Il no alle seduzioni populiste di società chiuse. «Chiamati a diventare popolo a partire dai poveri»

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In un tempo in cui «le diversità inducono a separare, la Chiesa, in virtù del suo mandato, è impegnata ad integrare, unire, armonizzare ». L’arcivescovo Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma, parla ai 600 delegati riuniti nella Capitale per il Convegno delle presidenze diocesane di Azione Cattolica, e attraverso di loro lancia un appello «ad un convenire di tutti nella comunione, senza la quale non si costruisce niente». La sfida «che chiede il meglio di ciascuno » è quella «di annunciare ai poveri la buona notizia, unendo tutti nel cammino verso la Terra nuova», spiega De Donatis nell’omelia della Messa, ricordando che «il popolo segue con fiducia il Pastore e cresce perché nell’esodo raccoglie chi incontra, cerca i diseredati per arrivare, con il passo del debole, alla Casa dove si celebrano le nozze dell’Agnello». «Tutti siamo chiamati a diventare popolo a partire dai poveri da cui sorge il grido dell’umanità ferita», è l’invito del vicario di Roma che si dice “grato” all’Azione Cattolica, «una scuola di vita nella quale sono cresciuto e che mi ha permesso di fare esperienza di popolo». «Il popolo di Dio è la carne della Chiesa: se la Chiesa non fosse popolo, non sarebbe una Chiesa di carne e dunque non piacerebbe a chi si è fatto carne», gli fa eco don Cesare Pagazzi, docente alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, che si sofferma sul binomio popolo-carne (“Un popolo per tutti” è il tema del Convegno) definendolo «la categoria teologica più importante e trasversale del magistero di papa Francesco ». «Una Chiesa senza popolo, è una Chiesa scarnificata. Senza popolo si disincarna il Vangelo e Cristo», insiste Pagazzi per il quale «idealizzare una Chiesa di minoranza, come se non fosse per tutti i figli di Adamo, significa mutilare la carne di Cristo, rendendo la Chiesa una cisti un corpo vivente». Oggi infatti «il rischio di immaginare una Chiesa come piccolo gregge è trasformare un dato di fatto in ideologia, come se questo fosse l’ideale auspicabile e come se il Vangelo non fosse per tutti», osserva il teologo che scorge proprio «nella visione della Chiesa di popolo di Francesco un antidoto a questo rischio».

«L’invito del Papa a non parlare di popolo, ma a vivere un’immersione generosa nel suo tessuto fragile e vitale» rappresenta «un’esortazione esigente a sperimentare forme di partecipazione a tutto campo», rileva Luigi Alici, presidente emerito di Ac e docente all’Università degli Studi di Macerata, secondo il quale «una tessitura civile e non solo associativa può svolgere una funzione profetica, soprattutto in un Paese scucito come il nostro». «Non possiamo illuderci di contrastare un deficit preoccupante di concordia con una politica agnostica sui fondamenti del bene comune, capace di tenere in vita l’idea di popolo con l’astrattezza della retorica e la concretezza del tornaconto », commenta Alici che mette in guardia da una «seduzione populista» che «nasce sognando una comunità compatta che ha bisogno del mito del nemico come capro espiatorio di tutti i mali, una società chiusa da cui espellere impurità, differenze e conflitti, che non ama la mediazione e la fatica della democrazia, pronta a mettersi ad occhi chiusi nelle mani di un capo carismatico». Si tratta «di un pericolo che abbiamo in casa nostra, di cui forse siamo stati addirittura complici involontari», afferma il presidente emerito di Ac per il quale «occorre ritrovare il cuore del popolo nella trascendenza del bene». Per «fare – conclude – di tanti popoli un solo popolo. Un poliedro, più che una sfera, secondo la felice metafora di papa Francesco».