Uscite a prendere il largo e gettate le reti

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In un tempo di crisi e frammentarietà, l’annuncio missionario dell’Ac percorre le strade dell’abbraccio con l’altro e del sorriso

di Gianni Di Santo

Uscite a prendere il largo e gettate le reti. E’ l’auspicio e l’incoraggiamento che arriva direttamente dalle parole e dalle storie della seconda giornata di lavori al Convegno dei presidenti. C’è papa Francesco a ricordarcelo con la sua enciclica quotidiana dei gesti. Ma c’è anche la voglia di esserci da parte di un’Ac vigile, coraggiosa, pronta per i tempi nuovi dell’annuncio e della missione.

Volti nuovi in questo primo appuntamento nazionale dopo l’assemblea che ha eletto la nuova presidenza. Volti giovani e sorridenti, segno che il ricambio generazionale arriva giusto giusto a segnare il passo di una Chiesa in dialogo con l’uomo e con la sua storia intrisa di fatica, frammentarietà e precarietà, anche spirituale. Un dialogo a tutto tondo, che non ha paura di confrontarsi con l’arte, con le problematiche della famiglia, con l’accoglienza ai tanti mondi diversi che accompagnano le nostre storie nella polis che viviamo ogni giorno, con una nuova teologia che non ha paura di assaporare l’umanità di Gesù.

Così, a Firenze, accolti dalla cornice stupenda di una basilica di Santa Croce intrisa di storia patria, laica e cristiana, i delegati di Ac provano a intraprendere un percorso che parte dall’uomo per arrivare a Dio. E se don Massimo Naro, presbitero di Caltanissetta e docente di Teologia sistematica alla Facoltà teologica della Sicilia, invita il popolo di Dio a innamorarsi di questo nuovo umanesimo mettendo Gesù al centro di questo nuovo cammino, e invocando un ritorno ai volti per un cristianesimo dal volto umano, prendendosi cura dell’altro in ogni caso e in qualunque luogo, mons. Timoty Verdon, della diocesi di Firenze, spinge l’attenzione all’umano nell’arte, attraverso i meravigliosi dipinti della basilica: l’uomo contemporaneo anela la verità, per questo cerca la bellezza. Ma, poi, le storie sanno di quotidiana speranza e fatica. Ecco il racconto di un’accoglienza “normale” (e per questo speciale) che le diocesi di Taranto e Agrigento hanno sperimentato in questi ultimi tempi stando vicino, concretamente, agli immigrati africani sbarcati sulle nostre coste in cerca di pane e lavoro. E un racconto di una piccola parrocchia di Roma, alla ricerca dei volti, anch’essi “normali”, che facciano da traino nel difficile passaggio da una Chiesa della legge a una Chiesa dell’amore.

Sì, l’Azione cattolica è viva, con un ardore giovanile che non lascia dubbi sullo stile missionario che più le si addice: seminare la parola di Dio, vangandola, dissotterandola, per poi farla di nuovo crescere. In un tempo di crisi delle relazioni, di difficoltà affettive, dove la solitudine la fa da padrone, la strada percorribile della buona (e faticosa) speranza è più di un impegno preso all’interno di un percorso formativo e associativo. È, forse, l’unica strada per amare intensamente Gesù e l’uomo, insieme, sperimentando sull’uomo l’abbraccio e il sorriso di un Dio che ci guarda.