LA STORIA DELL'AC

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Omelia di mons. Claudio Giuliodori, Assistente ecclesiastico generale dell’Ac

I buoni frutti che possiamo e dobbiamo attenderci

Che cosa possiamo dire al termine di queste nostre giornate così belle e toccanti? Non credo ci siano parole più appropriate di quelle con cui abbiamo accompagnato la proclamazione del salmo responsoriale: «A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea». Esprimono benissimo il primo e fondamentale sentimento che anima tutti noi al termine di questa XVIII Assemblea Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana. Dal nostro cuore sgorga spontanea la lode a Dio che ci ha accompagnato nei vari passaggi con grande tenerezza e non ci ha fatto mancare i segni della sua presenza e del suo amore. Siamo grati al Signore, e anche gli uni agli altri, per lo spirito di condivisione fraterna e di operosa collaborazione che ha guidato i nostri lavori.

Ma non eravamo soli. Come delegati, abbiamo portato nel cuore il ricordo vivo di tutti i nostri associati, con molti dei quali abbiamo vissuto un indimenticabile incontro con Papa Francesco in Piazza San Pietro giovedì scorso. Quel grande abbraccio che abbiamo ricevuto e scambiato resterà impresso nei nostri cuori e nella storia dell’Associazione. Gli abbracci mancati che tanto feriscono la vita degli uomini, l’abbraccio salvifico del Padre misericordioso che ci viene donato in Gesù Cristo e gli abbracci che cambiano la vita sono anche la cifra di questa Assemblea e costituiscono il paradigma del cammino associativo che ci vedrà impegnati con le nostre comunità diocesane e parrocchiali. Abbiamo gli occhi e il cuore pieni di momenti belli e coinvolgenti che non possiamo però considerare solo una toccante esperienza umana ed ecclesiale.

La bellezza dell’essere radicati e del rimanere in Lui

La Parola che abbiamo ascoltato in questa liturgia ci aiuta a rileggere e comprendere il senso vero di ciò che abbiamo vissuto nella luce della grazia divina e delle grandi opere di Dio. In questi giorni abbiamo rafforzato i nostri legami con il Signore e tra di noi in conformità con quanto indicato nella parabola evangelica. Abbiamo sperimentato la bellezza dell’essere radicati e del rimanere in Lui per essere fecondi: «Chi rimane in me, e io in lui – dice il Signore -, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Abbiamo riflettuto su molte questioni pastorali, sociali e culturali del nostro tempo. In tutto ci siamo premurati di risalire alla fonte e alla sorgente del nostro vivere cristiano e del nostro impegno associativo ed ecclesiale. Abbiamo sentito la necessità di rafforzare la nostra unione con il Signore attraverso la preghiera personale e i momenti liturgici. Abbiamo così consolidato i vincoli di carità fraterna, che sono il contrassegno dell’unione con il Signore e la condizione per portare frutto, come ci ha ricordato Papa Francesco. Questa è la via maestra «per la vostra vita associativa, che è multiforme e trova il denominatore comune proprio nell’abbraccio della carità (cfr Col 3,14; Rm 13,10), unico contrassegno essenziale dei discepoli di Cristo (cfr Lumen gentium, 42), regola, forma e fine di ogni mezzo di santificazione e di apostolato» (Discorso all’AC, Piazza San Pietro, 25 aprile 2024).

La certezza che sarà possibile “portare molto frutto”

Grazie all’ascolto, al confronto e agli orientamenti condivisi che sono ben esplicitati nel documento assembleare abbiamo esercitato, in modo sapiente ed umile, quel prezioso discernimento sinodale che è richiesto dal Cammino odierno della Chiesa. Il percorso fatto assieme con coraggio e pazienza ci consentirà di ridare vigore a quell’“essere testimoni del Risorto” che ha fatto da filo conduttore ai lavori assembleari. Se il nostro “rimanere con lui” è stato autentico e davvero scorre in noi la linfa vitale dell’amore divino allora possiamo avere la certezza che sarà possibile “portare molto frutto”. Ma quali frutti possiamo e dobbiamo attenderci da questa importante tappa della vita associativa? Mi permetto di segnalarne tre, nella speranza che possano davvero arricchire la vocazione e la missione associativa.

Crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo

Il primo aspetto ce lo indica la seconda lettura ed è un’esplicitazione del lavoro del vignaiuolo, ossia del Padre Celeste, che si prende cura della vigna perché porti frutto. «Questo è il suo comandamento – afferma San Giovanni –: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo». È il tema della fede in Gesù Cristo che oggi appare sempre più incerto e relativizzato. L’idea di Dio si fa più vaga e fluida, mentre la figura e l’opera di Gesù Cristo, che ci rivela il volto del Padre, appare più sfumata e sostanzialmente omologata ad una delle tante figure interessanti della storia umana, forse anche affascinante ma nulla di più. La prima testimonianza che siamo chiamati ad offrire è, pertanto, quella della fede in Gesù Cristo perché «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (Atti 4,12).
Il primo e più importante frutto di questo passaggio assembleare si concretizza per tutti noi nella sempre maggiore consapevolezza di aver ricevuto la grazia di essere stati incorporati a Cristo con il battesimo e di poter essere suoi testimoni, certi che solo con Lui possiamo sperimentare la salvezza, ossia la pienezza della vita, l’autentica realizzazione di sé e – detto in termini più esistenziali – la felicità vera che il mondo tanto cerca ma non trova. L’Associazione alimenta una tale consapevolezza in molti modi, ma soprattutto curando la formazione, secondo il dettato e l’articolazione del Progetto formativo “Perché sia formato Cristo in voi”. Una magna carta tanto più utile e preziosa quanto più sperimentiamo la frammentazione del vivere ecclesiale e le divisioni nella società. Per questo l’investimento sulla formazione, a tutti i livelli e nelle diverse articolazioni, è e resta uno dei capisaldi della missione e del contributo associativo al cammino della Chiesa nel nostro tempo.

Amiamo con i fatti e nella verità

Un secondo frutto lo possiamo trarre dall’affermazione giovannea: «non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità». È un invito che ci interpella seriamente perché a volte abbiamo l’impressione di sprecare molte energie nei confronti estenuanti, di perdere tempo nelle tante riunioni, di affannarci nei processi democratici che regolano la vita associativa. Non dobbiamo certo esonerarci dalla fatica della riflessione, del discernimento e della programmazione, a patto però che tutto questo lavoro contribuisca a crescere nella verità dell’amore verso il prossimo e nella concretezza del servizio ai fratelli, soprattutto i più bisognosi e sofferenti. Papa Francesco nei suoi interventi indirizzati all’associazione, da ultimo in quello di giovedì, richiama spesso la necessità che la formazione sia declinata con la solidarietà fraterna, la ricerca della giustizia, la promozione della pace. È parte integrante e irrinunciabile della missione associativa l’impegno sociale, culturale e politico realizzato da un laicato maturo, consapevole e coraggioso. Il sottrarci all’impegno concreto nella società e nella storia per perimetrare una presenza solo nei confini della parrocchia o, peggio, della sola vita associativa, tutto sarebbe meno che autentica “scelta religiosa”. E anche il necessario “primato dello spirituale” se non vissuto correttamente, potrebbe costituire una pericolosa ritirata dentro un malinteso e asfittico intimismo devozionale. Altro non sarebbe che una mistificazione del vero senso del rinnovamento spirituale che scaturisce dal dare spazio allo Spirito creatore che fa nuove tutte le cose.
Inoltre, ricordiamoci sempre che siamo chiamati ad amare “con i fatti e nella verità”. Non trascuriamo il servizio alla verità che dobbiamo sempre cercare e testimoniare in fedeltà al Vangelo e al Magistero della Chiesa, impegnandoci anche quando è scomoda e ci pone come segno di contraddizione (Cfr Lc 2,34). Non possiamo essere tiepidi nell’annunciare e testimoniare la verità su Dio da cui discende, in modo inseparabile, anche quella sull’essere umano e la sua dignità, così spesso dimentica o mistificata nel nostro tempo, come ben documentato dalla recente Dichiarazione Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede che vi invito a leggere con molta attenzione. Grande è il lavoro che ci attende, ma possiamo essere fiduciosi che quanto elaborato in queste giornate in ascolto dello Spirito che parla nelle sorelle e nei fratelli, potrà guidarci nella direzione giusta per portare davvero molto frutto. Perché, come dice ancora Giovanni: «in questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato» (1Gv 3,24).

Una rinnovata capacità missionaria

Il terzo frutto che possiamo auspicare è quello di una rinnovata capacità missionaria sempre più generosa ed efficace, in sintonia con gli esiti del rinnovamento sinodale che sta delineando il nuovo volto della Chiesa universale e delle Chiese che sono in Italia. Ci ispirano e ci guidano le parole suggestive del salmo responsoriale: «Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: “Ecco l’opera del Signore!”». Vogliamo sognare un’Azione Cattolica vera “opera del Signore”, ancora una volta in prima linea nel farsi interprete di questo rinnovamento, al fianco dei pastori, attenta a promuovere vincoli di comunione con tutte le componenti ecclesiali, capace di gesti e di azioni profetiche secondo le istanze che matureranno nei prossimi mesi.
Mentre ne attendiamo gli esiti, stiamo comunque già dando in diversi modi il nostro contributo alla seconda Assemblea sinodale della Chiesa universale, che si celebrerà il prossimo ottobre (2024) e alla terza fase – quella profetica – del cammino sinodale delle comunità ecclesiali italiane. Questa nostra Assemblea, pertanto, non è certo un punto di arrivo ma piuttosto appare come un punto di partenza per muovere passi decisi e coraggiosi al fine di aiutare soprattutto le nuove generazioni ad essere protagoniste di una stagione ecclesiale bella e fruttuosa. È superfluo richiamare qui i tanti aspetti che caratterizzano la vita associativa e che sono già espressione di una chiesa sinodale. Li abbiamo approfonditi e rilanciati nel corso di queste belle giornate assembleari. Ora con l’impegno di tutti dobbiamo incarnarli nella vita quotidiana dell’associazione per essere davvero «Testimoni di tutte le cose da lui compiute».

In conclusione, vorrei augurare a tutti noi che quanto affermato al termine della prima lettura si realizzi anche oggi in tutta la Chiesa e in particolare nella nostra Associazione sotto lo sguardo di Maria e nella compagnia di tutti i santi e beati dell’Azione Cattolica: la comunità ecclesiale «si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero» (Atti 9,31). Amen.

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