L’intervento del Presidente nazionale Ac all’incontro promosso dal Fiac

Il coraggio di cambiare

Versione stampabileVersione stampabile

Vi proponiamo un’ampia sintesi dell’intervento del Presidente nazionale Ac all’incontro online Il coraggio di cambiare per uscire migliori da questa pandemia. Preghiera, riflessione, esperienze, promosso dal Forum internazionale di Azione cattolica (Fiac) lo scorso 4 settembre, memoria liturgica del Beato Giuseppe Toniolo, nell’ambito degli incontri per l’Anno dell’anniversario speciale della Laudato si’. Oltre 200 i partecipanti da 28 paesi del mondo.

di Matteo Truffelli - La pandemia ci ha fatto toccare con mano che davvero quella umana è una famiglia sola, al di là di tutte le differenze e le distanze, e che si salva solo se si comporta da famiglia: se ciascuno avverte la responsabilità nei confronti di tutti coloro che ne fanno parte e per la casa comune in cui abitiamo, se ci pensiamo come fratelli e sorelle, chiamati a custodire ciò che ci rende tali. Se siamo capaci, come ci ha ricordato papa Francesco nella grande preghiera del 27 marzo sotto la pioggia scosciante in una Piazza San Pietro deserta, di far prevalere la logica del «siamo tutti sulla stessa barca» rispetto a quella del “si salvi chi può”.
È questo, senza dubbio, il primo e più importante cambiamento che dobbiamo saper realizzare. Forzare la gabbia della «tristezza individualista» (Evangelii gaudium, 2) che ci impedisce di pensare il futuro come un destino comune, un orizzonte che ci comprende tutti e che, proprio per questo, non possiamo pensare di affrontare restando riparati dietro un muretto fatto di privilegi, ingiustizie, violenze.

È innanzitutto un cambiamento dello sguardo, quello che ci viene chiesto. L’esperienza che abbiamo vissuto nei mesi scorsi e che ancora affligge ogni angolo del mondo con diversa intensità, dovrebbe insegnarci a vedere e comprendere in maniera differente le aspirazioni, la vita e le lacrime di coloro conoscono fin troppo bene il senso di incertezza, di timore e di impotenza che anche noi abbiamo sperimentato in questi mesi, e lo conoscono perché ci sono nati e cresciuti dentro: a causa della povertà, della guerra, degli sconvolgimenti climatici, della criminalità, della discriminazione.

E invece ci siamo trovati impreparati di fronte alla grande tempesta che si è abbattuta sul mondo proprio perché, tutti presi da piccoli e grandi egoismi, piccole e grandi rivalità – tra gli individui, tra i gruppi sociali, tra gli stati, tra le diverse aree del mondo – «non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato». Papa Francesco ce lo aveva ricordato spesso, e lo ha ribadito anche nella preghiera del 27 marzo: «In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato».

Questa volta non possiamo permetterci che la storia passi sopra la nostra testa senza interrogarci a fondo sul nostro modo di vivere, di produrre, di consumare, di distribuire la ricchezza, di utilizzare le risorse pubbliche, di organizzare i sistemi sanitari, di investire sulla formazione e sulla ricerca, di regolare i flussi migratori, di partecipare alla vita politica e di promuovere la democrazia, di costruire le relazioni tra gli stati, tra le culture, tra le religioni diverse.
Papa Francesco lo ha sottolineato con forza anche in occasione del Regina Coeli del 31 maggio, quando in Italia la morsa del virus iniziava a calare: se vogliamo sperare di uscire davvero migliori da questa pandemia - come un po’ tutti abbiamo annunciato con un po’ di retorica e forse anche un po’ di superficialità nei giorni in cui avevamo più paura - dobbiamo avere l’intelligenza, l’umiltà e il coraggio di cambiare.

A noi credenti, in modo particolare, è chiesto non solo di saper abitare in maniera significativa il tempo in cui viviamo, ma di farlo sapendolo leggere in profondità e sapendo, perciò, vedere il bene che è già all’opera dentro di esso, e quindi sapendo coltivare la speranza. Quella speranza che nasce, innanzitutto, dall’affidarci al Signore risorto, colui che fa delle vicende dell’umanità la Storia della Salvezza. E ci è chiesto, proprio per questo, di incarnare il Vangelo nel tempo che ci è donato, traducendo la Buona Notizia in germoglio di un’umanità più giusta, più fraterna, più umana.

In questo compito possiamo sicuramente trovare un punto di riferimento importante nella lezione del Beato Giuseppe Toniolo, di cui oggi facciamo memoria, e che all’inizio del secolo scorso ebbe un ruolo fondamentale nel “rifondare” su mandato di Papa Pio X l’Azione Cattolica, ripensandola con l’obiettivo di renderla maggiormente adeguata ad abitare in maniera profetica il proprio tempo: capace cioè di farsi carico delle attese di bene e dei problemi, delle potenzialità e delle contraddizioni che caratterizzavano l’epoca in cui viveva.

La sua lezione è certamente preziosa anche per l’oggi. Anche nelle difficoltà che il mondo sta attraversando a causa della Pandemia. Toniolo, infatti, rappresenta la testimonianza esemplare di un laico capace di vivere concretamente la forza umanizzante del Vangelo in ogni ambito della propria esistenza, mettendo in circolazione i talenti ricevuti e, soprattutto, sapendo coinvolgere tantissime persone di buona volontà per vivere insieme questa responsabilità. Studioso di economia, seppe elaborare e proporre con autorevolezza una visione della realtà produttiva finalizzata alla giustizia e non solo al profitto. Docente universitario, vide sempre nella formazione dei giovani una funzione decisiva per la costruzione di un futuro migliore, più giusto e più libero, in una società che stava portando a compimento il proprio processo di industrializzazione e che proprio per questo vedeva crescere il bisogno di istruzione. Protagonista del confronto culturale, si è battuto fino alla fine della propria esistenza per far sorgere l’Università Cattolica di Milano, e diede vita alle Settimane sociali dei cattolici italiani, uno strumento importante con cui la comunità ecclesiale può contribuire a una lettura approfondita e sapiente dei fenomeni sociali, politici ed economici del proprio tempo. Uomo di pace in un tempo di nazionalismi esasperati e di conflitti disumani, si fece promotore dell’idea del diritto internazionale come unico possibile terreno comune su cui costruire rapporti amichevoli tra le nazioni. Innovatore coraggioso, fu tra i primi, nel mondo cattolico italiano, a parlare in termini positivi della democrazia. Marito e padre di famiglia, visse sempre questa dimensione come centro della propria esistenza.

Anche a noi oggi è chiesto di saper portare un contributo significativo in tutti questi e in molti altri ambiti, con coraggio, competenza e generosità. Con «passione cattolica», ci ha detto tre anni fa papa Francesco. E in tutti questi ambiti non possiamo pensare – ecco un altro grande cambiamento che dobbiamo assumere fino in fondo – di “fare da soli”. Né come Paesi del mondo, né come gruppi sociali, né tanto meno come comunità ecclesiale, e nemmeno come associazione. Nel 2015 Papa Francesco, incontrando la Chiesa italiana riunita a congresso, le ha rivolto un invito molto chiaro e molto forte, che penso valga per tutti: «La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media... La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia. Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà. E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. È fratello».

Saper leggere la storia e coltivare la speranza dentro di essa significa allora anche ricordare che siamo chiamati a vivere da fratelli. Capaci di custodire il sentimento di fiducia negli altri e di responsabilità verso tutti che questi mesi di paura e di condivisione ci lasciano in eredità, per tradurlo in ricerca di nuove alleanze. Alleanze tra le nazioni, tra i gruppi sociali, tra le generazioni. Tra natura e abitanti della terra, tra istituzioni e cittadini, tra scienza e politica, tra ricchezza e bisogno. Tra credenti e non credenti. Perché più di ogni altra cosa questi mesi di sofferenza ci hanno insegnato che davvero «nessuno si salva da solo» (Evangelii gaudium, 113).