Il Convegno pubblico dell’Istituto Toniolo

I nuovi volti della guerra

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Siria

di Michele D’Avino* - La guerra è cambiata. Soltanto le ferite profonde e le terribili offese che essa arreca alla dignità dell’uomo restano immutate. I conflitti che si combattono oggi nel mondo presentano caratteristiche nuove anche rispetto a quelli più recenti del secolo scorso. E ciò non solo perché l’industria bellica ha sviluppato nuove armi e tecnologie di distruzione – è dimostrato infatti che la maggior parte delle vittime di guerra ancora oggi nel mondo muore per l’utilizzo di armi tradizionali – ma soprattutto perché si sono moltiplicati i modi, i luoghi e i tempi con cui si arrecano minacce alla pace. Sono mutate le parti del conflitto, con l’emergere di attori non statali. Sono mutate le alleanze tradizionali e i blocchi contrapposti. Ed è mutato nell’opinione pubblica il modo di percepire i conflitti in atto nel mondo. Allo stesso tempo, i governi, non ultimo quello italiano faticano a coniugare obblighi internazionali e dettami costituzionali.

In un mondo sempre più “villaggio globale”, la guerra fa sentire con più forza i boati dei bombardamenti, il rumore sordo degli spari. Le grida delle vittime entrano fin dentro le nostre case. I profughi e rifugiati in fuga dai paesi in guerra bussano alle porte delle nostre città, scuotono le coscienze assopite della vecchia Europa e del resto del mondo. In questo quadro generale, la violazione delle regole di diritto dettate dall’ordinamento internazionale si fa più drammatica e pone nuove sfide alla causa della pace.

La questione è al centro del Convegno annuale organizzato dall’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”, in collaborazione con la Presidenza Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, che si svolgerà il prossimo 9 ottobre, a Roma, sul tema: «I nuovi volti della guerra. Quali sfide per il diritto internazionale della pace?». I lavori, presieduti da Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte Costituzionale e presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto Toniolo, si apriranno con i saluti del presidente nazionale di Ac, Matteo Truffelli, e proseguiranno con una relazione introduttiva affidata a Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, che si soffermerà sulle attese con cui la Chiesa guarda alle più recenti crisi belliche che sconvolgono il pianeta, enucleando le ragioni di speranza sulle quali edificare la pace.

Il convegno offrirà l’occasione per rilanciare l’appello per la pace rivolto dal Papa alla comunità internazionale, all’indomani dell’epocale visita all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, durante il recente viaggio a New York. Nel suo discorso ai governanti e alle nazioni, papa Francesco ha messo in guardia da un diritto basato sulla minaccia della distruzione reciproca e potenzialmente di tutta l’umanità, che confuterebbe la natura stessa delle Nazioni Unite, trasformandole in “Nazioni unite dalla paura e dalla sfiducia”. «La guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente» ha affermato il Papa. «Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioni e tra i popoli».

È necessario, dunque, rinsaldare le fondamenta della costruzione giuridica internazionale sancite nel Preambolo della Carta delle Nazioni Unite e fare tutto il possibile affinché il diritto prevalga sulla forza, affinché i solenni ideali della promozione del «progresso sociale» e di «un più elevato livello di vita all’interno di una più ampia libertà» trovino realizzazione, preservando le future generazioni dal «flagello della guerra».

Su tali premesse, quattro autorevoli esponenti della comunità scientifica si confronteranno nell’ambito di una tavola rotonda, soffermandosi sugli aspetti evolutivi e gli strumenti del diritto internazionale della pace, di fronte agli scenari attuali.

Come ha avuto modo di affermare, in vista del convegno, Paolo Benvenuti, ordinario di Diritto internazionale presso l’Università degli Studi “Roma Tre”, «gli scontri armati accompagnati da ripetute violazioni di valori fondamentali della persona sono oggi assai diffusi nel mondo e in certa misura sfuggono alla tradizionale nozione giuridica di guerra conosciuta dal diritto internazionale, così che risulta limitata di fatto la capacità della comunità internazionale di intervenire in maniera efficace in molti contesti critici. A ciò si aggiungano le difficoltà proprie dell'Organizzazione delle Nazioni Unite che, imbrigliata negli interessi particolari dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, è troppo spesso incapace di governare e controllare l'uso della forza da parte degli Stati. Ci si può allora domandare se non vi sia la necessità di immaginare e lavorare per nuovi meccanismi di attuazione dei valori fondamentali della persona nell’attuale contesto di conflitti armati: è una questione che oggi ci poniamo e alla quale è chiamata a rispondere la XXXII Conferenza internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa che si terrà a Ginevra nel prossimo mese di dicembre».

E tuttavia il divario tra la (limitata) capacità d’intervento dell’Onu a favore della risoluzione pacifica delle controversie e la fedeltà ai valori fondanti sui quali si regge la Carta di San Francisco non può lasciare spazio ad interventi unilaterali ed estemporanei di singoli Stati o coalizioni. Per Ugo Villani, ordinario di Diritto internazionale all’Università degli Studi di Bari e Presidente della Sidi (Società italiana di Diritto internazionale e di Diritto dell’Unione Europea), che parteciperà alla tavola rotonda, «partendo dai rapporti delineati nella Carta delle Nazioni Unite tra il mantenimento della pace e il rispetto dei diritti umani, occorre esaminare la prassi attraverso la quale il Consiglio di Sicurezza ha progressivamente esteso la propria competenza alle ‘emergenze umanitarie’, viste come minacce alla pace, adottando misure per prevenirle o farle cessare. In questo quadro vengono in considerazioni anche gli interventi unilaterali motivati da finalità umanitarie, ma da considerare illeciti, e i successivi sviluppi che hanno condotto alla enunciazione della responsibility to protect. Quest’ultima, che rimette in giuoco le competenze delle Nazioni Unite e, in specie del Consiglio di Sicurezza, pur esprimendo una rinnovata sensibilità per i diritti umani, si presta ad abusi, come le tragiche vicende dell’intervento contro la Libia ampiamente dimostrano».

La questione è al centro del dibattito che investe la cosiddetta “azione umanitaria” quale strumento offerto alla comunità internazionale per il mantenimento della sicurezza e della pace. Come evidenzia Vincenzo Buonomo, ordinario di Diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense, ospite al convegno: «Un dibattito aperto nel quale i giuristi si inseriscono coerentemente se capaci di proporre un modo per avvalorare nella vita degli Stati e nelle relazioni internazionali una nuova «teoria della sicurezza» (o usando l’espressione più tecnica, «della responsabilità di proteggere»), che per essere operativa ha necessità di legarsi alla più articolata teoria della prevenzione: dei conflitti, della guerra, delle carestie, degli eventi naturali, delle crisi economiche, fino alla più ampia prevenzione di fronte al diniego della dignità umana. Dare concretezza alla responsabilità di proteggere significa adoperarsi per superare un modello di socialità ispirato al timore reciproco, alle ansie della quotidianità, all’allarme per il futuro; a quella che secondo la teoria dell’interesse nazionale è chiamata deterrenza, sfere d’influenza, limiti di sovranità… Alla responsabilità di proteggere si congiunge il rispetto della legalità anche in presenza di palesi violazioni delle regole compiute all’interno di uno Stato o della Comunità delle nazioni, spesso in ragione di ristrette vedute o di palesi egoismi, ma a volte anche in nome di un desiderio di giustizia o di maggior sicurezza. Analogamente sul piano internazionale il concetto di azione umanitaria deve modellarsi sulla necessità di operare all’interno della sovranità di un Paese per garantirne la sicurezza, ma non come esercizio di forza, bensì quale obbligo imposto alla Comunità internazionale da principi ormai presenti nella coscienza dell’umanità che domandano di intervenire lì dove è a rischio la sopravvivenza di persone e gruppi umani».

Una spinta evolutiva necessaria, che prendendo le mosse dai fini e dai principi universalmente riconosciuti, investe gli stessi compiti cui l’Onu è chiamata ad adempiere. «In considerazione della congiunzione fra la situazione internazionale dell’interdipendenza e la trasformazione del modo d’intendere oggi la guerra – sottolinea infatti Francesco Viola, ordinario di Filosofia del diritto presso l’Università degli Studi di Palermo, altra voce autorevole dell’assise scientifica – occorre che si ponga mano ad una reinterpretazione del compito centrale delle Nazioni Unite che è espresso dalla Carta nei termini del "mantenimento della pace e della sicurezza". Quest’obiettivo è stato interpretato dando alla "pace" prima il senso negativo di assenza di guerra, poi il senso positivo di rispetto dei diritti. Ma ora bisogna andare oltre i diritti verso l’accettazione di norme cosmopolitiche, ampliando lo spettro delle norme inderogabili di jus cogens già riconosciute sul piano del diritto internazionale. Questo sviluppo della filosofia del diritto internazionale della pace inaspettatamente consente di recuperare alcuni aspetti dimenticati della tradizione del pensiero cristiano sulla guerra e la pace».

Di fronte alle metamorfosi della guerra e all’amplificarsi degli effetti devastanti per l’intera umanità, si fa dunque più urgente la necessità di moltiplicare gli sforzi per la pace. Una pace frutto della giustizia e del reciproco rispetto dei diritti inviolabili della persona umana. Una pace che chiede di ripensare i meccanismi di funzionamento della comunità internazionale e di percorrere strade nuove per la riaffermazione del diritto e della giustizia.

Un impegno al quale la Chiesa di Papa Francesco non intende sottrarsi. Consapevole che un nuovo ordine internazionale, capace di porre fine alla immane tragedia umanitaria in corso, passa prima di tutto da una rivoluzione culturale che rifondi la natura delle relazioni tra gli uomini, in profondità.

La guerra è cambiata: più subdola, diffusa, multiforme. La sua soluzione, invece, rimane la stessa. La pace resta l’unica risposta possibile alla follia fratricida.

 

*Direttore dell’Istituto di Diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”