L'omelia di mons. Gualtiero Sigismondi - Conv. naz. delle Presidenze diocesane Ac

La comunità è il “sacramento” della comunione

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Il tempo pasquale, di settimana in settimana, ci invita a lasciarci coprire, come un manto, dal “sole di Pasqua” e ci aiuta, di domenica in domenica, a orientare lo sguardo sul volto del Risorto, “grondante di luce”. Oggi il libro dell’Apocalisse ci presenta Gesù come “Agnello immolato, degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione” (Ap 5,12).

La liturgia pasquale, nel sollecitarci a tenere fisso lo sguardo sul Redentore, “Capo e Salvatore” (cf. At 5,31), ci sprona a seguire il cammino compiuto dagli Undici che, faticosamente, passano dall’ombra della Croce alla luce, “radiosa e splendida”, della Risurrezione. “I loro occhi – osserva Luca, riferendosi ai discepoli di Emmaus – erano impediti a riconoscerlo” (24,16). Il giorno di Pasqua gli Undici sperimentano qualcosa di analogo a quello che accade all’occhio quando d’estate, nell’ora più calda del giorno, si esce di casa e, all’istante, si rimane accecati dai raggi solari. Anche le donne, recandosi al sepolcro, vivono un’esperienza per certi versi simile a quella che compie chiunque guardi le finestre di una chiesa con vetrate istoriate; viste da fuori, esse appaiono scure, pesanti, addirittura tetre, ma quando si entra, tali finestre all’improvviso prendono vita: riflettendo la luce che le attraversa, rivelano tutto il loro splendore.

Le apparizioni del Risorto preparano i discepoli a lasciarsi inondare dalla luce pasquale. La prima ricognizione del sepolcro vuoto è stata effettuata da Maria di Magdala e, immediatamente dopo, da Simon Pietro assieme al discepolo amato; l’esame clinico del corpo di Gesù è stato compiuto dalla Maddalena, mentre l’esame obiettivo è stato eseguito da Tommaso e dai discepoli di Emmaus, alla “frazione del pane”; ad essi il Risorto ha fatto l’anamnesi del Mistero pasquale. La sapiente pedagogia del Signore risorto ha come obiettivo quello di riscaldare i cuori degli Apostoli, i quali, rassegnati ed increduli, sono esposti al pericolo di volgersi indietro, di tornare sui loro passi, al loro lavoro.

“Io vado a pescare” (Gv 21,3): queste parole rivelano lo stato d’animo di Simon Pietro, che il Risorto torna ad avvicinare sulla riva del mare di Tiberiade, là dove l’aveva tratto all’amo come “pescatore di uomini” (cf. Lc 5,10). Che Gesù risorto sia non solo “corporalmente vivo”, ma anche “sentimentalmente vivo” lo rivela il dialogo che Egli stabilisce con Simone, subito dopo aver mangiato con i discepoli sulla riva del lago. Per ben tre volte Gesù gli pone lo stesso interrogativo: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?” (Gv 21,15); “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?” (Gv 21,16); “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?” (Gv 21,17). Mentre le prime due volte il verbo impiegato è “agapào”, che significa “amore di carità”, la terza volta il verbo utilizzato è “filèo”, che indica “amore di amicizia”. Nel domandare a Pietro, la terza volta, se gli vuole bene, il Risorto non abbassa il livello della sua richiesta ma lo innalza.

La risposta di Pietro è tanto sicura – “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene” (Gv 21,15) – quanto sincera: “Signore tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21,17). Se non possiamo avere la presunzione di rivolgerci al Signore facendo nostra, per intero, la dichiarazione d’amore di Pietro, dobbiamo avere l’umiltà di fermarci sulla soglia della prima parte: “Signore, tu conosci tutto”. Fratelli carissimi, il Signore sa quanto timidi e incerti siano i nostri passi, quanto siano impediti i nostri occhi – più appesantiti dei piedi! –, quanto sia volubile il nostro cuore. E tuttavia, Egli ripete a ciascuno di noi quello che ha chiesto a Pietro: “Seguimi” (Gv 21,19). Che la sequela sia amoris officium è il Signore stesso a confidarlo a Pietro quando gli ricorda che l’amore è la condizione del pascere, il suo presupposto (cf. Gv 21,15-17). Quanto questo sia vero lo testimoniano i discepoli i quali, “lieti di subire oltraggi per il nome di Gesù” (At 5,41), con “delicata fierezza” rispondono al sommo sacerdote che “bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” (At 5,29).

La liturgia sviluppa nell’arco di cinquanta giorni la luce del “sole di Pasqua”, assicurando che, “agli inizi della predicazione del Vangelo”, la durezza della persecuzione, mitigata dalla forza della comunione fraterna, non è riuscita a scalfire la letizia dei discepoli e neppure a far tacere la loro voce. “La parola di Dio cresceva e si diffondeva” (At 12,24): questo grido di meraviglia è una vera e propria epifania della “genesi” della missione della Chiesa. Come la comunione è la “forma” della missione, così la comunità è il “sacramento” della comunione. “Se non c’è il sacramento della comunità – avverte il card. Marc Ouellet – la comunione non cresce”.