9 maggio, Festa dell’Europa. Oltre le celebrazioni, una realtà da preservare e far crescere

L’Europa della speranza è necessaria

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di Michele D’Avino* - A chi oggi sostiene – per effetto di una qualche miopia storica, politica, o anche meramente informativa – che l’Unione Europea sia solo una delle tante possibili opzioni per il futuro del nostro Paese, bisognerebbe chiedere di strofinarsi un attimo gli occhi e allenare lo sguardo ad un orizzonte più ampio della punta del proprio naso.
Quando si guarda all’Europa – e in particolare al progetto comune di integrazione europea che ha dato vita all’Unione Europea così come la conosciamo oggi – infatti, occorre essere capaci di uno sguardo lungo, che abbracci i circa 70 anni di cammino unitario compiuto fin qui. E non basta. Occorre anche saper lanciare lo sguardo in avanti, alle possibilità concrete di futuro che tale cammino consegna alle prossime generazioni, in un mondo globalizzato.

Si sente spesso parlare di ciò che in Europa non funziona e degli svantaggi che derivano all’Italia dall’appartenenza all’UE: vincoli comunitari, parametri da rispettare, sanzioni per inadempimenti a direttive “imposte” da Bruxelles… Ma ci siamo mai chiesti come sarebbe il mondo senza l’Unione Europea? Nel docu-film dal titolo “The Great European Disaster” della regista Annalisa Piras e dal giornalista Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, si immagina un futuro senza UE. A bordo di un aereo in preda a gravi turbolenze e che rischia di precipitare (chiara metafora dei tempi presenti), un anziano archeologo racconta ad una bambina cos’era l’Unione Europea e perché sia implosa, sotto i colpi inferti dai movimenti xenofobi e nazionalisti e per mano di una classe politica miope e incapace di gestire le grandi questioni di portata globale come migrazioni, terrorismo, crisi economica e sviluppo sostenibile. Il film ha volutamente toni cupi e da disaster movie. Pensato come una “provocazione” per invitare l’Europa a cambiare rotta, in realtà è stato girato e diffuso ben prima dell’esito del referendum sulla Brexit e degli attentati terroristici perpetrati nel cuore dell’Europa, che ne hanno scosso le fondamenta nel profondo.
Come talvolta accade, la realtà rischia di superare la fantasia. Insomma oggi corriamo il rischio concreto che quello che era una mera finzione cinematografica, si trasformi in drammatica realtà.

L’Europa è sicuramente una realtà più grande delle istituzioni che la rappresentano, del suo mercato, delle sue regole e dei suoi vincoli, di quanto ha prodotto. È qualcosa di più grande anche delle inadeguatezze con cui affronta le grandi questioni del nostro tempo, le migrazioni, la povertà, il terrorismo, lo sfilacciamento dei legami sociali.
Da dove partire, allora, per evitare che le molteplici crisi che animano questo tempo incerto facciano precipitare il progetto europeo? La risposta a questa domanda richiede, inevitabilmente, un’assunzione di responsabilità in prima persona.
Non possiamo rassegnarci all’idea di un’Europa chiusa in se stessa, smarrita e in preda alla paura.

È l’Europa della speranza, non della paura, quella cui sentiamo di appartenere! È l’Europa di Dante, Shakespeare, Cervantes, Goethe. L’Europa dell’Umanesimo e del Rinascimento, dell’uomo vitruviano di Leonardo. È l’idea tutta europea di persona e della sua dignità, alla quale non vogliamo rinunciare e che costituisce il fondamento principale della comune identità europea!
L’Europa, insomma, ha a che fare con la nostra stessa identità, su di un piano storico e culturale, ma anche giuridico, economico, valoriale. Anche chi lamenta una (presunta) incolmabile distanza da Bruxelles non potrà fare a meno di sentirsi “europeo” di fronte all’evidenza delle conquiste, in termini di diritti, opportunità e tutele, che il processo di integrazione ha prodotto e continua a produrre. Si tratta di conquiste ottenute in materia di libertà di circolazione, di parità di genere, di tutela della concorrenza e dei consumatori, di diritti e doveri di cittadinanza, fino al più recente approdo ad una Carta dei diritti fondamentali giuridicamente vincolante.
Un bagaglio che, quotidianamente, ci portiamo dietro grazie all’appartenenza europea e senza il quale la nostra vita non sarebbe più la stessa, in termini di qualità, intensità delle tutele, possibilità di espressione della propria personalità.

A cominciare da un dato che potrebbe apparire banale e invece non lo è: la pace. Appena fuori dai confini dell’Unione Europea, a poche centinaia di chilometri dalle nostre città, negli ultimi decenni la guerra ha continuato ad imperversare, senza lesinare ingiustizie, dolore e sofferenze. I conflitti nei Balcani e la più recente guerra nell’Ucraina orientale ci insegnano che l’Europa è (ancora!) necessaria per il mantenimento della pace tra i popoli che la abitano.
L’Europa ha a che fare anche con la nostra idea di sicurezza e di giustizia sociale. Pensiamo davvero che per difendere il nostro stile di vita, per sentirci al sicuro, dobbiamo restarcene chiusi nei nostri confini nazionali, alzare frontiere e recinti di filo spinato, aumentare la distanza fisica (ma anche sociale, giuridica, economica) tra noi e il resto del mondo? O non vale forse la pena condividere un progetto per una nuova governance globale, che faccia fronte comune contro il terrorismo e promuova cooperazione e sviluppo su scala globale?
Pensiamo davvero che la sicurezza aumenti quando resto chiuso in casa e posso legittimamente usare un’arma per difesa personale? O piuttosto dobbiamo impegnarci a creare, anche attraverso politiche condivise a livello europeo, le condizioni per ridurre le sacche d’odio e di emarginazione di cui è malata la nostra società?

Allo stesso modo l’Europa riguarda da vicino l’idea di futuro che abbiamo per le nuove generazioni e per l’intera famiglia umana.
Il “bene comune” ha ormai rilevanza e dimensioni tali che trascendono i limiti e le possibilità di azione del singolo Stato. Il destino dell’umanità intera, in una prospettiva non contingente, implica scelte sull’utilizzo di beni comuni di carattere universale. Le grandi problematiche contemporanee, dalla globalizzazione dell’economia, ai fenomeni migratori, alla tutela dell’ambiente, ai cambiamenti climatici, al terrorismo, alla protezione dei diritti umani, hanno dimensioni “planetarie” e quindi possono essere affrontate solo mediante una collaborazione internazionale e nell’ambito delle numerose organizzazioni internazionali, universali e regionali, quale l’Unione Europea.
Si tratta di assumersi le proprie responsabilità nei confronti del mondo in termini di promozione della pace e governance delle grandi questioni di portata globale. In Europa abbiamo (ancora!) la possibilità di dare risposte concrete a questioni così complesse. Una responsabilità ancora più impellente, se vissuta attraverso la Chiesa, nel solco del Vangelo, da uomini e donne di speranza.
Risuonano come un monito le parole del discorso di Papa Francesco ai Capi di Stato e di Governo in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma: “I Padri fondatori ci ricordano che l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire. Essa è una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere, o di pretese da rivendicare. All’origine dell’idea d’Europa vi è «la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, […] con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria»”.
Le parole di Papa Francesco, che per la forza e la profondità dei discorsi pronunciati sull’Europa ben potrebbe essere definito un “Padre ri-fondatore” dell’Europa, ci invitano ad un duplice esercizio, di cittadinanza e di fede.
Siamo cittadini dell’Europa della Speranza quando siamo capaci di vivere senza frontiere, liberando il cuore da muri e recinti di filo spinato, misurando ogni nostra azione con la misura universale della dignità della persona umana.
Siamo cittadini dell’Europa della Speranza quando la pace e la solidarietà diventano le fondamenta sulle quali progettare il futuro: delle nostre comunità, locali e nazionali, e dell’intera famiglia umana.
Ma potremmo anche dire che siamo veramente figli di Dio e fratelli in Cristo quando non rinunciamo ad essere, fino in fondo, cittadini dell’Europa della Speranza!

*Direttore dell’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo” dell’Azione cattolica italiana. Articolo pubblicato anche dalla rivista online benecomune.net