“Testimoni di Ac” al tempo della pandemia/3

Il classico dell’estate

Versione stampabileVersione stampabile

di Fabio Vettorello* - «Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui». Scrisse così Italo Calvino nel tentativo (riuscito) di definire un classico della letteratura. E proprio dai classici parto per raccontare la mia piccola avventura, forse non proprio così classica. Sono Fabio, da diversi anni (sarò diventato anch’io un “classico” associativo?) attivo in vari ruoli nell’Ac di Vittorio Veneto e insegnante di Lettere al Liceo “Marconi” di Conegliano. La storia parte dalla volontà di far finire l’anno scolastico in maniera meno fredda, distante, impersonale dopo mesi indubbiamente poco gratificanti dal punto di vista umano e relazionale. Il tempo per pensare di certo non è mancato, ed ecco a un certo punto l’idea di raggiungere i miei alunni con un pensiero che fosse occasione per rivedersi e per lasciare un segno che potesse rimanere anche in futuro come ricordo di questo periodo particolarmente delicato.
Che cosa può restare meglio e più di un classico della letteratura? Una scommessa certo azzardata quella di pensare di poter trovare il classico giusto per ciascuno degli 86 studenti. Dopo averli reperiti pian piano (un po’ in casa, un po’ in libreria, un po’ grazie ad internet), è iniziata l’operazione di abbinamento, di dedica, di allenamento. Eh sì, di allenamento, perché a rendere tutto più romantico (e appunto meno classico) ho immaginato di poter consegnare questi libri in bici, quando la situazione sanitaria lo avesse consentito.
Appena finita la scuola, quindi, è iniziato questo giro nella provincia di Treviso che mi ha permesso di rincontrare gli studenti, chiedere come avessero vissuto questi mesi e che programmi avessero per l’estate. Incontri semplici, anche molto brevi, ma per me memorabili. Un bicchiere d’acqua e un saluto emozionato erano il viatico sufficiente per la tappa, il libro, lo studente, il vissuto successivi.
Storie naturalmente diversissime. Storie di sofferenza, storie di perdita (di familiari o di senso), storie di riscoperta della propria famiglia, della propria casa, della propria motivazione allo studio. Sembra paradossale ma la scuola, e con lei i professori, è mancata molto, nel momento della sua assenza, o comunque della sua distanza, ai ragazzi, come già Pinocchio ci ha insegnato.
La scuola così attaccata, così dileggiata, così strumentalizzata, ma ancora così centrale nella vita di ciascuno. Sogno una scuola che esca dai classici schemi e che si metta in ascolto degli studenti, un po’ madre e un po’ padre (in questo, lo ammetto, sono classico...). Leggeranno i libri che ho consegnato? Sarà proprio quello il loro classico? Pirandello, Svevo, Wilde, Seneca avranno colto nel segno? Sarò riuscito nell’intento di offrire a ciascuno il giusto biglietto per un viaggio dentro se stesso? Avrò modo di chiederlo, e di capirlo, durante il resto del percorso che mi aspetta con le classi. Un percorso tra i classici che ha ancora senso affrontare se ci parlano di senso e se hanno qualcosa da dire ai ragazzi. La sfida è proprio quella di far parlare nel 2020 autori che sembrano aver già detto tutto, ma che in realtà non possono che continuare ad interpellarci, e a risponderci, se avremo la voglia e la pazienza di interrogarli.
L’Ac mi ha insegnato a non stare fermo, a trovare nuovi modi di comunicare e a mettermi in gioco senza accontentarmi, al di là del “già visto” e “già fatto”. A spingermi è stato il bellissimo rapporto con i miei (in accezione affettiva naturalmente) alunni, veri artefici di questa avventura fatta di 11 tappe, 500 chilometri, 17 comuni e appunto 86 incontri. A questi 86 incontri, e a Chi li ha messi sulla mia strada, sono tanto grato perché insegnare è il modo migliore che ho trovato per continuare a imparare.

*Consigliere diocesano Ac di Vittorio Veneto e presidente parrocchiale a Vazzola. Già vicepresidente diocesano del Settore giovani.