Social network e vetrinizzazione 2.0

Internet tra pubblico e privato

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di Antonio Iannaccone* - Raccontare a Dio la nostra storia non è mai inutile, dice Papa Francesco. E nemmeno raccontarla agli altri lo è. Con una differenza sostanziale: parlare al Signore significa «entrare nel Suo sguardo di amore compassionevole. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi» (Messaggio per la 54esima giornata mondiale delle comunicazioni sociali); raccontarsi alle persone che ci circondano, invece, risulta molto più difficile: amici, famiglia, conoscenti, sono tutti pubblici diversi davanti ai quali recitiamo spesso ruoli diversi, cambiando narrazioni (e dettagli) a seconda dei casi.

Già, recitiamo. Perché se mettersi a nudo è complicato, allora tanto vale mettersi direttamente in vetrina, spettacolarizzando così la propria vita. Una vetrinizzazione che ci accompagna ogni giorno, a casa, in strada, ma soprattutto sui social network, dove pubblico e privato si fondono e si confondono – anzi, dove si cerca di adornare al meglio il privato per renderlo pubblico – in un continuo gioco di rimandi finalizzato a creare interesse verso di sé: così «si riducono o spariscono le distanze fino al punto che viene meno il diritto all’intimità. Tutto diventa una specie di spettacolo che può essere spiato, vigilato, e la vita viene esposta a un controllo costante. Nella comunicazione digitale si vuole mostrare tutto e ogni individuo diventa oggetto di sguardi che frugano, denudano e divulgano, spesso in maniera anonima. Il rispetto verso l’altro si sgretola e in tal modo, nello stesso tempo in cui lo sposto, lo ignoro e lo tengo a distanza, senza alcun pudore posso invadere la sua vita fino all’estremo» (Papa Francesco, Fratelli tutti, n. 42).

Ne sanno qualcosa i politici, impegnati a promuovere il proprio personal brand e a curare la propria web reputation in quella perenne campagna elettorale favorita appunto dai social. D’altronde, storicamente la politica è da sempre legata alle piazze. Oggi non resta che aggiungere l’aggettivo virtuali a tali piazze, da riempire non più solo con un pubblico composito, fatto perlopiù di passanti, ma con un target accuratamente selezionato in base a vari fattori (geolocalizzazione, interessi, età, fascia di reddito e così via), le cui reazioni – da approfondire in collaborazione con social media manager e spin doctor – non passano attraverso gli applausi fragorosi o i fischi di disapprovazione ma si basano su like e commenti ai quali si può eventualmente replicare in maniera diretta e istantanea. E così vediamo il leader di un partito postare, attraverso Facebook, la foto del pranzo (come a dire “mangio quello che mangi tu, sono come te, votami”) oppure promuovere un contest finalizzato a offrire un caffè al più fedele tra i suoi follower; vediamo il capo di un movimento condividere un selfie su Instagram o un video su YouTube direttamente dalla spiaggia dove sta trascorrendo le vacanze agostane; tutto ciò mentre un parlamentare twitta a proposito della squadra di calcio per cui tifa da sempre.

Insomma, il web 2.0 (e le versioni successive) ha trasformato la comunicazione politica in maniera radicale a partire dal 2008, dalla campagna presidenziale di Barack Obama, la prima capace di cogliere il cambiamento dei tempi e attribuire alle nuove tecnologie un ruolo da protagonista – cioè che oltrepassasse il fundraising e qualche mail sull’importanza di andare a votare, ma che fosse invece finalizzato a coinvolgere, motivare, entusiasmare l’elettorato – relegando in secondo piano old media come televisione, radio e carta stampata. Nello specifico, l’allora senatore dell’Illinois costruì un’immagine credibile di sé del tutto in linea con i valori più volte comunicati (miracoli dello storytelling) e veicolò i propri discorsi o slogan (su tutti Yes, we can) tramite un apposito canale YouTube. In questo modo, egli permise a chiunque di usare i contenuti della campagna, contribuendo quindi alla loro pervasiva diffusione.

A distanza di anni, però, la ventata di novità introdotta dalle relazioni online nell’alveo della comunicazione politica si è rivelata, il più delle volte, una chance mancata. Succede quando i contenuti politici lasciano le luci della ribalta (digitale) ai politici, senza contare la scarsa qualità dei pochi contenuti che ancora sopravvivono, tanto bene o male, purché se ne parli. E così, su Internet, l’arena politica diventa terreno fertile per diatribe, provocazioni, offese e fomentazioni a colpi di post e tweet, le cui conseguenze sono incontrollabili, come dimostra l’attacco al Congresso degli Stati Uniti sferrato dai sostenitori del presidente uscente Donald Trump. Tutto ciò mentre i social si riempiono sempre più con gli aperitivi dei nostri statisti e sempre meno con aggiornamenti sui loro impegni in agenda e sui risultati ottenuti. Ma ogni operazione simpatia ha un limite: il séguito si può trasformare in consenso anche evitando futilità varie, bolle di filtraggio e fake news. 

Sia chiaro, stiamo presentando un dato di fatto, non certo una posizione qualunquista o populista. Il cyberspazio e il suo sterminato esercito di contenuti generati dagli utenti – da commentare, condividere, ricondividere, e naturalmente da controllare – aprono un ampio ventaglio di possibilità che la Politica (quella buona, quella con la P maiuscola, quella sociale, quella che riconosce ogni essere umano come un fratello o una sorella, quella aristotelica orientata al bene comune) non può più permettersi di sottovalutare.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana