Navigare tra rischi e voglia di fraternità

Il Web senza frontiere

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di Antonio Iannaccone* - Meglio chiarirlo subito: Internet non ha portato nulla di nuovo nelle nostre vite, ma ha trasformato comportamenti e pratiche preesistenti donando loro una nuova veste. Se una volta gli studenti – dopo il suono della campanella e la conseguente fine delle lezioni – si fermavano “sul muretto” davanti scuola, oggi scambiano due chiacchiere in chat (magari tramite WhatsApp, Facebook o Instagram); se prima giravamo “per negozi”, guardando le vetrine in cerca di qualcosa che soddisfasse la nostra sete di shopping, ora gli acquisti li facciamo online (per esempio su eBay, Amazon); mentre a quello che un tempo era lo scambio di videocassette e dischi provvede adesso YouTube. La grandezza del network dei network, dunque, sta nell’aver tracciato una linea di confine tra un prima e un dopo. Appunto, prima e dopo Internet.

In questo viaggio dall’offline all’online, però, abbiamo messo in valigia cose buone e altre meno buone. Basti pensare alle tante, troppe attività illegali presenti nel cosiddetto web sommerso (deep web), specialmente nei suoi meandri più oscuri (quelli del dark web).
Ma anche senza indossare la muta da sub e senza spingerci nelle profondità di quel mare magnum chiamato cyberspazio, in superficie è ugualmente possibile incontrare rischi e pericoli vari (oltre, naturalmente, alle molteplici opportunità) da fronteggiare. Lo sa bene Papa Francesco (Fratelli tutti, nn. 42-43): «Nella comunicazione digitale si vuole mostrare tutto e ogni individuo diventa oggetto di sguardi che frugano, denudano e divulgano, spesso in maniera anonima. Il rispetto verso l’altro si sgretola e in tal modo, nello stesso tempo in cui lo sposto, lo ignoro e lo tengo a distanza, senza alcun pudore posso invadere la sua vita fino all’estremo. C’è bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana. I rapporti digitali, che dispensano dalla fatica di coltivare un’amicizia, una reciprocità stabile e anche un consenso che matura con il tempo, hanno un’apparenza di socievolezza. Non costruiscono veramente un “noi”, ma solitamente dissimulano e amplificano lo stesso individualismo che si esprime nella xenofobia e nel disprezzo dei deboli. La connessione digitale non basta per gettare ponti, non è in grado di unire l’umanità».

Certo, quella del Pontefice è una posizione forse troppo severa, eccessiva poiché sconfina nel (tecno)pessimismo. Come detto, infatti, la rete contribuisce a cementare quelle relazioni in carne e ossa che già contraddistinguono la nostra quotidianità. Bisogna ammettere, al contempo, che Internet sembra essere, per tutti noi, un’occasione mancata: l’occasione di sfruttare le sue enormi potenzialità e aprirci finalmente a un dialogo amorevole con l’Altro, con il mondo intero, senza barriere, confini né frontiere.

Invece no. Preferiamo utilizzare le arene digitali per criticare, offendere, attaccare chi ci sta davanti (seppur dietro un monitor o uno schermo) – sventolando la bandiera di quell’hate speech sempre più facile, impaziente, veloce e dunque virale – oppure per diffondere fake news, perché non è importante che sia vero o falso, buono o cattivo, è importante che se ne parli, che venga condiviso e ricondiviso, postato e ritwittato.
Certo, ci si può difendere, è possibile reagire, favorire un cambiamento, specie in una rete che offre a tutti la possibilità di far sentire la propria voce. Ma la democraticità del web, spesso, è solo illusoria, una bolla d’aria che si sgonfia in mezzo a tante altre, tipiche di un oceano informativo senza precedenti, nel quale – per dirla ancora à la Francesco (Fratelli tutti, n. 50) – le notizie abbondano mentre scarseggia la saggezza.

Servono certamente regole specifiche e al passo con i tempi, controlli più puntuali, ma soprattutto serve sensibilizzare, prima noi stessi, poi gli altri, dando il buon esempio in qualità di moderni samaritani 2.0, perché «l’esperienza di amare pone l’attenzione sull’altro considerandolo come un’unica cosa con sé. L’attenzione affettiva che si presta all’altro provoca un orientamento a ricercare gratuitamente il suo bene. Tutto ciò parte da una stima, da un apprezzamento, che in definitiva è quello che sta dietro la parola “carità”: l’essere amato è per me “caro”, vale a dire che lo considero di grande valore. E dall’amore per cui a uno è gradita una data persona derivano le gratificazioni verso di essa» (Fratelli tutti, n. 93).
Se i mondi online e offline ormai si fondono e si confondono, allora il cyberspazio non va vissuto come uno spazio a parte, dove ognuno può fare quel che vuole, piuttosto è tempo che diventi uno spazio in cui costruire, interagire, confrontarsi, partecipare. Come? Insieme. Dove? Sulla via della fraternità, locale e universale.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana