I dati Istat su istruzione e ritorni occupazionali

Gli assenti e i “sospesi”

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di Antonio Martino - C’è una questione che continua ad essere ignorata pur facendosi sempre più grave ed evidente: l’Italia è tra i paesi europei con i livelli più bassi di istruzione e con il più alto numero di Neet, l’universo dei giovani non impegnati nello studio, né nel lavoro né nella formazione. Una realtà che questo tempo di pandemia rischia di aggravare se la politica non si impegnerà a cercare delle soluzioni, basta dare uno sguardo alle attuali condizioni della scuola italiana e a ciò che si prospetta (o si cerca di prospettare) per il prossimo anno scolastico. Il Paese ha bisogno di plessi scolastici più adatti e decorosi, con attrezzature avanzate per la didattica, con programmi più confacenti alle esigenze delle produzioni e servizi, con personale meglio pagato a tutti i livelli ma anche più preparato in pedagogia e psicologia e con una buona cultura digitale. Vale la pena ricordare che oggi l’Italia è maglia nera per gli investimenti in istruzione, con una spesa pari al 3,6% del Pil mentre la media dei paesi Ocse è del 5%.

I dati dell’ultimo report Istat su Livelli di istruzione e ritorni occupazionali nel bel Paese sono sconfortanti: nella fascia di età 25-64, 4 italiani su 10 non hanno almeno un titolo di studio secondario superiore, mentre sono solo 2 su 10 i connazionali con una laurea. E questo nonostante sia chiaro che più istruzione voglia dire più opportunità di lavoro. Dati che si fanno ancora più gravi nella ripartizione geografica: la popolazione residente nel Mezzogiorno è meno istruita rispetto a quella che vive nel Centro-Nord del Paese: solo la metà degli adulti ha conseguito almeno un diploma e nemmeno 1 su 6 ha raggiunto un titolo terziario, cioè laurea o diploma di laurea.

È vero, i giovani sono più istruiti del resto della popolazione: nel 2019, oltre i tre quarti (76,2%) dei 25-34enni ha almeno il diploma di scuola secondaria superiore, a fronte di appena la metà (50,3%) dei 55-64enni, del 57,7% dei 45-54enni e del 68,3% dei 35-44enni. Lo svantaggio dell’Italia rispetto al resto dell’Europa nei livelli di istruzione della popolazione, pur riducendosi nelle classi di età più giovani, resta comunque marcato, segno che il programma europeo “Istruzione e formazione 2020” (ET 2020) lanciato nel 2009 - che aveva tra i target per l’istruzione l’innalzamento della quota di 30-34enni in possesso di un titolo di studio terziario, considerato un obiettivo fondamentale per una “società della conoscenza” - non ha prodotto gli effetti auspicati.

Degna di nota una tipicità tutta italiana: ai fini occupazionali, il particolare peso che ha la scelta del corso di studio universitario commisurata al tessuto produttivo che caratterizza l’area geografica di residenza. Nel Mezzogiorno, la concentrazione industriale e di impresa è bassa e risulta ridotta anche la domanda di lavoro verso abilità, skills tecnico-scientifici, che invece prevalgono nel resto del Paese. Mentre un ragionamento opposto si nota per i percorsi di area umanistica quando si guarda al Sud Italia. Se al Centro-Nord un giovane ingegnere ha più possibilità di trovare lavoro di un giovane laureato in lettere, nel Sud deindustrializzato e arretrato le differenti opportunità si annullano a vantaggio di quest’ultimo.

Non vanno meglio le cose anche sul fronte dei giovani che abbandonano prematuramente gli studi e la formazione (gli Eelet). A fronte di un abbandono scolastico tra i più alti d’Europa pari al 13,5 (parliamo di circa 561mila giovani) l’Istat registra che solo 1 su 3 di questi ha trovato lavoro. Gli altri due vanno ad accrescere il nostro primato europeo di Neet. Parliamo di più di 2 milioni di connazionali giovani (tra i 15 e i 29 anni) che non lavorano e non studiano, che non sono protagonisti delle società che abitano, in attesa di futuro che non costruiscono e di un presente che subiscono. Vivacchiano grazie al sostegno di genitori e nonni, in una condizione di “sospensione sociale” che ben inteso non è di loro responsabilità ma di chi fa poco per evitarla. La “miscela” di inefficacia della politica e di deficit educativo del nostro Paese continua a prolungare il tunnel della mancanza di prospettive. Risultato: non è necessaria una pandemia per far percepire la propria vita senza via d’uscita, basta una condizione critica irrisolta nel tempo.