Le radici, la memoria, la fratellanza e la speranza

I pilastri della ricostruzione

Versione stampabileVersione stampabile

di Alberto Ratti* - Qualche giorno fa, in un’intervista al quotidiano La Stampa, papa Francesco indicava quattro pilastri portanti su cui ricostruire il futuro dopo questa emergenza sanitaria: le radici, la memoria, la fratellanza e la speranza.

Le radici sono le persone che ci hanno lasciato, coloro cui abbiamo voluto bene e che non potremo mai dimenticare, che ci accompagneranno in forma diversa nel proseguo della nostra esistenza.
Le radici, poi, sono i nostri “nonni”, le persone più anziane e più fragili: dopo questa crisi sentiremo ancora più forte il legame con coloro che sono rimasti e ringrazieremo per l’opportunità di sentire ancora le loro voci, il calore dei loro abbracci, la saggezza antica e sempre nuova che li contraddistingue. Senza radici si inaridisce e si muore; dobbiamo essere consapevoli di custodire con maggior forza il nostro passato, perché senza di esso non si può progredire e migliorare. Fra le radici permettetemi di inserire anche alcune scelte lungimiranti che i nostri legislatori hanno felicemente compiuto in questi settanta anni di Repubblica. Ne segnalo soltanto due, che sono le facce di una medesima medaglia: l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, una radice salda e ben piantata nella terra dei diritti, un vanto per il nostro Paese e per il nostro vivere civile; la scelta, poi, non scontata e spesso rimessa in discussione, di un sistema fiscale basato sulla progressività delle imposte. Chi ha di più, è giusto che versi di più. Ricordiamoci, nel tempo di crisi che c’è e che verrà, dell’importanza di pagare tutti, quando possibile, le proprie imposte: è radice impastata nel terreno dei doveri. È segno di solidarietà e vicinanza con coloro che in queste settimane ci stanno curando senza sosta, a prescindere da chi siamo e a quale stato sociale apparteniamo.

La memoria, è il secondo pilastro della ricostruzione, affinché non ci si dimentichi di queste settimane e di questi mesi, perché si faccia tesoro degli errori compiuti, perché si potenzino e migliorino alcuni servizi essenziali e alcune procedure, perché l’Unione Europea non sia più quella che abbiamo conosciuto in questi ultimi quindici anni, ma torni alle sue origini, ad essere solidale e lungimirante, ad essere “la nostra vera Patria”. Elaborato il lutto di questo periodo, forse, verrà anche il momento di dirsi che quanto il Coronavirus ha momentaneamente bloccato non può e non deve essere la normalità cui ritornare come se nulla fosse.
Cogliamo con favore questo tempo per “fare memoria”, per setacciare e tenere ciò che è umano e gettare via quello che umano non è. Il sistema economico che stiamo conoscendo da quarant’anni a questa parte è malato: respinge o annacqua gli accordi sul clima; se ne frega di investire in istruzione, formazione, sanità pubblica, ricerca, sviluppo; continua a consumare risorse e ad inquinare la natura, rende meno dignitoso il lavoro; favorisce disuguaglianze, ricchezze sfrenate, povertà assolute. Abbiamo bisogno di un sussulto di responsabilità. Quella che abbiamo costruito finora, forse, non era proprio “vera” normalità. Possiamo puntare a qualcosa di migliore, che tenga conto di tutti i fattori in gioco, che si ispiri al paradigma dell’ecologia integrale richiamato da papa Francesco.

Terzo pilastro, la fratellanza fra gli esseri umani: riscopriamo, ripensando e rimodellando il tempo che ci sta di fronte, come siano belle e uniche le relazioni, come siamo tutti uniti da un unico filo rosso che si chiama vita e che si chiama morte, come non ci debbano essere differenze o distinzioni fra essere umani, come tutti siamo fratelli e sorelle, senza distinzioni di lingua, sesso, religione opinioni politiche personali, condizioni sociali. La fratellanza chiede e promuove solidarietà; la solidarietà cambia il mondo e il cuore delle persone. Come cristiani non possiamo non farci promotori di un cambiamento che parta dalle coscienze e che contribuisca a costruire un’autentica civiltà dell’amore.

Ci accompagni infine la speranza, una delle tre virtù teologali, perché anche nei frangenti più bui e oscuri della storia, sappiamo che tutto ha un senso indipendentemente da come andrà a finire. Tante sono le domande, tante le incertezze, ma dopo la notte ci sono sempre l’alba e il giorno; dopo il calvario e la croce, sempre la Resurrezione. La speranza non delude, la speranza consola, la speranza sostiene.
Proviamo in questi giorni a ripensare alle circostanze della vita in cui abbiamo già incontrato questa speranza, Cristo, con il suo dolce e paterno sguardo, nelle circostanze passate e in quelle presenti, negli ospedali, nelle case, nelle carceri, negli amici e nei famigliari, nel sorriso e nel saluto dei vicini. Il vero Salvatore è lui. Rimbocchiamoci le maniche!

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana