La porta del cielo. Quando l’Ac fece la storia del cinema

Proiettato alla Festa del Cinema di Roma, torna a nuova vita il film diretto da Vittorio De Sica e prodotto dall’Azione cattolica. Girato nel 1944 in una Roma “citta aperta” e occupata dai tedeschi. Un’anticipazione del cinema neorealista. Il restauro ha visto la collaborazione della Presidenza nazionale Ac e il supporto scientifico dell’Isacem

Ci sono film la cui fama prescinde dalla fortuna commerciale o dall’entusiasmo della critica. La Festa del Cinema di Roma ha acceso i riflettori su La porta del cielo entrato nella storia della Settima Arte per la sua leggendaria lavorazione sul finire della Seconda guerra mondiale.
Originariamente doveva essere diretto da un regista vicino al regime fascista, Esodo Pratelli, ma grazie all’intercessione di Maria Mercader passò nelle mani di Vittorio De Sica, smanioso di lavorare per non doversi trasferire al Cinevillaggio della Giudecca, a Venezia, la nuova Cinecittà della Repubblica Sociale Italiana. La porta del cielo divenne un lasciapassare per migliaia di persone, riunite su un set quantomai improvvisato, la basilica di San Paolo fuori le Mura, dove fu ricostruito il santuario di Loreto (ma il film fu girato anche nei sotterranei della chiesa di San Bellarmino ai Parioli).

De Sica: “era la salvezza per me e per gli attori”

Così lo ricorda il regista De Sica: «Un giorno mi chiama Salvo D’Angelo, il produttore che più tardi concluderà una carriera clamorosa con il clamoroso fallimento della Universalia. Mi dice che c’è da fare un film religioso, la storia di un gruppo di malati in viaggio a Loreto per chiedere il miracolo. Nasce così La porta del cielo. Fu una strana avventura. Tanto per cominciare, su un punto non c’erano dubbi: il film non doveva finire mai, finché i tedeschi fossero rimasti a Roma. Se ci restavano ancora un anno, la lavorazione sarebbe durata un anno; se dieci, dieci anni. Come ho già detto, era la salvezza per me e per gli attori: Ninchi e Girotti, la Mercader e la Berti e tutti gli altri. Il problema addirittura era di metterci dentro più gente possibile: a un certo momento la basilica di San Paolo fu una fortezza assediata con dentro tremila rifugiati. E rifugio fu per tutti noi in tutti i sensi. Per esempio, un giorno caddero bombe tutt’intorno alla chiesa e noi dentro fummo tutti illesi».

Le riprese iniziarono il 20 ottobre 1943 e durarono più di un anno. La basilica di San Paolo si trasformò in un porto di mare con grave imbarazzo delle autorità religiose, «il bivacco di un esercito di lanzichenecchi», come lo definì lo stesso De Sica. «Gli americani entrarono in Roma il 5 giugno ’44. […] Immediatamente lasciammo la basilica di San Paolo (gli operai ci misero tre giorni per pulirla), ci trasferimmo nei teatri Safa-Palatino e una settimana dopo La porta del cielo era finito. Non c’era più ragione di tenerlo in vita». Stava per nascere il cinema neorealista, di cui questo film, così intessuto di autenticità, era un’anticipazione, anche per la presenza tra gli sceneggiatori di Cesare Zavattini.

Un’opera tutt’altro che ortodossa

Il film uscì nelle sale il 15 febbraio 1945, salva una precedente proiezione per le autorità ecclesiastiche il 21 dicembre 1944. Con incerte fortune, anche se fu distribuito persino a Parigi nel 1948. De Sica rimase addolorato dalle sue sorti: «Più tardi accadde qualcosa che mi procurò un diverso dispiacere: il film sparì dalla circolazione. Certo non era precisamente ortodosso, il miracolo invocato dai malati non avveniva, subentrava in loro la rassegnazione, questo era per me il vero miracolo; perciò, forse lo stesso Centro Cattolico Cinematografico che lo aveva commissionato, rimanendone scontento, si adoperò per toglierlo di mezzo. Fatto sta comunque che il film non circolò, non lo vide nessuno».

Il Centro Cattolico Cinematografico era presieduto da Luigi Gedda, artefice, con Diego Fabbri e Salvo D’Angelo, di questa breve stagione produttiva all’ombra del Cupolone. «Forse però il vero motivo è che la qualità tecnica del film era molto scadente. Soprattutto il sonoro, realizzato con attrezzature di fortuna, era incomprensibile ed è proprio per questo che alcuni anni fa ne è stato fatto un primo restauro, ancora insoddisfacente ma che è stato uno dei primi esperimenti di rielaborazione digitale di una colonna sonora», come sottolineò su “La Repubblica” del 12 aprile 2000 Alberto Farassino.

Non solo La porta del cielo

Oggi La porta del cielo torna a rivivere grazie all’Azione cattolica, che qualche anno fa è riuscita a recuperarne i diritti, insieme ad altri due film significativi dell’epoca, Un giorno nella vita di Alessandro Blasetti (1946) e il documentario Guerra alla guerra di Romolo Marcellini e Giorgio C. Simonelli (1947), prodotti anche questi dalla Orbis – era questo il nome della casa di produzione dell’Ac – altra emanazione dell’avventuriero Salvo D’Angelo, che godeva molto credito in Vaticano, o almeno così si vantava, alimentando di leggende le sue spregiudicate mosse. Come quando riuscì a far finanziare dal Banco di Sicilia La terra trema di Luchino Visconti, reputato all’epoca un film di propaganda comunista, spostando una quota del finanziamento ricevuto per il kolossal cattolico Fabiola di Blasetti. Suso Cecchi d’Amico ne fa un ritratto illuminante: «Si vestiva come il papa, e molti lo scambiavano, quando entrava la sera a Castel Sant’Angelo. Vestiva sempre di bianco, estate e inverno». Da qui forse l’immagine del produttore in bianco che faceva tanto snob, rinverdita da Angelo Rizzoli e tramandata negli anni.

I protagonisti del restauro

Il film è stato restaurato da Centro Sperimentale-Cineteca Nazionale e Associazione Officina Cultura e Territorio, in collaborazione con Azione cattolica italiana, e promosso dal Centro di ricerca Cast (Catholicism and Audiovisual Studies) di Università UniNettuno con il supporto dell’Isacem. Alla Festa del Cinema di Roma è stato particolarmente apprezzato proprio l’intervento sul sonoro, che ha restituito a questa opera, avvolta da un alone quasi mitologico, la dignità artistica che De Sica in cuor suo gli aveva sempre riconosciuto. Incastonata nella filmografia del regista di Sora tra I bambini ci guardano (1943) e Sciuscià (1946), può finalmente brillare di luce propria.

Luca Pallanch è critico cinematografico, lavora alla Cineteca Nazionale presso il Centro Sperimentale di Cinematografia

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Luca Pallanch