A proposito dei coronabond e del futuro dell’Unione

Europei e Italiani

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Europei e Italiani. Lo ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen l’11 marzo scorso: “in Europa siamo tutti italiani”, così esprimendo la solidarietà e la vicinanza dell’Unione al nostro Paese. Nel frattempo, cioè nel corso delle ultime due settimane, il Coronavirus ha infettato praticamente tutto il vecchio continente. Europei e Italiani.
L’Unione in questo momento, tragico dirlo, la fa più il virus che la moneta. Le linee telefoniche che erano parse freddine all’inizio di questa storia (si leggano le dichiarazioni di Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea) si sono d’un tratto scaldate. Ciò che pareva impossibile è diventato più che possibile: la messa da parte del Patto di stabilità, dei vincoli ai bilanci degli Stati membri, via il famigerato tetto del 3% di deficit.
Buona notizia, buona cosa. Quando in gioco non c’è solo il futuro delle famiglie, milioni di posti di lavoro, ma il futuro della stessa Europa. Intesa come continente e come Unione. Ci sarà tempo per riflettere, per rispondere alla domanda: “Ci voleva il Coronavirus per capirlo?”.
Sia chiaro: non è solo questione umanitaria quella che abbiano davanti agli occhi. Quella con cui ci misureremo nelle prossime settimane, mesi e, probabilmente, anni è questione politica ed economica. Se vogliamo continuare ad essere tutti Europei e Italiani. O l’Europa sarà capace di fare un passo vanti sulla strada della coesione e della solidarietà, nella riscoperta della sua ragion d’essere, oppure tutto ciò che abbiamo realizzato da Ventotene ad oggi rischia di essere perduto irrimediabilmente.
È nell’interesse di tutti i 513 milioni di abitanti dei 28 Paesi (inglesi inclusi, brexit o non brexit) che si comprenda bene e sino in fondo che tutta l’Europa è epicentro di uno tsunami senza precedenti, se non le due guerre mondiali del Novecento. La crisi che si avvicina all’orizzonte si preannuncia devastante se non sapremo affrontarla tutti insieme, tutti una sola Unione, senza guardare agli interessi di parte, cioè di questa o quella nazione o d’area geografica. Si guardi l’attuale atteggiamento dei Paesi scandinavi e dell’Olanda, i rigoristi che frenano sull’idea dei coronabond (per finanziare la crisi in atto) e non solo, piuttosto che alla deriva nazionalista del Gruppo di Visegràd, in particolare dell’Ungheria, che sembra non aspettasse altro che il virus pur di inasprire la sua legislazione in materia di ingressi nel Paese. Uno stesso gruppo di leader sovranisti che nel 2015, quando due milioni di migranti sono arrivati soprattutto in Italia e in Grecia, si sono limitati a chiudere i confini, come fanno oggi nella speranza di tenere fuori il virus e le sue conseguenze.