I cattolici, questi sconosciuti

Se è vero che il futuro della politica si presenta ormai come una prateria, dove sono davvero pochi i “cavalli di razza” (se ci sono, puntualmente impallinati da cecchini incompetenti e opportunisti), che cosa non ha funzionato dopo decenni di narrazioni assolutamente sterili e autorassicuranti?

Nell’imminenza di ogni appuntamento elettorale riemerge puntualmente – con una rassegnazione inversamente proporzionale alla gravità della situazione – il dibattito sulla presenza dei cattolici nella scena politica e sulle potenzialità di una forza moderata che essi possono ancora rappresentare. Mi limito a segnalare quattro contributi autorevoli sul tema.

Il primo (senza peli sulla lingua) è quello di Stefano Zamagni, che rimanda al cap. V di Fratelli tutti, dove papa Francesco invita la politica a liberarsi dal giogo dei “poteri forti”; eppure, in uno scenario dove permane la separazione anacronistica tra “cattolici della morale e cattolici del sociale”, già denunciata anche dal card. Bassetti, si continua a rassegnarsi a una diaspora, alle spalle della quale nell’anticamera della politica fioriscono le lobby.

Di recente è tornato sull’argomento anche Andrea Riccardi, il quale riconosce, citando Lucio Caracciolo, che “La decadenza della Chiesa è l’altra faccia del declino italiano”. Alla base di una ormai periferica “questione cattolica” c’è, secondo Riccardi, una centralità da ritrovare; se per un verso occorre prendere atto che “spesso i discorsi ecclesiali non parlano alla vita comune”, per altro verso “la Chiesa è la più grande rete sociale del Paese”.

Più coraggioso e incisivo, a mio avviso, è l’intervento di Maria Prodi, la quale lamenta l’assenza di un vero confronto tra laici e cattolici. Rispetto alle incoerenze opposte e simmetriche di destra e sinistra (tentata, quest’ultima, dalla scorciatoia di un’agenda radicale), il contributo dei cattolici al dibattito politico (potenzialmente capace di contributi importanti) sembra “uscito dal radar”, in un sostanziale “declino della formazione culturale delle giovani generazioni dei credenti”.

Infine, anche p. Francesco Occhetta sj s’interroga sul “voto moderato” dei cattolici liberali, popolari e democratici, chiedendosi se davvero basteranno all’Azione Cattolica e al Rinnovamento nello Spirito i “loro richiami valoriali”. Padre Occhetta è convinto che si possa ripartire da una nuova idea di “moderazione”, indispensabile alla democrazia per lievitare: “Essere moderati è un modo di vivere lo spazio pubblico, un’attitudine riconciliativa, mite, non gridata, mai estrema”. Di conseguenza va anche riscoperta la centralità politica, intesa come “un metodo, un’antropologia, un gradualismo di riforme, la moderazione dei linguaggi, il rispetto dell’avversario, la cultura della mediazione”. Una cultura centrista, capace di intercettare la centralità sussidiaria dei corpi intermedi deve avere il coraggio di federarsi, ripartendo da un metodo e da esperienze virtuose già esistenti.

Voglio essere sincero: questi contributi, pur in se stessi seri, argomentati e (più o meno) propositivi, hanno un retrogusto amaro di déjà vu, che nulla toglie al loro valore, ma che non ci esime da una domanda più radicale, quasi estrema: se è vero che il futuro della politica si presenta ormai come una prateria, dove sono davvero pochi i “cavalli di razza” (se ci sono, puntualmente impallinati da cecchini incompetenti e opportunisti), che cosa non ha funzionato dopo decenni di narrazioni assolutamente sterili e autorassicuranti? Convegni ecclesiali, Settimane sociali dei cattolici, scuole di formazione all’impegno politico, reti di collegamento, associazioni e movimenti, esperienze di volontariato…: un volume impressionante di comitati, organismi, iniziative, documenti, esperienze, rimasto costantemente un passo indietro rispetto alla possibilità effettiva di incidere sui processi, e prima ancora sulla elaborazione che dovrebbe essere alla base di ogni credibile progettualità politica. Che cosa non ha funzionato? Perché dobbiamo onestamente ammettere che qualcosa, anzi MOLTO non ha funzionato.

Non si possono dare risposte semplicistiche a problemi complessi, ma proprio per questo nemmeno cercare autoassoluzioni altrettanto semplicistiche. Per poter andare avanti in modo esplicito e onesto, devo parlare in prima persona. A 72 anni ho attraversato, con qualche responsabilità, non pochi luoghi ecclesiali: ho assistito troppo passivamente al nascere e al morire di troppi progetti, sigle, organismi, comitati che servivano soprattutto a chi li proponeva, in cui gli organigrammi prevalevano sui contenuti e agli stessi promotori spettava il compito di verificare i risultati raggiunti (sempre ottimi, sempre irrilevanti).

Certamente ci sarebbe molto da dire su un’etica trasformata in un comodo rifugio indolore, per aggirare la fatica e il rischio della elaborazione politica, e ancor più su uno spiritualismo elusivo e accomodante, trasformato in un passpartout per attraversare indenni le sfide della storia. Al punto in cui siamo, di appelli moralistici all’impegno politico non abbiamo più bisogno. Forse, prima di metter mano all’alveo del fiume e a una sana e giudiziosa manutenzione dei suoi argini, dobbiamo tornare a cercare la Sorgente.

Il cardinale Bergoglio disse, nella congregazione generale prima del conclave che lo avrebbe eletto papa: “A volte penso che Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire”. Forse siamo ancora lì. A una comunità di credenti davvero aperta e profetica non basta misurarsi – in modo certamente comunitario e non tribalistico – con sfide culturali o con problemi organizzativi. Ancora una volta è sui fondamentali della fede che dobbiamo soprattutto tornare a interrogarci.

Non so se il vessillo del moderatismo possa ancora riuscire a rifarsi una verginità politica (sopratutto dopo l’abuso sfacciato che ne è stato fatto dal centrodestra). Credo però che un cristiano, nella sequela del Signore e nell’annuncio del vangelo, non possa essere MAI un moderato. Rispetto alla carità come cristiani possiamo peccare solo per difetto, mai per eccesso. Se la sorgente è sigillata, la manutenzione degli argini è una perdita di tempo. Tornare alla sorgente della fede non è più un obiettivo scontato. Non basta un’aspirina per curare una polmonite, soprattutto quando non abbiamo più anticorpi per reagire alla peggiore delle malattie del credere: la mediocrità.

Luigi Alici è professore emerito di Filosofia morale. È stato Presidente nazionale dell’Ac dal 2005 al 2008. ll testo proposto è pubblicato sul suo blog, Dialogando

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Luigi Alici