Dal Convegno “Vittorio Bachelet uomo della riconciliazione”

L’Azione Cattolica e il servizio nella Chiesa locale

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«A mio sommesso parere, l’Azione Cattolica, per tradurre gli indirizzi di Papa Francesco in orientamenti e scelte operative deve promuovere la formazione d’una fede adulta dei propri soci, capace di uscire sulle vie del mondo e affrontarne le sfide con passione evangelica»: dalla relazione di mons. Ignazio Sanna, presidente della Pontificia Accademia di Teologia al Convegno “Vittorio Bachelet uomo della riconciliazione”, promosso dalla presidenza nazionale Ac e dall’Istituto dell’Azione cattolica per lo studio dei problemi sociali e politici “Vittorio Bachelet”, nel quarantesimo anniversario del martirio dell’amato presidente Ac per mano delle Brigate rosse, offrendo una rilettura e la messa a fuoco di un tratto essenziale del suo profilo: uomo del dialogo, con una esemplare capacità di ascolto e di ricucitura, testimoniata negli anni non facili in cui ha avuto grandi responsabilità sia in ambito civile che ecclesiale.

La fede adulta è anzitutto necessaria per l’inevitabilità del confronto della vita cristiana con le nuove emergenze umanistiche. Il trapasso culturale nella concezione dell’uomo, della famiglia, della natura, delle relazioni sociali ed economiche, ha messo in evidenza che il problema dell’uomo è il problema di Dio. Chi ha un concetto alto dell’uomo ha un concetto alto di Dio, e viceversa, chi ha un concetto basso dell’uomo ha un concetto basso di Dio. Ad un mondo in cambiamento non deve contrapporsi una istituzione statica, legata al dogma del “si è sempre fatto così”. Il passaggio da un dogmatismo rassicurante ad un discernimento sapiente richiede la fatica del pensiero e il coraggio dell’innovazione. L’insofferenza di Papa Francesco nei confronti dei teologi va interpretata come il rifiuto di una lettura dogmatica della realtà in contrapposizione con un faticoso esercizio di discernimento. Purtroppo, il mondo ci chiede delle verità e delle certezze “in bianco e nero”, secondo la “logica binaria” delle macchine e dell’intelligenza artificiale. Ma la Chiesa, secondo la “logica umana”, dispone solo di conoscenze “in grigio”. “Sappiamo che non esistono semplici ricette” (AL, 298), scrive Papa Francesco, e che “credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio” (AL, 305).

In secondo luogo, la fede adulta è necessaria per la promozione della ministerialità laicale, divenuta sempre più necessaria e indispensabile. L’occasione storica della mancanza di clero ci spinge a questa promozione, che ieri avremmo dovuto perseguire per libera scelta e oggi siamo costretti a fare per necessità. Bisogna preparare i laici ad un maturo esercizio del loro sacerdozio battesimale. Il soggetto della missione e dell’evangelizzazione è la Chiesa locale nella sua totalità di popolo santo di Dio. Da essa, infatti, sul fondamento della successione apostolica, scaturisce la certezza della fede annunciata e ad essa, nella comunione dei suoi membri sotto la guida del Vescovo, è dato il mandato di annunciare il Vangelo. Negli ultimi tempi, si è ripensato il rapporto gerarchia-laicato e si è valorizzata maggiormente l'autonomia dei laici. Così, da una “ecclesiologia di dipendenza” si è passati a una “ecclesiologia di comunione”. Il fatto di essere tutti operai della vigna del Signore a servizio di un unico padrone favorisce e comporta un forte senso di corresponsabilità. La semplice collaborazione presuppone che mentre uno decide, organizza, opera, l’altro si limita ad eseguire quanto è deciso ed organizzato. La corresponsabilità presuppone, invece, che si decida insieme, si operi insieme, si risponda insieme degli effetti delle azioni e delle scelte che si pongono in essere. Se questa è l’esigenza, è venuto il momento in cui nelle nostre istituzioni pastorali si debba passare dalla semplice collaborazione di clero e laici alla corresponsabilità dei medesimi.

Se, poi, il soggetto ecclesiale è la Chiesa locale nella sua interezza, ci dovrebbe essere la possibilità per tutti i battezzati di trovare un inserimento “professionale” nelle istituzioni ecclesiali. In una diocesi della Germania, per esempio, si affidano ruoli professionali ai fedeli laici e si tiene un corso di preparazione per i laici chiamati a presiedere la celebrazione delle esequie, laddove manchi il presbitero. A questo riguardo, o prima o dopo bisogna affrontare anche il problema della ministerialità laicale delle donne. Il novanta per cento delle lettrici e delle catechiste sono donne. La maggioranza dei ministri straordinari della comunione sono donne e suore. Si deve fare qualcosa, allora, per fare uscire le donne dalla clandestinità liturgica. E’ ormai tempo di cambiare il n. 7 del Motu Proprio Ministeria quaedam di San Paolo VI, che recita: “l'istituzione del Lettore e dell'Accolito, secondo la veneranda tradizione della Chiesa, è riservata agli uomini”.

In terzo luogo, la fede adulta è necessaria per educare il popolo santo di Dio a leggere e interpretare i segni dei tempi, per renderlo soggetto unitario di evangelizzazione. L’ultimo dei loci theologici dell’opera di Melchior Cano, pubblicata postuma nel 1562, dice: “Il decimo e ultimo è l'autorità della storia umana, tanto quella scritta dagli autori degni di credito, come quella trasmessa di generazione in generazione, non superstiziosamente o come racconti da vecchiette, ma in modo serio e coerente”. La fede, dunque, spinge a interrogare la storia umana in generale, non la sola storia del cristianesimo. E questa storia deve essere interrogata non tanto, in senso strumentale, per adattare ad essa l’evangelizzazione, quanto come una fonte per capire la Parola di Dio, annunciarla con metafore di fede legate al particolare contesto culturale e storico. Per esempio, Papa Francesco, in un’omelia della Cappella Sistina, ha scritto una pagina di teologia dell’incarnazione, dicendo che la prima predica di Gesù è stata il suo pianto di bambino nella stalla di Betlemme. In definitiva, diventano loci theologici le domande della gente, le sofferenze dei martiri, i processi di liberazione dei popoli, e la teologia esce dalle aule delle università per essere elaborata nella vita della gente. Bisogna accettare di disporre solo di un pensiero incompiuto, di non essere possessori della verità ma di esserne posseduti, di non occuparsi dei problemi dei teologi ma di quelli della teologia, di avere l’umiltà di lavorare per avviare processi e non l’orgoglio di occupare spazi.

In quarto luogo, la fede adulta è necessaria per passare dal Dio dell’altare al Dio della vita. Esiste, di fatto, una religiosità del Dio dell'altare, che corrisponde al culto esteriore, al sentimento, al devozionismo, alla pura pratica sacramentale, all'estetica liturgica. Esiste una religiosità di sacrestia, limitata alla pura osservanza della domenica, senza alcuna ricaduta sull'organizzazione dei giorni lavorativi. La vita normale della famiglia, degli uffici, della scuola, delle attività economiche e politiche, però, si svolge nei giorni lavorativi della settimana. E' in questi ambienti vitali ed in questi giorni feriali che va cercata, allora, la presenza di Dio e va testimoniata la novità del Vangelo. La celebrazione della domenica senza la sua estensione ai giorni lavorativi è come la professione della fede in un Dio senza mondo. Il Card. Yves  Congar ha scritto che “un Dio senza mondo è il risultato di un mondo senza Dio”. Il mondo secolarizzato e postcristiano dell'Occidente è la conseguenza di una religione staccata dalla vita, fine a se stessa, preoccupata solo della salvezza dell'anima ma non della salvezza del mondo. Non si può salvare la propria anima, se non si salva allo stesso tempo anche il mondo. Ci si salva con il mondo, perché Dio ha creato l'uomo come vertice della creazione e lo ha collocato nel mondo, per coltivarlo e  amministrarlo a suo nome. Oggi il mondo, in seguito al suo disincanto, sta diventando un non-luogo dove ci si vede ma non ci si incontra. Molti momenti della vita si trascorrono nei non-luoghi, come gli aeroporti, i supermercati, le stazioni, dove, appunto, ci si vede ma non ci si incontra. Purtroppo, anche le chiese rischiano di diventare tanti non-luoghi, perché sono considerate solo come luoghi di transito, dove non si incontra Dio, ma si paga il pedaggio al Padre eterno, gli si chiedono le grazie con la spending review del sacrificio, ci si aspetta la ricompensa del proprio impegno morale.

Penso che, per compiere il passaggio dal Dio dell’altare al Dio della vita, in ultim’analisi, sia necessario promuovere un’autentica spiritualità laicale, come, per esempio, propone Papa Francesco nel cap. IX dell’Amoris Laetitia, dedicato alla spiritualità coniugale e familiare. In un saggio del volume La Bibbia è nelle nostre mani, curato con l’abate Giorgio Giurisato, Alberto Monticone  ha scritto: “Credo si possa dire che il mondo, la nostra famiglia, la nostra professione, l’Italia, la situazione internazionale, la natura, tutto questo sia il monastero del laico, e che quindi la spiritualità del laico sia affidata al suo modo personalissimo di realizzare la sua vita in questo suo singolare monastero. La differenza è che, mentre il monaco ha un alfa scritto, cioè una Regola data, che tuttavia è soltanto la prima lettera di un alfabeto innumerevole affidato alla sua capacità e santità, il laico cristiano questo alfa scritto non ce l’ha, perché è ancora da scoprire entro le mura di questo monastero che è il mondo” (p. 62-63).

Concludo la mia riflessione augurando che questa sana spiritualità laicale realizzi anche il passaggio da una comunità di cristiani praticanti ad una comunità di cristiani credenti; da una comunità di cristiani credenti ad una comunità di cristiani credibili. Nella misura in cui l’Azione Cattolica fa sì che la fede diventi uno stile di vita che orienta le nostre scelte, che dia significato alle stagioni della vita e della storia, che apra i nostri orizzonti al futuro di Dio, manifesterà il volto di una Chiesa in uscita, e promuoverà la dignità e la libertà di ogni uomo, immagine di Dio.