Il santo della porta accanto

Con la canonizzazione di Charles de Foucauld, la Chiesa ci invita a pensarlo come un amico dell’umanità e del Cielo. Abbiamo bisogno di santi che ci facciano intravvedere la via per arrivare a Gesù. Paolo Maria Barducci, alla guida dei Piccoli fratelli di Jesus Caritas dell’Abbazia di Sassovivo (Foligno), tratteggia la figura del “fratello universale” canonizzato il 15 maggio dal Papa.

«A partire da una intensa esperienza di Dio», Charles de Foucauld «ha compiuto un cammino di trasformazione, fino a sentirsi fratello di tutti». È papa Francesco a esprimersi così nell’enciclica Fratelli tutti, richiamando due figure di riferimento: Francesco d’Assisi e Charles de Foucauld, canonizzato a Roma domenica 15 maggio. Per parlare del santo (nato a Strasburgo nel 1858 e morto a Tamanrasset, in Algeria, nel 1916), abbiamo raggiunto l’antica abbazia di Sassovivo, dalla quale si gode uno splendido panorama su Foligno (Perugia) e la pianura umbra.

Ci fa da guida il priore, fratel Paolo Maria Barducci. Un’occasione anche per incontrare fratel Gian Carlo Sibilia, fondatore della fraternità dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas nel 1969 e per decenni priore generale, ricevuto in udienza da Bergoglio lo scorso gennaio.
A Sassovivo si respira il carisma di de Foucauld (conosciuto come il “fratello universale”), così pure quello di Carlo Carretto, anch’egli Piccolo fratello, alla guida della comunità che per oltre vent’anni ha animato Casa San Girolamo, nella vicina Spello, ora affidata all’Azione cattolica italiana che ne ha fatto un “polmone spirituale” per laici e famiglie.

Definire “avventurosa” l’esistenza di de Foucauld appare persino riduttivo. Proveniente da una ricca famiglia francese, fu soldato, esploratore, uomo di cultura. Poi la vita a Nazareth, l’esempio della “santa famiglia” e della vita nascosta di Gesù. Quindi il deserto, in Nord Africa. Come è stato possibile questo percorso di vita?

L’aspetto principale di tutto questo è lo sguardo fisso su Gesù. In particolare sull’Eucarestia, presenza reale, fisica di Gesù. E la lettura e lo studio della Parola, che ai tempi di Charles de Foucauld non era così letta e frequentata dai fedeli come può accadere oggi: negli anni di Nazareth (1897-1900) egli l’ha approfondita, amata, fatta diventare vita. De Foucauld va all’essenziale, si fa plasmare dal Signore. Siamo di fronte a un’esperienza spirituale intensa, che gli cambia profondamente le prospettive. De Foucauld si fa portare a passo di danza dallo Spirito Santo.

Quella del “fratello universale” è stata dunque una vita quanto meno particolare, per certi versi “estrema”.

Sì, è vero. Aveva in sé una inquietudine segnata da alcuni tratti biografici, tra cui, da bambino, la perdita dei genitori. Si darà poi alla bella vita, dilapidando l’eredità, e ai viaggi in giro per il mondo. Da uomo ricco, da uomo d’armi, a un certo punto abbandona tutto. Cercherà in seguito di essere ultimo tra gli ultimi, accanto a popolazioni dimenticate o perseguitate. Va a vivere nel Sahara, studia a fondo la cultura e la lingua Tuareg per poter essere più vicino alla gente. L’incontro con il Signore risorto lo ha portato ad allargare le braccia, a donare la vita come ha fatto il suo modello: Gesù.

Cosa significa, nella sua vita, la figura di de Foucauld?

Direi che, a suo modo, mi è venuto incontro. Ha segnato la mia vita. E cerco di seguirne gli insegnamenti nella famiglia dei Piccoli fratelli. Noi sottolineiamo sempre che fratel Charles non ha fondato nulla, eppure a lui oggi si rifanno una ventina di espressioni della famiglia di de Foucauld. Ognuna ne coglie un aspetto della spiritualità e della missionarietà; ognuna prova a restituire una luce, una testimonianza di questa santità dinamica. Con la canonizzazione, oggi la Chiesa lo indica come un amico dell’umanità e del Cielo. Abbiamo bisogno di santi che ci facciano intravvedere la via per arrivare a Gesù.

Il Papa ha indicato de Foucauld come un modello, assieme a san Francesco. Perché?

Ritengo che papa Francesco voglia dirci che queste santità non nascono solo per volontà o forza umana, o per filantropia, o grazie al servizio ai poveri. La santità nasce dall’essere “lavorati”, come creta, dalle mani del Signore, dall’amore di Gesù, incontrato nell’Eucarestia e nei fratelli che Dio ci pone accanto. Comprendiamo così le parole di Paolo: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me». In questo modo da icone irraggiungibili, i santi diventano per noi tutti compagni di viaggio nella fede.

Abbiamo bisogno dei santi, oggi?

Abbiamo bisogno di esempi, limpidi, coerenti, perché stiamo perdendo – anche noi che ci diciamo cristiani – la visione e il riferimento al soprannaturale. Occorre tenere lo sguardo rivolto a Dio per poter incontrare l’umanità che ci circonda. Charles de Foucauld è autore del vocabolario tuareg-francese semplicemente per poter “raccontare” meglio l’amore di Cristo.

La Chiesa ha avviato il Sinodo voluto dal Papa. Una sua valutazione?

Mi pare che il cammino sinodale voglia portarci a una Chiesa che ama ancor più il Signore e i fratelli. Una comunità cristiana inclusiva, che sia lievito nella pasta del mondo, seminando misericordia e accoglienza. Una Chiesa che abita il quotidiano, che sia dentro la vita della gente, capace di costruire fraternità. Ne abbiamo tutti proprio bisogno.

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Autore articolo

Gianni Borsa

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