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La relazione al Parlamento del Garante delle persone detenute

La pena non è solo il carcere

La condizione delle persone detenute, tra sovraffollamento e diritti costituzionali negati. La necessità di far comprendere che il carcere è parte del “bene comune”. Il ruolo del volontariato cristiano e del suo patrimonio educativo per scardinare una narrazione securitaria della pena e sostenere rieducazione e reinserimento sociale

85 suicidi nel 2022, 5000 detenuti non hanno completato l’obbligo scolastico, fra gli italiani 845 analfabeti, circa 600 non hanno concluso il ciclo di scuola primaria (scuola elementare). Sono questi alcuni dei numeri che colpiscono nella lettura della Relazione al Parlamento del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale presentata il 15 giugno. Il carcere è prima di tutto luogo di fragilità e povertà esistenziale. Un concentrato di umanità in un luogo “disumano” dove la vicinanza fisica – unitamente alla carenza di percorsi trattamentali adeguati – accelera i processi di contagio della disperazione. «Luoghi dove la specifica vulnerabilità dovuta alla privazione della libertà personale si aggiunge frequentemente ad altre preesistenti fragilità dal punto di vista individuale e sociale» (dalla Relazione).

Tra sovraffolamento e Costituzione negata

A fine 2022 si contavano 56195 detenuti (di cui 2365 donne). Ma ben 1478 persone sono oggi in carcere per scontare una pena – non un residuo di pena – inferiore a un anno, altre 2741 una pena tra uno e due anni. Il tutto avviene in un contesto di sovraffollamento dei 190 Istituti attivi che spesso superano il 120% della capienza regolamentare. Quasi sempre viene violata quella soglia di superficie minima fissata in 3 mq per ogni detenuto nella cella (pudicamente si chiamano stanze di pernottamento). Ce da chiedersi davvero a che serva il carcere, forse solo a punire con scarse possibilità di attuare il principio costituzionale (art. 27) della rieducazione del condannato e l’insita previsione del suo reinserimento sociale.

Il carcere è parte del “bene comune”, come scuola e sanità

Qui preme cogliere un elemento decisivo che ha contrassegnato l’azione del Garante nei suoi primi 7 anni di vita: le persone detenute (non guasta anteporre ogni tanto alla parola detenuto quella di persona) sono parte integrante del corpo sociale, titolari dei medesimi diritti fondamentali riconosciuti a tutti i cittadini dalla Costituzione. La separazione fisica e percettiva del carcere come corpo “altro”, alieno, rispetto all’interezza del corpo sociale, è probabilmente il motivo principale della condizione degradante della vita detentiva. O meglio, non aiutare a comprendere che il carcere è parte del “bene comune” come lo sono, ad esempio, scuola e sanità, genera distanza, insicurezza, spinge ad accettare una sorta di delega permanente all’amministrazione senza interesse per la qualità del servizio erogato ed i suoi esiti.

Il ruolo dell’Azione Cattolica e del suo patrimonio educativo

Qui si apre un tema vastissimo che dovrebbe coinvolgere strati più ampi dell’opinione pubblica, orientare a forme di cittadinanza attiva anche nell’area dell’esecuzione penale. Su questo sito mi piace evidenziare la necessità di avviare modalità di approfondimento anche nelle comunità cristiane, ovviamente valorizzando il patrimonio educativo di soggetti come l’Azione Cattolica. Sorprenderà sapere che il primo coordinamento nazionale fra le associazioni di volontariato penitenziario – il SEAC – nasce proprio su iniziativa dell’Azione Cattolica alla fine degli anni Sessanta. Una storia ed una memoria da valorizzare.
Si badi poi che – il Garante torna spesso su questi profili – la legislazione per certi aspetti è abbastanza aperta a taluni indirizzi. Già nel 1975 il nuovo ordinamento penitenziario prevedeva – anzi sollecitava – l’ingresso della società civile nei penitenziari ed espressamente del volontariato di cui il mondo cattolico si era fatto primo promotore. Solo una narrazione ottusamente securitaria dell’esecuzione penale priva di analisi scientifiche ha potuto alimentare il sostegno ad un modello di pena così lontano dalla lettera e dallo spirito della Costituzione.

La penalità può essere cosa diversa dal carcere

Va infatti rilevato che la Costituzione parla solo di pene (al plurale) e non cita mai il carcere. I padri costituenti vollero così – con tanta lungimirante saggezza – restare aperti alla possibilità di una pluralità di pene diverse da quella del carcere. Ad oggi, la legislazione ha maturato diversi modi di irrogare e far scontare la pena anche fuori dal carcere, così fino alla recente riforma c.d. Cartabia che rafforza notevolmente una visione non carcerocentrica delle pene. In effetti i condannati sono fra noi: a migliaia ogni giorno vivono una parte della pena o l’intera pena impegnati in diversi percorsi sul territorio, confondendosi anonimamente fra la gente che lavora o svolge servizi a valenza sociale. Non fanno rumore, non fanno notizia, ma sono la dimostrazione concreta di quanto la penalità possa essere cosa diversa dal carcere, con grande giovamento per loro, per la società libera e, talvolta, per le vittime.
Il volontariato di ispirazione cristiana ed un buon numero di parrocchie sono già da anni soggetti attivi nell’accompagnamento delle persone assegnate a pene alternative al carcere. I temi accennati investono il cuore, il senso profondo della democrazia, del nostro essere cittadini e non solo… «ricordatevi dei carcerati come se foste loro compagni di carcere» (Ebr. 13.3).

Carlo Condorelli è il presidente di Seac-odv, coordinamento delle associazioni di volontariato di ispirazione cristiana operanti nelle carceri e nel più ampio campo dell’esecuzione penale da oltre mezzo secolo.

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