La corruzione come questione culturale

Versione stampabileVersione stampabile
Corruzione

di Fabio Mazzocchio* - Da molti decenni la questione morale e il tema della corruzione albergano nei dibattiti pubblici e nelle riflessioni degli addetti ai lavori. Nei fatti si tratta di un tema classico per la riflessione sociale e politologica. Non possiamo qui evocare i discorsi classici sul governo delle città e degli stati, ma ci pare utile riferirci almeno velocemente a ciò che circa cinque secoli fa Machiavelli scriveva a proposito delle italiche sorti e di come queste venissero orientate, in negativo, proprio dagli interessi particolaristici e dalla corruzione dei costumi. La corruzione è, nella prospettiva del grande pensatore, una mancanza di virtù, una carenza di energia nel tenere insieme la comunità in senso civile. Si tratta di una vero pervertimento dei costumi in forza del “particulare”. In questa condizione non c’è solidarietà, non c’è rispetto, manca la fiducia come collante fondamentale della socialità. L’utilità e il privilegio campeggiano sul trono della vita pubblica rendendo sterili le istanze di bene e i legami comuni. Troviamo nelle sue pagine anche la sottolineatura del rischio a cui la corruzione, come fatto sociale e culturale, espone: la fine della buona vita comune. Ma c’è di più: la corruzione si diffonde in uno Stato che non combatte con ogni mezzo situazioni di corruttela. Così scrive Machiavelli: «Uno tristo cittadino non può male operare in una repubblica che non sia corrotta» (Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, III, 8). Una gestione della cosa pubblica che non allontana da sé l’ombra della corruzione è destinata a far proliferare i corrotti e le corruttele. La natura umana si lascia tentare dal privilegio, ma la moralità pubblica e il giusto ordine delle leggi dovrebbero avere sempre la meglio. Il saggio governo della polis presupporrebbe capacità di gestione del conflitto, armonizzazione degli interessi, tensione verso l’interesse generale, capacità di indirizzo, possibilità di individuare e punire le responsabilità accertate senza vie di fuga di alcun genere. Quando queste dimensioni sono neglette gli interessi acquisitivi prendono il sopravvento, dando l’impressione di una sostanziale impotenza delle istituzioni, se non addirittura – nelle letture più semplicistiche – di una simpatetica connivenza. Ciò si enfatizza allorché attori pubblici utilizzano variamente il proprio ruolo secondo fini privati.

La questione è sempre la stessa: gli interessi privati come fonte di orientamento delle prassi sociali producono una distorsione delle relazioni che, obliando l’orizzonte del bene comune e dell’interesse generale, crea dinamiche conflittuali e ingiuste disparità. La mentalità diffusa di oggi, figlia del portato individualistico e atomistico di gran parte della modernità e della logica suprema della preferenza individuale, tende ad avallare in modo più o meno esplicito una competizione insana tra i molti che costituiscono l’intero sociale, in vista di una vittoriosa supremazia sull’altro. Tale traguardo si esplicita nel raggiungimento di uno status sociale definito come desiderabile e rassicurante. Ma la distorsione nasce quando pur di ottenere tale status si è disposti a tutto e soprattutto a lasciare che gli altri non abbiano ciò che gli spetta secondo giustizia. Una socialità competitiva al punto di soverchiare l’altro può generare perfino una mentalità che strizza l’occhio anche a quelle situazioni grigie, o persino illegali, che producono fenomeni deleteri come quelli corruttivi. In tali casi il bene comune è oscurato; si rivede in controluce la distruttiva lotta di tutti contro tutti. Logica arcaia, tribale, logica impolitica per eccellenza.

In questo senso, la morale della vita comune e l’etica pubblica vengono stritolate dalla competizione e dal mercimonio. L’arricchimento e la conquista del potere economico soffocano il desiderio di giustizia in una società che sembra aver perso la bussola della dimensione comune. Interessi individuali e privatistici non possono condurre al trionfo della giustizia, soprattutto quando tali interessi per essere perseguiti oltrepassano i paletti di ciò che è lecito e del buon vivere insieme. Ciò che è frutto di accaparramento illegittimo è un bene tolto al godimento di altri. Tornando alla lezione di Machiavelli, «il bene comune è quello che fa grandi le città» (Discorsi, II, 2) e rappresenta la condizione per la giusta vita dei popoli.

Serve al nostro Paese una stagione di ridefinizione della grammatica del vivere civile, favorendo lo sviluppo nei cittadini di un nuovo ethos pubblico. Attraverso un nuovo alfabeto dell’agire sociale, orientato al giusto e al bene, crediamo si possa lentamente contribuire all’opera di ricostruzione della casa comune. La sfera pubblica ha bisogno di buone leggi, amministratori responsabili e un elevato senso civico.

*Fabio Mazzocchio svolge attività didattica e di ricerca presso l’Università di Palermo. Autore di saggi sul pensiero filosofico ed etico-politico contemporaneo, ha recentemente pubblicato il volume Esporsi all’altro. Percorsi della ragion pratica nell’età post-secolare, Edizioni Meudon, Portogruaro (VE) 2014.