Valori etici e concretezza dell’essere umano

L’etica non è etica, se non è concreta e condivisa

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di Paolo Nepi* - Ritorna spesso, nei dibattiti televisivi e sui giornali, e perfino nei dialoghi quotidiani dell’uomo della strada, la questione dei valori morali e della loro crisi nell’attuale momento storico. Si riconosce sempre più frequentemente che le nostre società occidentali, e il nostro Paese in particolare, sono attraversati da una crisi etica che ne minaccia il presente e soprattutto il futuro. Perfino l’auspicabile ripresa dalla crisi del coronavirus, con le sue pesanti ripercussioni economiche e sociali, viene collegata a una forte rinascita delle ragioni etiche dello stare assieme, senza di cui ogni speranza di recupero andrebbe sicuramente delusa. Oggi «vince la finanza e l’illusione che il bene del Paese consista nella buona salute del Pil. Ma la finanza staccata da motivazioni e progetti per un futuro etico della società porta alla paralisi e alla depressione collettiva». Sono le parole di un accorato appello di Dacia Maraini, una delle più grandi scrittrici italiane viventi, spesso presente nelle storiche battaglie civili e culturali di impronta decisamente laica, pubblicato a fine aprile dal “Corriere della Sera”. E’ del tutto condivisibile il punto di partenza di questo genere di riflessioni, compreso il quadro iniziale di Maraini, che fotografa un Paese individualista dove regna la legge di tutti contro tutto e contro tutti. Difficile, magari con qualche doveroso distinguo, non essere d’accordo. Alla forte contrapposizione ideologica del dopoguerra, che aveva nel corso del tempo trovato una sorta di civile compromesso, si è sostituito negli ultimi tempi un indistinto clima di apparente rispetto, che però si tramuta immediatamente in facili rancori tra forze politiche, gruppi di interesse e perfino nei normali rapporti tra le persone. Non è difficile fare, perfino nelle banali situazioni di ogni giorno, diretta esperienza di questo stato di cose. Basta indugiare un attimo, mentre si guida l’auto, per riuscire a leggere il nome di una strada o per ripartire dal semaforo diventato verde, che subito un energumeno ti supera puntandoti il dito medio e strombazzando in modo insopportabile.

Questo non sarebbe drammatico se non rappresentasse il sintomo di un malessere profondo, per cui l’altro è avvertito come un nemico, o, nelle persone più tolleranti, come un estraneo col quale non si ha comunque niente da condividere. Da qui il frequente richiamo, che ci è dato sentire in varie occasioni e a vari livelli, ad alcuni valori morali quali generosità, gioia di vivere, attenzione verso gli altri (si veda ancora il citato appello di Dacia Maraini) per uscire dal buio del tunnel in cui siamo entrati anche nelle relazioni della quotidianità. Qui nasce tuttavia il problema di cui alcuni, o forse molti, sembrano non rendersi conto. Sul bisogno di etica e di valori morali condivisi sembrano tutti d’accordo. Sembra tuttavia sottovalutata la questione cruciale, ovvero che non esiste un’etica in generale, ma l’etica rimanda, a meno che non la scambiano per un semplice manuale di buone maniere, encomiabile ma inefficace rispetto alla situazione sopra descritta, a un quadro normativo omogeneo che ne rappresenti il fondamento e la giustificazione forte. La saggezza antica, di cui Aristotele rappresenta una delle più autorevoli testimonianze, diceva che la malattia si cura con la medicina e non con la culinaria, come sostenevano alcuni azzeccagarbugli del tempo, e che per vincere le gare occorre la fatica della ginnastica e dell’allenamento e non la cura estetica dell’abbigliamento.

A volte sembra, proseguendo con tali similitudini, che alcuni intendano l’etica come una semplice raccomandazione di buone maniere, di cui peraltro si avverte ogni giorno di più il bisogno, ovvero con il Galateo scritto a metà del Cinquecento da monsignor Giovanni Della Casa. Il quale era ben consapevole di non aver scritto un trattato di etica, ma un semplice prontuario di quello che i francesi chiamano il bon ton. Quando si parla di etica e di valori morali occorre rendersi conto che non bastano alcune pur meritevoli raccomandazioni, ma che si tratta di intendersi di che cosa veramente si tratti, vale a dire del significato dell’essere al mondo dell’uomo. Tra un’etica religiosa e un’etica laica e puramente razionale, anche se possono esserci punti di contatto, esistono, come vediamo su alcune grandi questioni, come la gestione dell’inizio e del fine vita, profonde divergenze. Quale dovrebbe essere l’etica in Italia, un Paese in cui la maggioranza dei cittadini si dichiara cristiana, ma sul piano pratico si orienta essenzialmente sui valori pratici della società e della morale secolarizzata e, in ultima istanza, relativistica, vale a dire relativa alle opzioni del singolo individuo di fronte alla sua coscienza? In passato, basti pensare al Croce del Perché non possiamo non dirci cristiani, ma potremmo trovare altri esempi analoghi, tra l’etica specificamente cristiana e l’etica laica si era venuta a creare una sorta di più o meno consapevole convivenza. Molti dei valori morali cristiani, sulla base dei Dieci comandamenti, erano condivisi dalla gran parte dei cittadini, credenti e non credenti, o, come si usa dire da qualche tempo, diversamente credenti. Tutto questo è oggi di fatto venuto meno.

La società radicale, fondata sull’ideale, o meglio sul mito ideologico degli inviolabili diritti individuali, alcuni sacrosanti altri espressione di una libertà intesa come arbitrio incondizionato, ha eroso il terreno dei valori comuni, e ha contagiato perfino larga parte della comunità cristiana. Certamente non tutti, grazie a Dio verrebbe da dire, sia in ambito religioso che laico. Ma accettare oggi fino in fondo la fatica di seguire un’etica non individualistica, ma corroborata di forti valori morali di altruismo e solidarietà, come abbiamo visto anche in questi giorni di pandemia, richiede qualcosa che ha fatto parlare in molti casi di eroismo. Ma l’eroismo non è propriamente una virtù morale, perché è un po’ come la santità, ovvero si colloca, diremmo prendendo l’espressione a prestito dalla grammatica, nella sfera dell’eccezione non della regola. Non per niente Bertolt Brecht, nel suo Galileo, afferma che beato è quel popolo che non ha bisogno di eroi. L’etica si prospetta dunque come il normale stato di relazione tra le persone, regolato da norme scritte e non scritte, ma dotate di forza obbligante, in grado di far crescere il singolo nella cura di sé e nella capacità di interagire con gli altri in modo costruttivo. Se si vuole ritrovare qualche orientamento etico condiviso occorre andare oltre i pur meritevoli appelli a valori etici genericamente intesi, capaci al massimo di portare a riflettere qualche persona di buona volontà. L’etica si occupa di realtà concrete, a partire dalla concretezza dell’essere umano, dotato di una dimensione corporea e spirituale, e continuamente bisognoso del soccorso della comunità in cui vive. Come recita un sapiente adagio africano, per far nascere un bambino bastano un uomo e una donna, per farlo crescere ed educarlo occorre l’intero villaggio.

 

*Già docente di Filosofia morale all’Università di Roma Tre, insegna Etica filosofica alla Pontificia Università Antonianum di Roma. Articolo pubblicato su «Avvenire» del 21 giugno 2020