LA STORIA DELL'AC

Home » Articoli » Unitari » Gli adulti-giovani ci stanno a cuore

Le conclusioni del Convegno del settore Adulti

Gli adulti-giovani ci stanno a cuore

“Tieni il tempo, accompagnati a diventare adulti” è stato il leitmotiv della tre giorni (Roma, 17-19 febbraio), dove circa 180 soci di Ac si sono confrontati su un’età particolare, quella dei giovani-adulti, che ha bisogno di cura, ascolto e visione progettuale

La fascia di età dei 30-40enni ci interessa (in questa fascia i soci di Azione cattolica sono quasi 11mila, un numero comunque significativo che sfiora il 15% dell’intero settore Adulti)? Eccome se ci interessa. Lo dicono i numeri, lo dice la passione con cui se ne parla, lo dice la ricchezza del dibattito. Lo dicono soprattutto Paola Fratini e Paolo Seghedoni, vice presidenti nazionali per il settore Adulti di Ac, che domenica 19 febbraio hanno concluso a Roma la tre giorni del Convegno sul tema: Tieni il tempo, accompagnati a diventare adulti. Gli adulti-giovani ci stanno a cuore.

«Ci interessano non solo, o meglio non tanto – spiegano i due vice – per una semplice questione di “conservazione della specie”, o perché così possiamo scaricare la responsabilità sui malcapitati di turno, ma proprio perché si percepisce che la fatica che vivono è reale», in un perenne senso di precarietà nella società, nella Chiesa e nell’associazione.

Tieni il tempo

Tieni il tempo, allora, è riferito all’importanza di “tenere” il tempo della propria vita ma anche delle vite che ci camminano accanto. Ecco perché l’attenzione nei confronti dei più giovani, anche se non in maniera esclusiva. Come? Con il criterio della cura. È questo che deve guidarci.  Oggi è necessario un vero accompagnamento reciproco, tra adulti e giovani e tra adulti di diverse età e condizioni di vita. 

L’Ac ha il dovere di fare una proposta

Gli adulti-giovani ci stanno a cuore: anche perché siamo noi. Come Ac abbiamo il dovere di fare una proposta a queste persone. «Una proposta che si fa insieme, tra adulti più adulti e adulti-giovani, senza inseguire scorciatoie (per esempio istituire il settore giovani-adulti), ma anche senza alibi (non abbiamo ancora definito un progetto nei dettagli… non siamo ancora pronti). La cassetta degli attrezzi che abbiamo appena presentato, ci dice che non mancano gli strumenti per impostare percorsi, cammini, idee… ma che occorre, appunto, ripartire dalle relazioni, dalla custodia, dalla cura, dalla fatica di camminare insieme. Camminare insieme ci chiede di porci in un atteggiamento non giudicante».

Le voci dell’età di mezzo

A sentirli, questi giovani adulti, hanno molto da dirci. Le loro voci son arrivate ben chiare a chi sa ascoltare.

«In Ac abbiamo due grandi difetti: parliamo tanto e diamo per scontate tante cose. Parliamo tanto di giovani-adulti, ma non si è ancora capito bene che strada prendere, è una fase della vita delicata, manca attenzione e concretezza».

«Ci vuole costanza nell’attenzione degli adulti verso i giovani adulti, bisogna progettare un percorso».

«Finisci il servizio in settore Giovani – che è un frullatore – e arrivi nel settore Adulti e c’è il deserto con le balle di fieno. Ci ritroviamo sfiniti dal servizio fatto e poi non c’è una proposta, solo un senso di abbandono».

«Serve accompagnamento e cercare di stare accanto all’ingresso nel settore anche con la sola presenza».

«Ho trovato altrove momenti di preghiera che in Ac mi mancavano».

«Occorre profondità nelle proposte, perché è una fase di vita densa di cambiamenti. Gli adulti siano punti di riferimento».

«Bisogna aver voglia di avere a che fare con i giovani adulti seriamente. Prendersene cura. Non duplicare le proposte, ed essere più flessibili nei tempi (non una volta a settimana, per esempio): trovare i tempi giusti!».

Camminare insieme

Camminare insieme significa allora assumere la responsabilità di questa cura, saper dare voce alla vita soprattutto delle persone maggiormente in difficoltà. «Come associazione ci chiediamo: cosa possiamo dire ai precari che hanno contratti rinnovati di sei mesi in sei mesi, alle famiglie giovani che non fanno figli per evitare di diventare poveri, a chi non vota più perché tanto non serve a nulla, a chi si sposta di centinaia di chilometri per andare a studiare o a lavorare lontano? Siamo capaci di stare accanto, di accompagnare, di sostenere i passaggi di vita più delicati?

La mobilità e la spiritualità

Sono emersi due temi importanti dai lavori della tre giorni. Il tema della mobilità è esattamente un tema di relazioni: di avere a cuore le persone che partono (e quindi di affidarle, segnalarle all’associazione di “approdo”) e di saperle poi accogliere. 

Sulla spiritualità è vero che è necessario ricentrarsi su una spiritualità quotidiana, laica, e farlo insieme. E forse anche darsi un metodo, una regola adatta alla vita di oggi, all’età e alle differenti condizioni.

Il modello del “noi”

La Chiesa vive con fatica e imbarazzo il tentativo di prendere il passo dei 30-40enni. I passaggi non sono più scontati: nemmeno quelli sacramentali. «In associazione, al contrario, la cura dei passaggi c’è (o ci dovrebbe essere) e questo camminare insieme, a cui siamo anche forzati dalla nostra struttura, è un tesoro che possiamo mettere a disposizione di tutta la comunità cristiana. Ma diremmo di più, di tutti: il nostro modello non è quello del leader (dell’adulto significativo, ad esempio) che si tira dietro un gruppo di persone più giovani per portare avanti un’idea o per realizzare un progetto, ma è quello del “noi”

Del noi nella Chiesa (ancora più in questo momento di cammino sinodale, che richiede un di più di impegno), del noi in associazione (in cui, appunto, pensare e sperimentare cammini), del noi nella società (anche attraverso la logica delle alleanze, che essendo tipicamente legata a progetti e tema concreti può allargare la partecipazione sia a questa determinata fascia d’età e anche a persone che non sono quelle del “solito giro”). 

La fatica di un impegno

Nessuna ricetta, ma un’altra attenzione a chi torna (o arriva) alla fede e può incrociare l’associazione. Ci si pone spesso il tema di non perdere chi c’è, ma non di cercare chi non c’è

Una parola che è uscita molte volte nel Convegno è fatica. Scriveva in proposito Vittorio Bachelet: «vale la pena di impegnarsi nel servizio dell’Ac? L’esperienza di questi anni mi ha confermato che questo servizio, questa rete di amicizie, questa realtà di preghiera, di azione, di riflessione, di sacrificio, questa realtà che si sforza di portare avanti con semplicità, senza rumore, nella Chiesa italiana un discorso che  ci aiuti a crescere tutti e ci porti, per quanto possiamo, faticosamente, lentamente ma positivamente sulle vie indicate dal Concilio – che poi sono le vie indicate dal Signore –; questo sforzo, questa fatica, questo tempo che noi strappiamo alle nostre occupazioni, alla nostra famiglia, alla nostra vita quotidiana vale la pena davvero di essere speso».

Autore