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Padre Giulio Albanese racconta l'altra parte del mondo

Il futuro delle “Afriche”

foto: Shutterstock
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Il primo luogo comune da sfatare è l’esistenza stessa dell’Africa. Non è così, nonostante l’approccio comune occidentale alle sorti del continente culla della vita. Parliamo di un insieme di 54 Paesi, un miliardo e 450 milioni di abitanti, in vorticosa crescita, con un’età media di vent’anni. Eppure il Pil del continente è al palo, appena 2,8 trilioni di dollari (migliaia di miliardi) nel 2023. (scarica qui il pdf dell’articolo Il futuro delle “Afriche” su Segno nel mondo n. 1/2024).

Padre Giulio Albanese, comboniano, fondatore dell’agenzia giornalistica Misna, profondo conoscitore del continente, parla infatti di “Afriche” intervistato da Luca Bortoli per Segno nel mondo. «La verità è che l’altissimo tasso di conflittualità che riguarda molti degli Stati africani di fatto impedisce lo sviluppo. L’unico vero grande business che nelle Afriche non conosce recessione è quello delle armi. Nel continente non ci sono produttori, eppure è forse il luogo al mondo in cui la presenza di pistole e fucili è più diffusa e capillare».

Ogni area quindi ha caratteristiche politiche e sociali proprie. Tuttavia ci sono alcuni caratteri generali su cui vale la pena soffermarsi? 

Il vero problema è la debolezza degli Stati centrali, sia per quanto riguarda i governi sia per quel che concerne le pubbliche amministrazioni, per la poca preparazione e per l’inconsistenza dal punto di vista politico. Un problema endemico che deriva strettamente dal rapporto che i Paesi africani hanno da secoli con le Nazioni di altri continenti: una su tutte la Francia che nell’area storicamente di suo maggiore influsso ha avuto un fortissimo impatto sulla selezione della classe dirigente.

Se oggi Parigi sembra perdere terreno, altri attori si affacciano o sono già presenti sul territorio, come la brigata Wagner fondata dal russo Prigozin (secondo fonti ufficiali russe, morto nel conflitto russo-ucraino).

I mercenari sono attivi per lo più nelle zone in cui è forte la presenza dei terroristi jihadisti, ma la loro efficacia è tutta da comprovare. L’esempio paradigmatico è il Mali, dove la popolazione locale è vittima sia del terrorismo sia dei soprusi che ogni giorno compiono i mercenari.

In generale qual è l’atteggiamento con cui i Paesi sviluppati guardano all’Africa?

Purtroppo, nonostante molto sia cambiato dall’epoca colonialista, la verità è che l’interesse è tutto nel business e l’atteggiamento è tuttora predatorio e le motivazioni di carattere economico, principalmente per lo sfruttamento delle commodity, cioè delle materie prime, è un fattore di enorme conflittualità che, unito alla già citata debolezza dei governi centrali, rende pressoché impossibile il controllo del territorio e l’esercizio della giustizia.

Qual è il ruolo dell’Europa in tutto questo?

L’Europa non ha una sua politica, possiamo dire che è “la bella addormentata” della situazione. Vive delle politiche dei singoli stati, i quali non riescono a fare sistema. Oggi l’Italia presenta il “Piano Mattei”, che tra qualche settimana dovrebbe comprendere una serie di progetti, ma al momento ancora non ne conosciamo i contenuti. Le Afriche, proprio per la loro forza demografica rappresentano oggi una enorme opportunità di sviluppo e di crescita, ma occorre programmazione, andando oltre i soliti slogan, come “aiutiamoli a casa loro” che poi non trovano un riscontro pratico nelle politiche.

Sui conflitti pesano anche l’enorme debito e il problema endemico della corruzione.    

È così, anche se occorre dire che il debito africano, seppure in crescita, è molto basso in termini assoluti, rispetto alle dimensioni economiche planetarie e inoltre oscilla vistosamente perché risente molto delle turbolenze dei mercati internazionali e in particolare della crescita dei tassi e dell’inflazione. In ogni caso è vera la massima di Frederic Bastiat, «dove non passano le merci, passano gli eserciti»: se in Africa ci fosse un commercio strutturato e una presenza costruttiva e tesa allo sviluppo più che allo sfruttamento da parte di potenze straniere, calerebbero anche le opportunità di ingenerare conflitti.

A proposito di conflitti, quello scoppiano in Sudan appare praticamente dimenticato…

Si tratta di una guerra civile a tutti gli effetti con a capo dei due schieramenti due generali. Al di là della tragicità della situazione, è complesso prevedere come finirà, di certo il disinteresse dei media nazionali rende concreto il rischio che questo contesto, come molti altri in Africa si cronicizzi. L’esempio principale è la Somalia, in guerra dal 1991, un Paese parcellizzato, diviso, con i terroristi jihadist di Al Shabab che si oppongono al governo federale di Mogadiscio.

Quali sono altre zone particolarmente sensibili? 

Certamente il già citato Sahel, e quindi Mali, Niger e Burkina Faso, infestato dal terrorismo jihadista e interessato dai mercenari della Wagner, ma anche la Repubblica Centrafricana, dove il governo di Bangui è un’armata “brancaleone” che non riesce a tener testa alle formazioni eversive in lotta con le forze lealiste. Le tensioni continuano anche in Etiopia, e in particolare nel Nord dove si trova il Tigray. La guerra c’è nella Repubblica federale del Congo, mentre il terrorismo di matrice islamista è presente anche nel nord del Mozambico e nello stato nigeriano del Borno, dove Boko Haram ne ha fatte di cotte e di crude.

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