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Il convegno promosso da Caritas e Cei

Il perdono per immaginare la pace

foto: gds
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La pace ha bisogno di scelte lungimiranti da parte della politica e delle istituzioni, ma si nutre anche, e soprattutto, di scelte concrete, di abbracci tra popoli e persone, di tentativi di perdono che nascono da coscienze che vanno “oltre”. Nell’indirizzare ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà la lettera enciclica Pacem in Terris sessanta anni fa (11 aprile 1963), papa Giovanni XXIII dichiarava fin da subito che la «pace fra tutte le genti è fondata nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà». Il perdono per immaginare la pace.

È questo il messaggio principale del primo appuntamento (Roma, 16 novembre) di Non c’è pace senza perdono promosso da Caritas italiana, insieme alla Cei (Ufficio di Pastorale sociale del lavoro), in collaborazione con tante altre realtà associative del mondo cattolico, tra le quali le Acli, l’Agesci, il Cnal, i frati Francescani d’Assisi, Il Movimento dei focolari, Pax Christi e ovviamente l’Azione cattolica italiana (nella foto i rappresentanti delle associazioni riunite con il card. Zuppi al termine dell’incontro).

Non va persa la speranza

Proprio in un tempo in cui soffiano sempre più forti i venti di guerra non va persa la speranza che si possa costruire un futuro diverso. Soprattutto insieme (cosa non scontata nel variegato mondo cattolico). Con l’obiettivo di promuovere cammini di pace e alimentare una cultura della cura e delle relazioni solidali, il percorso ha preso il via giovedì 16 novembre a Roma con il convegno nazionale A 60 anni dalla Pacem in Terris. Non c’è pace senza perdono, ma continuerà con la 56ª Marcia per la Pace a Gorizia (31 dicembre 2023) e l’evento legato alla testimonianza di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, a Bozzolo (13 gennaio 2024). In questo tempo le associazioni coinvolte sono chiamate a comunicare le varie iniziative locali e nazionali che parlino di pace.

Zuppi: Cosa ci serve per imparare?

Il card. Zuppi, presidente della Cei, ha detto che la Pacem in Terris «raccoglieva il dolore della prima guerra mondiale che Giovanni XXIII aveva visto con i suoi occhi e tutta la consapevolezza della seconda guerra mondiale. Dopo 60 anni ci ritroviamo ancora che non abbiamo imparato niente. Cosa ci serve per imparare? Speriamo che la lezione della Pacem in Terris, che ha avuto ulteriori sviluppi con i magisteri degli altri Papi, serva a qualcosa ma purtroppo continuiamo a usare la guerra come metodo per risolvere i conflitti. Questo ci deve preoccupare perché c’è una sorta quasi di cultura del riarmo. Dobbiamo invece continuare in quella cultura del disarmo che era dentro l’anima della Pacem in Terris e nei documenti successivi». 

Riguardo alla crisi in Medio Oriente e al difficile processo per la liberazione degli ostaggi e il cessate il fuoco, il cardinale ha spiegato che «ci aspettiamo che prendano sul serio le parole del Papa. Non lo dico solo da cristiano e da cattolico ma anche per l’autorità che il Papa ha. Il Papa parla a quella logica della guerra che richiede il cessate il fuoco». Mentre, riferito all’Ucraina, ha aggiunto: «La Chiesa ha i riflettori sempre accesi su tutte le crisi. Quindi continua il lavoro dei nunzi e il lavoro sui bambini e sulla liberazione dei prigionieri e degli ostaggi. Cercheremo tutti gli spazi possibili per spingere per la pace anche in Ucraina».

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