Mattarella, Draghi e l’immobilismo dell’Unione

Europa se ci sei (ancora) batti un colpo

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Quindici giorni è il tempo che si è preso il Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea, dopo il quasi nulla di fatto dell’ultima riunione, quella di giovedì 26 marzo. Appuntamento telematico il loro, come il virus impone. La posta in gioco era altissima, almeno quanto le attese dei tutti che, con buona ragione, insieme all’emergenza sanitaria vedono quella economica e finanziaria, in Europa e nel resto del mondo.

C’era da augurarsi qualcosa di importante e invece gli egoismi di parte l’hanno avuta vinta ancora una volta. Alla fine, in corner, sono arrivati i quindici giorni per pensare a una soluzione condivisa, ma in verità sembra più per vedere chi l’avrà vinta tra i due schieramenti in campo.

Tra chi chiede - Italia e Spagna, in testa - di finanziare la crisi con la creazione dei cosiddetti “coronabond”, titoli di Stato comunitari garantiti dalla BEI (la Banca europea degli investimenti): si tratta di obbligazioni che essendo “comuni” non appartengono a nessuno Stato membro e quindi non vanno chieste in “prestito” e possono essere messe a disposizione di chi (cioè i singoli Stati dell’Unione) ha bisogno per immettere liquidità nel circuito nazionale. (Questo perché con la nascita della moneta unica, l’euro, le banche centrali nazionale non stampano più moneta, avendo delegato alla Bce tale potere e, di fatto, la politica monetaria).

Sul fronte opposto troviamo chi invece - Germania, Finlandia, Austria e Olanda, in particolare - rifiuta i “coronabond” - per meglio dire, gli “eurobond” in generale - sostenendo che sarebbero solo un modo per scaricare su i “virtuosi” (cioè loro) i debiti nazionali degli “spreconi” (cioè noi). Con ciò ignorando quel che stiamo vivendo e che vivremo nei prossimi mesi, o anni: una crisi non congiunturale, ma di sistema; un dramma epocale. Come in un qualsiasi contesto di guerra - e questa è una guerra contro il Covid-19 - in gioco non ci sono due o tre punti di Prodotto interno lordo (Pil) nazionale, bensì 15 o 20 punti. Come già accaduto durante i conflitti del passato. Tradotto, significa milioni di posti di lavoro che spariscono, fabbriche che chiudono, famiglie alla fame.

Eppure, in Europa si danno i quindici giorni, come se ci fosse tempo da perdere. Non accorgendosi, o forse ignorando, che l’Unione, nata per impedire che si verificassero nuove guerre sul Vecchio Continente, non solo avrà poche possibilità di andare «verso un’unione sempre più stretta» come recitano i suoi Trattati basilari, ma rischia, anzi, di non sopravvivere se non sarà in grado di dare una risposta comune, decisa e sostanziosa al conflitto causato dal coronavirus.

Nel suo secondo messaggio al Paese, in questi giorni di dolore ma anche di speranza, nell’elogiare «il senso di responsabilità dei cittadini» quale «risorsa più importante su cui può contare uno Stato democratico in momenti come quello che stiamo vivendo», il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è tornato ancora una volta a ricordare ai burocrati dell’Unione e ai loro padrini politici - Germania in testa - che «sono indispensabili ulteriori iniziative comuni, superando vecchi schemi ormai fuori dalla realtà delle drammatiche condizioni in cui si trova il nostro Continente. Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa. La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse».

E ancora. Qualche giorno fa, in un articolo pubblicato sulle pagine dell’autorevole Financial Times, Mario Draghi, ex governatore della Banca centrale europea - l’uomo cui tutti riconoscono di aver salvato l’euro dalla crisi finanziaria del 2008 - invitava i governi a non preoccuparsi del debito pubblico e spendere tutto quanto è necessario per fronteggiare le conseguenze economiche della pandemia. Per coloro che hanno ancora dubbi sull’opportunità di seguire questa strada, scriveva Draghi: «il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti dovrebbe essere un utile precedente». E aggiungeva: «agire con forza sufficiente da evitare che la prossima recessione si trasformi in una prolungata depressione». Secondo Draghi, la risposta è già evidente: «Dobbiamo aumentare e di molto il debito pubblico. Le perdite che subirà il settore privato, e i debiti che questo contrarrà per farvi fronte, dovranno prima o poi essere assorbiti, del tutto o in parte, dal bilancio dei governi». Per concludere, che anche i più “rigoristi” - scrive Draghi - dovranno accettare questa realtà: «Questo non è uno shock ciclico. La perdita di denaro e potere d’acquisto non si deve a colpe o errori delle persone che ne stanno soffrendo».

Dunque, è un bene che - come ricorda il presidente Mattarella - «molti capi di Stato, d’Europa e non soltanto, hanno espresso la loro vicinanza all’Italia», ed è un bene che «la Banca centrale europea e la Commissione Ue, nei giorni scorsi, abbiano assunto importanti e positive decisioni finanziarie ed economiche, sostenute dal Parlamento europeo», ma questo non è sufficiente. Al prossimo appuntamento telematico, tocca al Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea fare di più, molto di più. Per evitare la catastrofe. Unione se ci sei (ancora) batti un colpo.