Ho un popolo numeroso in questa città. XVII Assemblea nazionale - 25 aprile - 2 maggio 2021

Un ricordo di Remo Bernacchia, già delegato centrale Juniores della Giac

Il laico, una “presenza lievitante”

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di Edoardo Zin* - Non ricordo più chi scrisse che l’amicizia è «un aggregato di frammenti, una serie di momenti presenti». Se non mi sovviene l’autore, vivo per contro oggi la realtà di questa affermazione. Devo scrivere di Remo Bernacchia, un caro amico scomparso il 18 dicembre scorso. Riandando con la memoria, cercando di cogliere gli attimi di un’amicizia durata più di cinquant’anni avverto che essa è viva nel presente, venutasi ad arricchire sempre più nel passato.
Conobbi Remo in una bella ottobrata romana del 1958. Io ero sceso a Roma per far parte dei dirigenti del Movimento Aspiranti della Giac (Gioventù italiana di Azione cattolica) e Remo era delegato centrale degli Juniores. Eravamo entrambi maestri: io avrei sostenuto dopo pochi giorni il concorso di ammissione al Magistero e Remo era già al terzo anno. Ci aiutavamo a vicenda: io per raccogliergli le firme di certi corsi, lui a sostenermi nell’affrontare le difficoltà, ad incoraggiarmi a tenere testa al primo esamone col prof. Volpicelli. Remo insegnava già in una borgata, Primavalle, a quei tempi molto turbolenta, indigente e quasi inabitabile. Ricordo che Remo era in ritardo nel presentare la sua tesi di laurea sul personalismo di Stefanini. Aveva bisogno di tempo per terminare di dattilografarla. Mi chiese di sostituirlo a scuola per alcuni giorni: fu la prima volta che entravo in una classe!

Giunto a Roma, fui accolto da Remo ed altri amici in un appartamento sulla via Aurelia che apparteneva ad Ernesto Talentino, già segretario centrale ai tempi della presidenza Carretto. Eravamo in sei. Ad accudire la casa c’era una giovane friulana che condividevamo a metà con Emilio Colombo, che abitava nello stesso palazzo e che nelle rare sere in cui era libero si aggregava a noi per la cena. Più tardi, quando Talentino rientrò da Parigi, dove aveva seguito Vittorino Veronese all’Unesco, dovemmo lasciare l’appartamento e ci ritirammo in un piano di una villetta della “Domus Pacis”.
Fu qui che nacque una singolare comunità giovanile formata da una quindicina di dirigenti della presidenza nazionale della Giac con Remo io spartivo soprattutto l’interesse per la scuola e la pedagogia, con tutti l’incontro fra esperienze ed idee diverse, il dialogo sui problemi della società e della Chiesa, l’armonia fra provenienze familiari diverse, la miscela di culture regionali e così ci aiutavamo ad allargare gli orizzonti. Ci trovavamo a condividere gioiosamente i pasti, combinavamo allegri scherzi per ridere un po’. Durante la florida stagione del Concilio, invitavamo a cena qualche vescovo, soprattutto dell’Africa, o qualche perito. Al mattino partecipavamo all’Eucarestia e la sera recitavamo compieta. Si respirava aria di libertà: una conferenza di p. Balducci o di Panikkar, un incontro con Carlo Carretto di ritorno dal suo noviziato nel Sahara, ma anche la visione di un film o di una commedia musicale o di un’audizione di un concerto o la partecipazione ad un comizio. Tutto era motivo di stimolo alla discussione.

Fu in questo clima culturale ed ecclesiale che Remo con il mitico don Claudio Bucciarelli intuì il fine del movimento Juniores che si sintetizzava così: «Fare esperienza di Chiesa nella famiglia, nello studio o nella professione, nella Chiesa e nello stato democratico». Quattro realtà temporali tipicamente laicali che Remo esperimentò in tutta la sua vita.

Remo sposò Mirti a Fossombrone nel 1963: c’eravamo tutti. Riccardo, con la sua limpida arguzia voleva sostituire un’epistola di San Paolo con una lettera di Giovanni XXIII ai familiari, ma non ebbe l’approvazione del vescovo celebrante!
Dopo il matrimonio, Remo si spostò a Brescia dove collaborò con la casa editrice La Scuola. Fu redattore di «Scuola Italiana Moderna», che raggiunse una tiratura di copie davvero eccezionale. L’editrice non era solo un’impresa editoriale, non si limitava a stampare libri e riviste, ma era una vera “casa” – sapientemente guidata da Vittorino Chizzolini – che teneva corsi d’aggiornamento per maestri, organizzava itinerari in tutta Europa per visitare scuole didatticamente significative. Remo s’inserì facilmente nel glorioso e fecondo mondo del cattolicesimo sociale bresciano.

Oltre all’impegno professionale, fece parte del consiglio pastorale diocesano. La sua era presenza “lievitante” che operava nel mondo «per restituirlo alla sua perfezione naturale e per orientarlo alla glorificazione di Dio», come scrisse sulle pagine di «Realtà giovanile». Si rese disponibile a spendersi nel servizio della città come assessore, fu eletto consigliere regionale.

Nonostante la lontananza, Remo ed io continuammo a vederci: al mio matrimonio, agli incontri conviviali che organizzavamo sui colli Berici e a cui si univano Riccardo con Adriana, provenienti da Venezia; venne a trovarmi a Bruxelles, dove mi ero trasferito; mi chiese alcune collaborazioni per diffondere lo “spirito europeo” negli incontri organizzati da La Scuola o con articoli sulle riviste. L’ultima volta che ci vedemmo fu al funerale di don Claudio, nostro padre e maestro. Ci sentivamo spesso al telefono per condividere ansie e gioie delle nostre famiglie, per interrogarci sulla stagione politica ormai avvizzita. Arrivò anche per lui il momento della sofferenza, della pena, del buio vissuto in una lunga malattia.
I funerali furono celebrati dal fratello gemello don Tommaso (al secolo, Romolo) della piccola famiglia dell’Annunziata, fondata da don Giuseppe Dossetti, il 21 dicembre a Brescia.

Di Remo mi restano i suoi gesti delicati, l’abbraccio per un saluto, il consiglio dato senza prosopopea, tanti ricordi. Mi dispiace dire “i ricordi”: l’amicizia con Remo non può spegnersi, ma rinnovarsi ancora oggi perché «l’amicizia – come scrive Péguy - è uno di quei beni insostituibili inerenti alla memoria e alla storia», una traccia lasciata da Dio, anzi la manifestazione del suo amore. L’amicizia con Remo è fatta per l’eternità anche per me.

*Storico, biografo di Robert Schuman, vicepresidente dell’“Institut Saint Benoît, Patron de l’Europe”. È stato dirigente nazionale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (Giac) dal 1958 al 1963

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