dunque, ma non per proporre l’“imitazione” di sé stesso e della propria cultura borghese. Piuttosto insieme, in un itinerario conoscitivo senza vincoli e confini, nel segno di un’appassionata ricerca della verità, avendo a stelle polari senso della giustizia, coraggio della libertà, consapevolezza ‒ in quanto uomini ‒ di una comunanza di destino e, dunque, di una compartecipe solidarietà universale. Ancora una volta, al centro dell’itinerario didattico il tema della lingua, quindi della parola, indispensabile per comunicare con l’altro, gli altri.

Non solo: veicolo fondamentale anche per accedere alla conoscenza di quella Parola, che, a ben guardare, fuori da moralismi e clericalismi, costituiva l’ispirazione ultima (o prima) dell’avventura barbianese. Avventura di carattere totalizzante e di forte pregnanza teologica, al punto da scrivere, a modo di testamento spirituale: «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo». «I care» la “divisa” e l’emblema di quella scuola… fuori dal mondo. Quasi un grido di battaglia. Sì, perché al fondo dell’“impresa” di don Lorenzo con i suoi ragazzi vi era anche una sorta di sfida, motivata da legittimo orgoglio (congiunto a un senso di rivincita): dimostrare in faccia al mondo che tutti i “Gianni” di Barbiana, per quanto svantaggiati nelle condizioni di partenza, debitamente sostenuti e guidati, avrebbero potuto tranquillamente gareggiare con tutti i “Pierini” di città, figli di professori, medici, avvocati. 

Lettera a una professoressa, esercizio di “scrittura collettiva”, raccontava con sorprendente freschezza e incisività quell’esperienza. In un quadro narrativo dove finivano sotto accusa la scuola nazionale nel suo insieme, con il persistente imprinting classista e il corpo professorale, perlopiù attardato in stereotipi culturali, formalismi, rigidità meritocratiche. Giudizi secchi, taglienti, qua e là, forse ingenerosi. Va ricordato che da quattro anni, sotto l’impulso dei primi Governi di centro-sinistra, si era finalmente giunti all’istituzione della Scuola media unica (Legge 31 dicembre 1962, n. 1859), che dava compimento all’art. 34 della Costituzione: «L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita». Un traguardo giuridicamente importante, che non significava però raggiungimento di un’effettiva “giustizia educativo-scolastica”, come invece decretavano i commi 3 e 4 del medesimo articolo. In questo senso, Lettera a una professoressa aveva ragioni da vendere. Lettera che l’anno dopo la sua uscita, nell’infuocata rivolta studentesca del 1968, fu brandita  a modo di manifesto contro autoritarismo e classismo nella scuola e nell’Università. In tal modo, anche questo testo, come il suo ispiratore, assurse a signum contradictionis.

Con la schiera dei plaudenti (a volte, ingenuamente convinti di poter riprodurre pari pari l’irripetibile esperienza barbianese), la non meno numerosa platea dei denigratori. Di costoro, tanto gravi quanto ingiustificate le accuse. In estrema sintesi: avere contribuito con la Lettera (e, prima ancora ‒ 1965 ‒, con l’obiezione di coscienza civile) a destabilizzare, sul piano socio-istituzionale, il valore dell’autorità, della Legge, dello Stato; avere concorso a favorire un modello di scuola ‒ amplificato dall’irruenza sessantottina ‒ culturalmente debole, insensibile a merito e valutazione, orientato in senso auto-gestionale dal basso, corrivo con logiche permissive. Una sequenza litanica che continua a godere del sostegno di stucchevoli ripetitori!

Per chiudere, valgano le persuasive parole della commemorazione del presidente Mattarella a Barbiana (27 maggio 2023): don Lorenzo «Sapeva di avere in mano un testimone. Un testimone che doveva passare di mano, a cui poi i suoi ragazzi “aggiungessero” qualcosa. Un grande italiano che, con la sua lezione, ha invitato all’esercizio di una responsabilità attiva. Il suo “I care” è divenuto un motto universale. Il motto di chi rifiuta l’egoismo e l’indifferenza».  

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