Conflittualità e instabilità, i volti del nostro oggi

La guerra, tante guerre

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Quando Papa Francesco, nel 2014, coniò l’espressione “terza guerra mondiale a pezzi”, volle definire due tratti distintivi della nostra epoca: la conflittualità che deborda in scontro, l’instabilità che conduce al caos. Ciò che è accaduto in quest’ultimo quinquennio e continua ad accadere, conferma la tragica intuizione: dalla guerra civile siriana agli attentati dello Stato Islamico in Europa, dalla minaccia nucleare e balistica della Corea del Nord alle lacerazioni del Medio Oriente, dai cyberattacchi russi alle democrazie occidentali ai sussulti nazionalisti che si propagano da ambedue le sponde dell’Atlantico, passando per la Libia dei satrapi post Gheddafi in guerra perenne e l’Iran degli ayatollah da poco orfano del suo machiavellico principe Soleimani, pronto a buttare benzina sul fuoco acceso da Trump, che secondo una collaudata tradizione a stelle e strisce usa le cannoniere della politica estera americana per nascondere i propri guai e puntare alla rielezione, costi quel che costi.
Vicende e fatti che hanno nella conflittualità, ad ogni livello, il loro denominatore comune: sono tutti parte integrante, per l’appunto, di una “terza guerra mondiale”, combattuta però “a pezzi”. Ossia, non in unico teatro, ma su più fronti, collocati su un vasto ambito geografico, distribuito su più continenti. A caratterizzare questa inedita guerra è però ancora di più il suo manifestarsi in tutte le forme possibili, di vecchia scuola e di nuova invenzione.
Abbiamo anzitutto un conflitto “convenzionale” ovvero “simmetrico” – è il caso della Siria – con eserciti schierati sul terreno da parte della superpotenza globale, gli Usa, e del suo rivale strategico, la Russia, affiancati da tutta una serie di attori locali e regionali, che si contendono il controllo di un Paese chiave, affacciato sul Mediterraneo, nel cuore del Levante.
In questo conflitto si è iscritto poi un’altra forma di guerra, quella “asimmetrica” condotta dalle forze del terrorismo jihadista, che colpisce i suoi nemici con gli attentati e con una propaganda martellante e iper-moderna, ma che dal 2013 fino a metà del 2019 ha conosciuto una singolare evoluzione, trasferendosi sul piano del conflitto simmetrico: l’Isis, di questo stiamo parlando, ha assunto la forma di uno Stato, munito di un esercito abile e spietato che ha combattuto i suoi avversari in campo aperto, con una pletora di strumenti militari di tipo tradizionale.
Abbiamo, poi, una guerra “ibrida” – quella in corso nel Donbass, in Ucraina – dove la guerra tradizionale, armata, è affiancata dalle forme postmoderne del conflitto, come quelle iscritte nella sfera cyber, che fanno leva anche sulla disinformazione e sulla manipolazione della verità.
Da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, è esplosa poi una nuova versione di guerra “fredda”, quella in corso contro la superpotenza rivale cinese, la cui ascesa l’America sta cercando di ostacolare in tutti i modi: con una guerra “commerciale”, combattuta a colpi di dazi, e con una “tecnologica”, mirata a impedire ai colossi delle telecomunicazioni del Dragone, Huawei e Zte, di controllare nel mondo le infrastrutture per la rete mobile di quinta generazione, il 5G, per impedire al Partito Comunista cinese di violare la sicurezza informatica e delle comunicazioni.
Infine, non dimentichiamo che nel mondo contemporaneo aleggia lo spettro della guerra “nucleare”: l’avvento al potere di Trump è stato segnato dalla sfida lanciatagli dal dittatore nordcoreano Kim Jong-un, detentore di un inquietante arsenale nucleare e missilistico con cui minaccia la pace in una regione nevralgica del pianeta, minando seriamente la Pax americana. Messi insieme, tutti questi conflitti configurano, per l’appunto, una singolare guerra mondiale ma “a pezzi”. Segno che se abbiamo ancora tanto da imparare per costruire la pace, molto si continua ad apprendere su come farsi la guerra.