L’economia italiana arranca e con essa il Paese. Un’agenda per il nuovo Governo

I perché del “caso Italia”

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L’economia italiana arranca. E per capirlo non serve leggere i dati statistici che fotografano impietosamente la realtà del Paese. Basta guardarsi intorno. La stagnazione, cioè l’arresto dello sviluppo economico, pesa già sul nostro presente a vista d’occhio: per i giovani, terminati gli studi, il lavoro non c’è, e quando puoi sopravvivi grazie al lavoro mal pagato di mamma e papà e alla pensione dei nonni. Un dato: il tasso di risparmio lordo delle famiglie italiane continua scendere, attestandosi al di sotto della media dell’area Euro: a fine 2017 risultava pari al 9,7%, a fronte dell’11,8% della media dell'Eurozona. A metà degli anni Novanta era sopra il 20%. È chiaro che si spende tutto per mantenere figli e nipoti. E quel che avanza scivola via dietro al calo del potere di acquisto dei salari, che camminano mentre i prezzi al dettaglio corrono veloci.
Di chi la colpa? La lettura di un recente testo del professor Carlo Cottarelli “I sette peccati capitali dell’economia italiana”, edito da Feltrinelli, può aiutare a comprendere le radici del “caso Italia”: il declino di uno dei maggiori paesi manifatturieri e industriali del pianeta. L’economista, già Commissario per la revisione della spesa del Governo italiano e con una lunga esperienza presso il Fondo monetario internazionale, prova a spiegare perché per la prima volta la nuova generazione non sta meglio di quella che l’ha preceduta.
Evasione fiscale, corruzione, burocrazia, lentezza della giustizia e crollo demografico, senza dimenticare il divario tra il Sud e il resto del Paese. Questi i primi sei peccati. Ma da soli non bastano: se fino a 20 anni fa il reddito pro-capite italiano è cresciuto più o meno come nel resto d’Europa, occorre riflettere su quanto successo 20 anni fa, cioè quando siamo entrati nell’Euro. Il settimo peccato è, appunto, la difficile convivenza con la moneta unica.
Due parole per ciascun peccato. Giusto per fissarli meglio.

Evasione fiscale. Fenomeno che si registra in tutti i Paesi, ma studiando, ad esempio, i dati relativi all’evasione dell’Iva, nel 2016 l’Italia era al terzo posto in Europa (peggio di noi la Romania e la Grecia). E non va meglio per altre imposte. Il totale stimato consta di 130 miliardi di tasse evase all’anno, per capirci oltre il doppio di quanto spendiamo per la pubblica istruzione (60 miliardi), circa l’8% del Pil nazionale. Se l’evasione fiscale dal 1980 ad oggi fosse stata un ottavo di quella realmente verificatasi, il debito pubblico sarebbe ora del 70-75 % del Pil invece che più del 130%.

Corruzione. Misurarla è ancora più difficile rispetto all’evasione; se si considerano gli indici che misurano le esperienze di corruzione tra i Paesi, l’Italia si attesta più o meno nella media europea, seppur peggio di Francia e Germania. Le conseguenze del fenomeno per le finanze pubbliche sono semplici: se lo Stato deve comprare qualcosa e c’è di mezzo la corruzione, il costo a carico dello Stato è più elevato.

Burocrazia. Quella ragnatela di norme alle quali si aggiungono i procedimenti e le prassi con cui opera la pubblica amministrazione. Tra gli indici disponibili per misurare la complessità della burocrazia, quello più usato è quello del “Doing Business”, ossia dello “svolgimento dell’attività di impresa” pubblicato dalla Banca mondiale. L’Italia scende ancora: nel 2019 dalla 46esima alla 51esima posizione nel mondo. Ergo, nel nostro Paese è sempre più difficile fare impresa, si perde competitività, non siamo business friedly e questo incide negativamente sull’economia italiana. I costi della burocrazia sono infatti paragonabili a una tassa aggiuntiva a carico degli imprenditori, che sono quindi disincentivati ad investire nella penisola.

Lentezza della giustizia. Per spiegare il concetto si ricorre ad un dato semplicissimo. I tempi necessari per lo svolgimento di un processo civile nel nostro Paese sono in media di 7 anni; contro i poco più di 2 anni di Germania e Spagna, 3 la Francia e appena poco più di 1 anno in Polonia. I cosiddetti litigation costs, cioè le difficoltà che si incontrano in un Paese in occasione di contenziosi legali, sono un fattore cruciale che le imprese valutano quando scelgono verso quali mercati ampliare il proprio modello di business. La lentezza della giustizia crea incertezza, complica l’attività di impresa e scoraggia l’investimento privato.

Crollo demografico. Un problema molto serio non solo per la tenuta dell’impresa Italia, ma anche per l’equilibrio dell’intero sistema di welfare, dalle pensioni ai conti pubblici. Dalla fine degli anni Sessanta il crollo della natalità è evidente: molteplici i fattori, dal rallentamento della crescita economica alla “rivoluzione culturale” che ha cambiato radicalmente il ruolo della donna nella società. La crisi finanziaria ed economica degli ultimi dieci anni non ha certo aiutato, ma non ha avuto un effetto sostanziale sul tasso di fertilità. Secondo alcuni studi del Fondo monetario, il tasso di crescita della produttività è sì ostacolato dall’invecchiamento della popolazione, ma va segnalato che la terza età ancora “attiva” oggi ha più inventiva ed è più motivata e produttiva di un tempo.

Divario tra Sud e resto del Paese. Mentre il reddito procapite era sostanzialmente omogeneo nel Paese ai tempi dell’Unità d’Italia, con il passare dei decenni il divario è cresciuto inesorabilmente. Oggi il reddito procapite al Sud è pari al 56-57% del resto del Paese. Un ritardo di sviluppo regionale che ha una sua storicità, con pochi eguali in Europa e che rallenta tutti.

La difficoltà di adattamento all’Euro. Per i primi dieci anni dopo l’ingresso nella moneta unica abbiamo mantenuto un tasso di inflazione, cioè un aumento dei nostri prezzi e dei nostri costi di produzione, più elevato - ad esempio - della Germania, riducendo la nostra competitività rispetto ai tedeschi. Per capire: il costo del lavoro per unità di prodotto (biciclette, piuttosto che bulloni, auto o palloni) in Italia, tra la fine degli anni Novanta e il 2008, è aumentato del 30%. Nello stesso periodo in Germania l’aumento è stato dello 0%. Questo divario, prima dell’Euro, veniva compensato dalla svalutazione della Lira, che manteneva i prezzi dei prodotti italiani competitivi su i mercati esteri; venendo a mancare lo strumento monetario, il divario si è ampliato senza freni, non compensato dalla crescita di competitività. Risultato: tra il 1999 e il 2008 le nostre esportazioni non hanno mai registrato un incremento rilevante, mentre quelle tedesche sono cresciute del 70%. Ed è proprio lì che abbiamo iniziato a crescere poco come sistema Paese: è venuto a mancare una componente importante del Pil, ossia le nostre esportazioni.

Ridurre i costi di produzione senza ridurre i salari e il loro potere di acquisto è la sfida più urgente da vincere. Ma anche metter mano agli altri sei peccati capitali è parimenti necessario per ridare ossigeno alla nostra economia e rimettere in moto il Paese. Ci auguriamo che il Governo appena nato lavori in questa direzione. Non è mai troppo tardi, se si vuol far bene.