La centralità della coscienza storica. Nella Fratelli tutti e in Ac

Il filo tra passato e presente

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di Andrea Dessardo* - La lettera enciclica Fratelli tutti è costantemente tesa a riconciliare locale e globale, le due dimensioni complementari entro cui, come cristiani, dobbiamo dedicare la nostra sollecitudine sociale. Papa Francesco avverte con toni accorati sui rischi che si corrono a lasciarsi assorbire acriticamente dalle ideologie globaliste che decostruiscono le identità locali per disgregarle al fine di «dominare senza opposizioni» (n. 13). D’altro canto, l’amore per le proprie radici non deve chiuderci nei nostri recinti, come in un «museo folkloristico di “eremiti” localisti» (n. 142), ignorando le culture altrui e le necessità di chi percepiamo come straniero. L’uomo si realizza pienamente vivendo all’intersezione tra la patria locale e quella universale, tra l’amore per la comunità da cui trae le sue origini e l’umanità intera, cui è chiamato a contribuire e nella quale solo trova compimento.

Tale tensione si manifesta per forza anche in senso diacronico: anzi, la comprensione della storia, il tener viva la memoria, è condizione necessaria per non lasciarsi omologare da una modernità che, nell’abolizione delle frontiere e nella società aperta non vede la ricchezza dell’incontro fra le culture e le persone, che essa vuole ridurre a numeri, né il progetto di Dio «ut unum sint», ma, al contrario, le basi per imporre «il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti»: «Si avverte la penetrazione culturale di una sorta di “decostruzionismo”, per cui la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero» (n. 13).

Il filo tra passato e presente è teso dal Papa attraverso l’intera enciclica: lo getta fin dai primi paragrafi e poi lo raccoglie, come una rete da pesca, verso la fine: «È così che funzionano le ideologie di diversi colori, che distruggono (o de-costruiscono) tutto ciò che è diverso e in questo modo possono dominare senza opposizioni. A tale scopo hanno bisogno di giovani che disprezzino la storia, che rifiutino la ricchezza spirituale e umana che è stata tramandata attraverso le generazioni, che ignorino tutto ciò che li ha preceduti» (n. 13). Dice, ricorrendo a una formula che gli è cara: «Sono le nuove forme di colonizzazione culturale».

Tale colonizzazione, uniformando l’umanità secondo modelli economici e perciò spersonalizzanti, ci impoverisce, poiché priva le comunità e i popoli della possibilità di portare il proprio contributo al bene comune, in maniera non dissimile da quanto avviene tra le persone: «Come non c’è dialogo con l’altro senza identità personale, così non c’è apertura tra popoli se non a partire dall’amore alla terra, al popolo, ai propri tratti culturali» (n. 143). Addirittura, secondo il Papa, «è possibile accogliere chi è diverso e riconoscere il suo apporto originale solo se sono saldamente attaccato al mio popolo e alla sua cultura». Fra le nevrosi dell’umanità globalizzata Francesco annovera anche «un risentimento non risolto verso il proprio popolo», che ci porta talvolta a sminuire, se non a disprezzare, i tratti caratteristici delle nostre culture d’origine, che possono sembrarci non abbastanza evolute, non sufficientemente pronte a cogliere il nuovo che avanza.

Da anni l’Azione cattolica s’interroga sulla propria “popolarità”. Con Fratelli tutti papa Francesco sembra offrirci una risposta e dare una conferma al nostro impegno condotto all’ombra dei campanili, a fianco ai nostri parroci, nella quotidianità delle nostre province, che qualche volta siamo tentati di guardare con un po’ di commiserazione, incapaci come sono di maturare, di modernizzarsi. Non dobbiamo scoraggiarci: è là che il Signore ci ha posto e ci vuole ed è solo prendendoci cura delle nostre comunità, conoscendone e amandone la storia, anche perdonandone i peccati e le contraddizioni, che potremo comprendere a che cosa siamo chiamati. Perché, come scriveva Montale, «La storia non giustifica/ e non deplora,/ la storia non è intrinseca/ perché è fuori».

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana