Il fenomeno religioso in Italia

Da «Dialoghi». Vivere della rendita di una secolare tradizione storico-culturale da parte della Chiesa cattolica in Italia non sarà sufficiente. Bisognerà aumentare l’intensità e la qualità dell’impegno intellettuale e pratico.

Negli ultimi anni sono state pubblicate diverse ricerche sociologiche sul fenomeno religioso in Italia, che hanno riguardato in particolare la fascia di età dei cosiddetti giovani adulti (orientativamente tra 18 e i 30 anni). Queste ricerche hanno restituito un quadro del fenomeno religioso nel nostro Paese in significativa trasformazione, che, pur lasciando intravedere alcune tendenze ben delineate, non consente di prevedere con certezza gli sviluppo futuri. Esse in parte confermano, in parte smentiscono, le ipotesi che autorevoli studiosi hanno fatto nella seconda metà del Novecento sull’identità religiosa delle società occidentali.
In primo luogo, non sembra vero che viviamo nell’epoca dell’indifferenza religiosa, quanto piuttosto in quella dove l’affiliazione a una comunità religiosa diviene sempre meno scontata. La religione, più che come appartenenza a una comunità religiosa, è percepita in modo crescente come ricerca personale di senso e di valore, capace di rispondere a grandi domande esistenziali. Si tratta di una ricerca condotta liberamente a livello individuale, in un contesto sociale che diviene sempre più pluralistico anche dal punto di vista dell’offerta religiosa.
Conseguente a questo atteggiamento, è la tendenza a identificare la religione, più che con un complesso di dottrine definite e di culti stabiliti oppure con un’istituzione determinata, con la dimensione della “spiritualità”. Si tratta di una dimensione di cui è difficile tracciare i contorni dal punto di vista cognitivo e pratico, ma che, proprio per questo, appare più funzionale al desiderio di sperimentazione e di auto-determinazione anche in ambito religioso. La dimensione spirituale rimanda più all’esperienza vissuta che all’adesione intellettuale, lascia margini significativi all’inventività personale, si sottrae alla regolamentazione dottrinale e cultuale.
In secondo luogo, rimane bassa la percentuale di coloro che si dichiarano atei. Molto spesso questo termine comprende atteggiamenti che non sono pregiudizialmente ostili alla religione, come l’agnosticismo religioso. La stessa non-credenza, intesa come non accettazione e non appartenenza a una religione determinata, non preclude necessariamente in chi adotta questo atteggiamento una ricerca di senso che mantenga un interesse verso la religione. La pratica religiosa della preghiera rimane significativa ed è presente anche in chi non ha un’identità religiosa definita, supplendo in parte a quest’ultima.
In terzo luogo, si conferma un decremento della pratica religiosa, che tuttavia non fa pensare, come hanno sostenuto i sostenitori della teoria della secolarizzazione, che le grandi comunità religiose, come in Italia la Chiesa cattolica, siano destinate a sparire o a trasformare radicalmente le loro strutture di base. La secolarizzazione, più che come inarrestabile declino del fenomeno religioso e delle istituzioni religiose o come loro totale marginalizzazione sul piano sociale, è da intendere come allentamento e frammentazione dell’appartenenza religiosa, che restituirà in futuro un quadro assai più differenziato, ma non necessariamente meno favorevole alla persistenza del fenomeno religioso.
Questi dati indicano piuttosto che la pluralità religiosa delle società occidentali, destinata ad accrescersi anche in Italia soprattutto in virtù dei fenomeni migratori, rappresenta una sfida dall’esito non scontato. La pluralità religiosa, come quella morale, può generare, per un verso, un atteggiamento di scetticismo e quindi di indifferenza, ma per l’altro può aumentare la competizione tra le diverse comunità religiose, stimolarle all’impegno e quindi dare nuova linfa all’identità religiosa di un popolo o di una nazione. In ogni caso, vivere della rendita di una secolare tradizione storico-culturale da parte della Chiesa cattolica in Italia non sarà sufficiente a mantenere la posizione acquisita. Bisognerà aumentare l’intensità e la qualità dell’impegno intellettuale e pratico per orientare la sfida della pluralità religiosa verso il secondo degli esiti appena richiamati.

Articolo pubblicato sul blog di rivistadialoghi.it, sito della rivista «Dialoghi», trimestrale culturale promosso dall’Azione cattolica italiana. Andrea Aguti è docente di Filosofia della religione nell’Università di Urbino ed è presidente dell’Associazione italiana di Filosofia della religione (Aifr). Membro del Comitato di direzione di «Dialoghi».

Autore articolo

Andrea Aguti