Stati Uniti. Joe Biden è presidente, in un paese diviso e con molta strada da fare

Il “nuovo corso” americano

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di Alberto Ratti* - Voltare pagina per ricostruire l’anima della nazione e affrontare le sfide drammatiche del presente e del futuro prossimo. È questo l’intento espresso dal nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, nel suo discorso d’insediamento a Capitol Hill, davanti a qualche migliaia di invitati, debitamente distanziati a causa della pandemia da Covid-19. Questo è l’obiettivo della nuova vicepresidente Kamala Harris, prima donna e prima afroamericana a ricoprire un ruolo così importante.
Nello stesso luogo dove il 6 gennaio scorso abbiamo assistito ad un vero e proprio tentativo di sedizione e assedio alle istituzioni da parte di frange di estrema destra – sostenitrici del presidente uscente Trump – il nuovo presidente ha vestito i panni del ricostruttore e pacificatore saggio ed esperto, pronto a curare le ferite e a ricucire un tessuto sociale laceratosi più volte in questi ultimi 4 anni, sotto le continue provocazioni di Trump. «Abbiamo imparato ancora una volta che la democrazia è preziosa. La democrazia è fragile. E in questo momento, amici miei, la democrazia ha prevalso»: con queste parole Biden si è rivolto ai cittadini americani e ai cittadini del mondo intero, quasi a scusarsi dell’indegno spettacolo di inizio gennaio davanti al Campidoglio e affermando l’intenzione di voler essere nuovamente un punto di riferimento per il “mondo libero” e gli alleati storici al di là dell’Atlantico, per segnare in maniera positiva il progresso e lo sviluppo dell’umanità, affinché più persone possibili abbiano accesso a condizioni di vita migliori, più giuste e degne.

Rispetto all’inaugurazione di 4 anni fa il tono e l’atteggiamento sono totalmente stravolti: Biden ha parlato di unità (la parola più ripetuta nel discorso) e di multilateralismo, di alleanze e collaborazione con gli altri, di ambiente, di crisi economica, di questioni razziali, di come combattere la pandemia mondiale.
Non ha nascosto i problemi e la drammaticità del momento, ma ha utilizzato il linguaggio della verità, parola che pensavamo fosse stata svuotata del suo significato in questi ultimi anni caratterizzati da bugie, semplificazioni populiste montate ad arte, fake news e distorsioni della realtà.
Quello di Biden è stato un discorso carico di realismo e di fiducia, che ha fatto leva sulla speranza e sul patriottismo più sano: il secondo presidente cattolico nella storia degli Usa, infatti, ha posto l’accento sulle energie migliori del suo Paese, sulla capacità di riconciliazione del suo popolo, sulla sua straordinaria resilienza: «Questa è una grande nazione. Siamo brave persone. E nel corso dei secoli, attraverso tempeste e conflitti, in pace e in guerra, siamo arrivati molto lontano. Ma abbiamo ancora molta strada da fare».

Gli Usa, quindi, provano a rimettersi in cammino, per tornare ad essere “la città sulla collina” a cui tutti dovrebbero guardare e per rinnovare insieme il sogno dei padri fondatori: «Rafforzeremo le nostre alleanze e ci impegneremo ancora una volta con il mondo. Non per affrontare le sfide di ieri, ma quelle di oggi e di domani. E guideremo il mondo non solo con l’esempio del nostro potere, ma con il potere del nostro esempio». Parole suggestive, che invitano alla responsabilità comune e che chiamano a raccolta più nazioni possibili per invertire la rotta e riportare lo sviluppo e il progresso mondiali sui binari della sostenibilità e dell’uguaglianza, della fraternità e della giustizia.

In questa occasione tornano alla mente, e non potrebbe essere diversamente, alcune frasi di un altro grande politico cattolico americano, Robert Kennedy: «La storia dell’umanità è il prodotto di innumerevoli atti di coraggio e di fede. Ogni qualvolta un uomo si batte per un ideale o opera per migliorare la condizione degli altri o lotta contro l’ingiustizia, invia un minuscolo impulso di speranza e tutti questi impulsi provenienti da milioni di centri di energia e intersecandosi gli uni agli altri possono dar vita ad una corrente capace di travolgere i più possenti muri dell’oppressione e dell’ostilità. […] Che ci piaccia o no, viviamo in tempi interessanti. Sono tempi di pericoli e di incertezze ma sono anche tempi che danno spazio, come mai prima d’ora, alle energie creative dell’uomo. E ciascuno sarà giudicato e giudicherà se stesso per il contributo che avrà saputo dare alla costruzione di una nuova società mondiale e per la misura in cui avrà saputo plasmare il suo sforzo sulla base di alti ideali e obiettivi».

Oggi, dopo l’isolazionismo e sovranismo trumpiano, torniamo a guardare con speranza verso l’«I have a dream» di M.L. King, verso la “nuova frontiera” di Kennedy, verso un “nuovo corso” di rooseveltiana memoria. Nei prossimi mesi Biden proverà ad affrontare i problemi con spirito creativo e innovatore, pungolando l’America sana, piena di sogni e di speranze per il futuro, paladina della libertà, dell’uguaglianza e delle opportunità, consapevole del momento non semplice, ma pronta a rimboccarsi le maniche per dare un avvenire migliore a tutti, in particolare alle giovani generazioni.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana