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Il Messaggio dei vescovi italiani per la Festa dei Lavoratori (1° maggio 2024)

Il lavoro per la partecipazione e la democrazia

Foto Shutterstock
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Di certo è con il pensiero alla prossima Settimana sociale dei cattolici in Italia, in programma a Trieste dal 3 al 7 luglio venturo (con a tema “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”), che quest’anno i vescovi italiani rivolgono al Paese il loro tradizionale Messaggio per la Festa dei Lavoratori (1° maggio 2024). Mettendo in relazione una delle pagine più intense della dottrina sociale della Chiesa, l’enciclica Centesimus annus, vergata da San Giovanni Palo II, con l’articolo 1 della Costituzione italiana.
La “res pubblica”, cioè la “cosa pubblica”, ma potremmo tradurre anche la “casa comune”, è frutto del lavoro di uomini e donne che hanno contribuito e continuano a contribuire a un Paese democratico: «Senza l’esercizio di questo diritto e l’assicurazione che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia».

La povertà più grande è la mancanza di lavoro

Un altro passaggio particolarmente significativo del Messaggio prende spunto dalla Fratelli tutti di Francesco, dove il pontefice ricorda come il lavoro sia “il grande tema” che può davvero migliorare la politica. Scrive Bergoglio: «Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze». I vescovi, allora, ribadendo come non esista peggior povertà di quella che priva del lavoro, invitano a «investire in progettualità, formazione e innovazione» aprendosi alle nuove tecnologie «che la transizione ecologia sta prospettando» per creare condizioni di equità sociale. Per i presuli, è necessario guardare anche agli scenari di cambiamento che può innescare l’intelligenza artificiale «in modo da guidare responsabilmente questa trasformazione ineludibile».

Diritti e dignita per i lavoratori precari e i lavoratori immigrati

Alle istituzioni i presuli ricordano come un lavoro dignitoso esiga anche «un giusto salario e un adeguato sistema previdenziale» per colmare i divari economici tra le generazioni e anche tra uomini e donne, altrimenti «non si potrà parlare di una democrazia compiuta nel nostro Paese». Il Messaggio non dimentica le gravi questioni del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori immigrati e ,allo stesso tempo, una particolare attenzione è dedicata alla sicurezza sui luoghi di lavoro, questione urgente cui porre attenzione «dato l’elevato numero di incidenti che non accenna a diminuire». Se da una parte i vescovi si rivolgono agli imprenditori chiamati a questi «compiti di giustizia» di generare occupazione, assicurare contratti equi e sicuri, dall’altra ai lavoratori raccomandano di sentirsi «corresponsabili del buon andamento produttivo e della crescita del Paese».

Il testo del Messaggio dei vescovi italiani per la Festa dei Lavoratori
Il lavoro per la partecipazione e la democrazia (1° maggio 2024)

Lavorare è fare “con” e “per”

«Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5,17). Queste parole di Cristo aiutano a vedere che con il lavoro si esprime «una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre» (Laborem exercens, 26). Ognuno partecipa con il proprio lavoro alla grande opera divina del prendersi cura dell’umanità e del Creato. Lavorare quindi non è solo un “fare qualcosa”, ma è sempre agire “con” e “per” gli altri, quasi nutriti da una radice di gratuità che libera il lavoro dall’alienazione ed edifica comunità: «È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana» (Centesimus annus, 41).
In questa stessa prospettiva, l’articolo 1 della Costituzione italiana assume una luce che merita di essere evidenziata: la “cosa pubblica” è frutto del lavoro di uomini e di donne che hanno contribuito e continuano ogni giorno a costruire un Paese democratico. È particolarmente significativo che le Chiese in Italia siano incamminate verso la 50ª Settimana Sociale dei cattolici in Italia (Trieste, 3-7 luglio), sul tema “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”. Senza l’esercizio di questo diritto, senza che sia assicurata la possibilità che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia.

Il “noi” del bene comune: la priorità del lavoro

Come ricorda Papa Francesco in Fratelli tutti, per una migliore politica «il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze» (n.162). Le politiche del lavoro da assumere a ogni livello della pubblica amministrazione devono tener presente che «non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro» (ivi).
Occorre aprirsi a politiche sociali concepite non solo a vantaggio dei poveri, ma progettate insieme a loro, con dei “pensatori” che permettano alla democrazia di non atrofizzarsi ma di includere davvero tutti (cfr. Fratelli tutti, 169). Investire in progettualità, in formazione e innovazione, aprendosi anche alle tecnologie che la transizione ecologica sta prospettando, significa creare condizioni di equità sociale. È necessario inoltre guardare agli scenari di cambiamento che l’intelligenza artificiale sta aprendo nel mondo del lavoro, in modo da guidare responsabilmente questa trasformazione ineludibile.

Prenderci cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia

“A ciascuno il suo” è questione elementare di giustizia: a chiunque lavora spetta il riconoscimento della sua altissima dignità. Senza tale riconoscimento, non c’è democrazia economica sostanziale. Per questo, è determinante assumere responsabilmente il “sogno” della partecipazione, per la crescita democratica del Paese.

Condizioni di lavoro dignitose

Le istituzioni devono assicurare condizioni di lavoro dignitoso per tutti, affinché sia riconosciuta la dignità di ogni persona, si permetta alle famiglie di formarsi e di vivere serenamente, si creino le condizioni perché tutti i territori nazionali godano delle medesime possibilità di sviluppo, soprattutto le aree dove persistono elevati tassi di disoccupazione e di emigrazione. Tra le condizioni di lavoro quelle che prevengono situazioni di insicurezza si rivelano ancora le più urgenti da attenzionare, dato l’elevato numero di incidenti che non accenna a diminuire. Inoltre, quando la persona perde il suo lavoro o ha bisogno di riqualificare le sue competenze, occorre attivare tutte le risorse affinché sia scongiurato ogni rischio di esclusione sociale, soprattutto di chi appartiene ai nuclei familiari economicamente più fragili, perché non dipenda esclusivamente dai pur necessari sussidi statali.

Un giusto salario e un adeguato sistena di previdenza

Un lavoro dignitoso esige anche un giusto salario e un adeguato sistema previdenziale, che sono i concreti segnali di giustizia di tutto il sistema socioeconomico (cfr. Laborem exercens, 19). Bisogna colmare i divari economici fra le generazioni e i generi, senza dimenticare le gravi questioni del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori immigrati. Fino a quando non saranno riconosciuti i diritti di tutti i lavoratori, non si potrà parlare di una democrazia compiuta nel nostro Paese. A questo compito di giustizia sono chiamati anche gli imprenditori, che hanno la specifica responsabilità di generare occupazione e di assicurare contratti equi e condizioni di impiego sicuro e dignitoso.

La salvaguardia dei diritti di tutti

I lavoratori, consapevoli dei propri doveri, si sentano corresponsabili del buon andamento dell’attività produttiva e della crescita del Paese, partecipando con tutti gli strumenti propri della democrazia ad assicurare, non solo per sé ma anche per la collettività e per le future generazioni, migliori condizioni di vita. La dimensione partecipativa è garantita anche dalle associazioni dei lavoratori, dai movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e con gli uomini del lavoro che, perseguendo il fine della salvaguardia dei diritti di tutti, devono contribuire all’inclusione di ciascuno, a partire dai più fragili, soprattutto nelle aziende.

Ciascuno deve essere segno di speranza

Le Chiese in Italia, impegnate nel Cammino sinodale, continuano nell’ascolto dei lavoratori e nel discernimento sulle questioni sociali più urgenti: ogni comunità è chiamata a manifestare vicinanza e attenzione verso le lavoratrici e i lavoratori il cui contributo al bene comune non è adeguatamente riconosciuto, come anche a tenere vivo il senso della partecipazione. In questa prospettiva, gli Uffici diocesani di pastorale sociale e gli operatori, quali i cappellani del lavoro, promuovano e mettano a disposizione adeguati strumenti formativi. Ciascuno deve essere segno di speranza, soprattutto nei territori che rischiano di essere abbandonati e lasciati senza prospettive di lavoro in futuro, oltre che mettersi in ascolto di quei fratelli e sorelle che chiedono inclusione nella vita democratica del nostro Paese.

Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace

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