La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa

L’anticorpo sano dell’associazionismo

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L’esigenza di una politica concepita e vissuta come «costruzione condivisa di futuro» e il fondamentale contributo del laicato cattolico sono i temi sui quali si sofferma Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, intervenendo nel dibattito sulla crisi della società italiana e sul ruolo della Chiesa aperto da «L’Osservatore Romano». Per Truffelli: Identità è apertura all’altro. È quello che ci insegnano la ragione e l’esperienza, ma anche la nostra fede trinitaria. Vale per ciascuno di noi, singolarmente, ma vale anche per tutti noi come popolo. Proprio per questo abbiamo un grande bisogno, come ha ribadito il presidente Mattarella, di riscoprire e rilanciare le ragioni del nostro stare insieme, del nostro essere una «comunità di vita», del nostro camminare gli uni a fianco degli altri. Per il presidente dell’Ac: Serve fiducia reciproca. Fiducia, in particolare, in quella «immensa maggioranza del popolo di Dio» che sono i laici. Nella loro fede, nella loro passione per la Chiesa e per il mondo, nel loro senso di responsabilità e nelle loro competenze. Da questo punto di vista, avrebbe senso che ci preoccupassimo fin da ora di far crescere un modo di essere Chiesa e delle modalità di lavoro costantemente improntate alla sinodalità.

Il testo completo dell'intervista a Matteo Truffelli
di Andrea Monda, direttore de «L’Osservatore Romano» 

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due, altrimenti la società soffre, diventa schizofrenica. In questa situazione potrebbe giocare un ruolo importante la Chiesa.

Tutta la storia dell’umanità ci mostra con chiarezza la necessità, per il nostro convivere, di entrambe le sfere, quella politica e quella religiosa. Quella della promozione e della garanzia della sicurezza, della pace, della giustizia e dell’esercizio regolato della libertà, e quella della ricerca del significato profondo del vivere, attraverso il radicamento in una ulteriorità che possa sostenere, scandire e al tempo stesso orientare il cammino degli uomini e della società. Al tempo stesso, la storia ci ammonisce severamente rispetto ai pericoli che comporta la confusione tra questi due piani, l’illusione che l’uno possa servirsi più o meno strumentalmente dell’altro, oppure tentare di utilizzarne le specifiche dinamiche, gli strumenti, i linguaggi, senza generare conseguenze distorte. Quando questo è accaduto, la storia ha sempre mostrato il suo volto peggiore. I due piani devono rimanere distinti.

Tuttavia mi pare che la grande sfida con cui il cristianesimo ha tentato di misurarsi nella modernità e che ancora si staglia davanti a noi è quella di assumere questa distinzione senza trasformarla in separazione, nutrendo la dimensione politica con la linfa di una fede incarnata e pubblica, vissuta non individualmente, ma come comunità. E contribuendo perciò alla vita della città offrendo a essa il lievito di una visione dell’uomo e della società, un senso del bene e della giustizia, e l’impegno concreto per la realizzazione di una società più solidale, più libera, più umana.

Questo implica anche, però, che i credenti per primi non si rassegnino a una concezione della politica pensata come semplice regolazione degli inevitabili conflitti e come organizzazione di una convivenza ordinata, insomma come mera amministrazione dell’esistente. Abbiamo bisogno di ritrovare il valore profondo di una politica concepita e vissuta come pensamento e costruzione condivisa del futuro. Pur nella consapevolezza dei limiti intrinseci del suo campo d’azione, la politica deve recuperare il suo respiro progettuale: la sua funzione architettonica, avrebbe detto Giorgio La Pira.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso. In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di chiusura e violenza.

Mi pare che l’analisi di De Rita, come anche quelle proposte negli interventi che a partire da essa si sono succeduti su queste pagine, siano del tutto condivisibili. Senza dubbio il rancore e l’insofferenza che emergono in maniera sempre più aspra dal profondo della società italiana si radicano in una sorta di disillusione nei confronti del futuro, parola che fino a non molto tempo fa era connotata da una valenza prevalentemente positiva, carica di speranza, di fiducia nel progresso, e che invece oggi si declina sempre più con un senso di incertezza, di timore, di oscurità.

Lo ha ricordato anche il presidente Mattarella nell’intervista rilasciata ai media vaticani pochi giorni fa (cfr. «L’Osservatore Romano» del 18 maggio): le ragioni del disagio sociale sono profonde, e reali. Il nostro Paese è solcato da una serie di contrapposizioni: tra Nord e Sud, o meglio tra i diversi Nord e i diversi Sud che compongono la penisola; tra chi abita in un territorio dinamico e affacciato sull’Europa e chi invece teme di non potersi costruire un futuro se non al prezzo di abbandonare la propria terra; tra chi abita nelle zone spopolate di montagna e chi vive quotidianamente a cavallo di treni e autostrade. Tra adulti e giovani che faticano ad ascoltarsi reciprocamente e ad assumersi le proprie responsabilità; tra italiani impauriti e migranti in fuga dalla morte. Tra cittadini e istituzioni, tra politica e società. Tra rispetto dell’ambiente e crescita economica, tra profitto e dignità dei lavoratori. Tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Siamo divisi anche tra credenti e non credenti, e qualcuno tenta di tracciare solchi persino dentro la comunità ecclesiale.

In questo senso, mi sembra valga la pena aggiungere una sottolineatura: l’aspetto più preoccupante di questa spinta alla frantumazione e alla contrapposizione è il fatto che la politica pare sempre più intenzionata a enfatizzare e allargare le fratture esistenti, invece che preoccuparsi di ridurle. Ed è per far questo che ricorre a un’accezione distorta di identità, riducendola a una specie di fortino dietro cui ripararsi sollevando i ponti levatoi. Ma ogni identità, tanto quella personale quanto quella collettiva, è sempre, per sua stessa natura, un’esperienza relazionale, una dinamica aperta, il prodotto di un insieme composito di somiglianze e differenze, di influenze reciproche, di appartenenze molteplici. Identità è apertura all’altro, necessariamente, fin dalla nascita. È quello che ci insegnano la ragione e l’esperienza, ma anche la nostra fede trinitaria. Ed è quello che inscrive dentro il nostro cuore il nostro saperci fratelli, appartenenti all’unica famiglia umana, in quanto figli di un solo Padre. Vale per ciascuno di noi, singolarmente, ma vale anche per tutti noi come popolo. Proprio per questo abbiamo un grande bisogno, come ha ribadito in più occasioni il presidente Mattarella, di riscoprire e rilanciare le ragioni del nostro stare insieme, del nostro essere una «comunità di vita», del nostro camminare gli uni a fianco degli altri.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Le dinamiche che caratterizzano le due sfere sono differenti, e dunque sono in buona parte differenti, penso, anche le ragioni delle fatiche che si registrano dentro di esse dal punto di vista della difficoltà a camminare insieme. Tuttavia una radice comune può forse essere individuata nella resistenza ad accettare la fatica e il tempo necessari a un autentico ascolto reciproco (e ancor più alla radice all’ascolto del mondo, delle domande, delle paure, dei dubbi e delle delusioni che abitano il cuore delle persone) e a un confronto libero e responsabile tra punti di vista, esperienze, sensibilità e bisogni differenti. Due condizioni indispensabili per ogni esperienza sinodale. Condizioni che postulano la disponibilità a non sapere in precedenza quale potrà essere il punto di arrivo del percorso, accettando il rischio di incamminarsi ugualmente. Se sinodalità significa camminare insieme, allora non può voler dire mettersi in strada con l’intenzione di condurre i compagni di viaggio a un punto di arrivo cui si è già convinti di dover giungere, lungo una rotta predefinita, anche quando la comune direzione generale è chiara. Non può nemmeno voler dire che qualcuno corre avanti mentre qualcun altro rimane indietro. Come sa chi frequenta i sentieri di montagna, camminare insieme chiede la prudenza di procedere senza strappi e la saggezza di rispettare il passo di ciascuno.

Mi pare che queste caratteristiche siano state la cifra dell’intervento di Papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze. Non ha suggerito iniziative e priorità o dato indicazioni operative, ma ha sollecitato la Chiesa italiana a mettersi «in movimento creativo» per «avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni». Il magistero di Papa Francesco è così: un pronunciarsi che non chiude i discorsi, ma li apre, avvia processi anziché tirare le somme. Che dice fate, non cosa fare. Dice pensate, non cosa pensare. Anche quando questo può creare inquietudine e generare timore, perché costringe ad avventurarsi in spazi aperti senza navigatore. È in questo modo che può realizzarsi un intreccio armonioso tra un percorso dal basso e uno dall’alto, tra la partecipazione di tutto il gregge e la guida dei pastori.

La condizione perché ciò avvenga, però, è che ci sia fiducia reciproca. Fiducia, in particolare, in quella «immensa maggioranza del popolo di Dio» che sono i laici. Nella loro fede, nella loro passione per la Chiesa e per il mondo, nel loro senso di responsabilità e nelle loro competenze. Da questo punto di vista, avrebbe senso che per non correre il rischio di ridurre l’idea preziosa di un sinodo della Chiesa italiana a una “cosa da fare”, che magari una volta fatta corra il rischio di essere messa da parte per passare ad altro, come a volte purtroppo accade, ci preoccupassimo fin da ora di far crescere un modo di essere Chiesa e delle modalità di lavoro costantemente improntate alla sinodalità. Creando occasioni ordinarie e spazi stabili di confronto, elaborando forme adeguate e possibili di corresponsabilità, valorizzando le esperienze che già sperimentano almeno in parte la grazia di questo modo di essere Chiesa.

Quando si dice “Chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

Direi che il suo ruolo principale deve essere proprio quello di essere popolo. Cioè di continuare a intessere dentro la società del nostro Paese una trama ricca di legami tra le persone, le famiglie, le comunità, le formazioni sociali, i territori. Rafforzando e facendo crescere quel tessuto di vincoli solidali, di spazi di corresponsabilità e di partecipazione alla cosa pubblica che già rappresentano la spina dorsale dell’Italia, ciò che la tiene in piedi. Questo significa essere popolo, una realtà molto diversa da quella somma di individui raccolta attorno a un capopopolo con cui lo identificano i populismi.

Credo che proprio qui possiamo intravedere una possibile risposta a quella che Papa Francesco individua, fin dall’esordio dell’Evangelii gaudium, come la tentazione peggiore con cui si deve misurare l’uomo contemporaneo e perciò come la sfida decisiva per la missione evangelizzatrice della Chiesa: quella «tristezza individualista, che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata». Forse una responsabilità specifica spetta, in questo senso, a tutte quelle realtà che nella Chiesa interpretano in maniera particolarmente significativa questa dimensione, questo mettere insieme le persone, le famiglie, le generazioni, i territori, le comunità. Penso a tutte le esperienze di aggregazione, alle associazioni e ai movimenti, che devono mettere questa loro capacità a servizio non solo dell’intera comunità ecclesiale, ma dell’intero Paese. Proprio l’associazionismo può rappresentare per la nostra società un anticorpo sano, in grado di combattere il virus individualista che genera dentro il corpo della nazione processi di disgregazione dei legami sociali.

Abbiamo poi il dovere, come comunità di credenti, di tentare di tradurre in proposte buone per la vita del Paese quello straordinario patrimonio di esperienze, iniziative, idee, persone e valori che la nostra storia ha prodotto nel tempo e che la vitalità della realtà di cui siamo parte continua a generare. Declinando progetti e percorsi concreti attorno a cui confrontarci insieme a tutti coloro che hanno a cuore il presente e il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Vaticano, 7 giugno 2019